L’architettura, come fatto fisico, si presenta come un patrimonio disseminato su un vasto territorio, ora addensato entro i limiti urbani ora disperso negli spazi aperti delle campagne. Ma sempre si tratta di manufatti che rivelano le loro presenze o le loro tracce entro una moltitudine di fabbricati spesso fatti da una normale edilizia che costituisce quell’indifferente massa di volumi entro cui l’uomo abita e lavora. Il problema è come selezionare, come cogliere la qualità, come la critica architettonica fa emergere opere significative entro un coacervo di manufatti dispersi e apparentemente indifferenti. È un aspetto assai delicato che coinvolge il giudizio critico sui temi e sugli operatori in architettura. L’importanza di questo lavoro è che gli esempi selezionati divengono essi stessi dei prototipi per la buona architettura segnalando ai diversi operatori (commissioni paesaggistiche, soprintendenze, progettisti, ecc.) i valori da preservare e da manipolare con cura nei processi di trasformazione che inevitabilmente coinvolgono il territorio in tutti i suoi aspetti. E questo è uno dei nodi fondamentali per una critica attenta ai diversi valori storici e culturali: come si collocano i vari interventi di architettura entro percorsi in continua evoluzione che presentano continui e differenti aspetti? Come l’evoluzione economica e sociale si esprime in nuove proposte spaziali? O meglio, come le diverse tendenze in architettura hanno aderito a problemi di natura differente.
Mario Ridolfi, Wolfgang Frankl, Istituto Tecnico Bordoni, Pavia, 1934-38. Veduta dell’epoca (Archivio Chiolini-Musei Civici Pavia).
Non si tratta solo di trovare frammenti di qualità entro miriadi di insediamenti che non sono semplici “depositi di fatiche umane” ma anche oggetti che hanno disegnato e proposto nuovi paesaggi. Fatiche e bellezza, necessità e piacere divengono soprattutto rappresentazioni di un modo di pensare e di organizzare lo spazio. Una cultura che si cristallizza in molteplici volumi che raccontano infinite storie di uomini che hanno combattuto e hanno imposto le loro tracce. Insomma, dietro ciò che vediamo, come spesso accade, si nasconde una pratica produttiva e professionale che, di volta in volta, esprime concezioni spaziali e materiche assai differenti, perché in relazione a fasi storiche e a contesti diversi. Per questo la complessità del giudizio è resa ancora più difficile dagli intrecci fra le diverse esperienze culturali, fra i distinti periodi storici, e fra le differenti collocazioni sul territorio. Prima di tutto fra città e campagna, fra strutture aperte e strutture dense e compatte, fra topografie e orientamenti, fra storia e sviluppo contemporaneo, che presuppongono materiali, tipologie e morfologie. Allora è molto difficile esprimere un giudizio e capire quali sono le qualità che spesso sono nascoste e non appaiono a prima vista. Qualità che richiedono una lettura analitica in grado di scomporre tutte le proprietà del manufatto (linguaggio, strutture, materiali, composizione, ecc.) oppure qualità che fanno parte di una ricerca teorica e pratica che segna nuove strategie urbane fatte di tentativi, di sperimentazioni, di combinazioni spaziali e linguistiche inusuali.
Giovanni Muzio, chiesa di S. Maria di Caravaggio, Pavia, 1956-68. Sezioni longitudinale e trasversale (Archivio parrocchiale).
Qui, l’autore affronta un faticoso lavoro di indagine e di ricerca che, attraverso un raffinato setaccio culturale, fa emergere ciò che vi è di buono e di interessante dentro un coacervo di presenze fatte dai più svariati manufatti spesso di produzione corrente. Architetture in mezzo a oggetti che non solo rispondono a evidenti necessità semplicemente funzionali ma che esprimono, in un disegno “senza infamia e senza lode”, scelte strettamente di natura economica: edilizia, forse corretta, ma sempre edilizia. Del resto, il territorio, sia urbano che rurale, è punteggiato anche di presenze architettoniche che rispondono a principi insediativi retti da necessità di sviluppo e di vita, dentro cui si nascondono spesso nuove forme vitali (vedi Pagano e l’architettura rurale o spontanea come lui preferisce), tipi ricorrenti fatti di forme essenziali ma originali in cui necessità e qualità convivono. Ma, fuori dagli schemi storici consolidati, la modernità ha indotto insediamenti residenziali e produttivi che oggettivamente rappresentano una rottura con il passato e che richiedono parametri di giudizio del tutto originali. Dentro tale processo si insinuano molte architetture che non sono di per sé necessariamente errate ma che ripropongono modelli che stancamente ripetono schemi collaudati senza alcun spirito innovativo. O meglio, senza che siano rette da un racconto o da un tema che le renda parte di una storia o a un periodo del tutto riconoscibile.
Ignazio e Jacopo Gardella, ampliamento della casa di riposo Fondazione Porta Spinola Arnaboldi, Campospinoso, 1966-68. Veduta attuale.
Insomma, che abbiano qualcosa da dire, che lascino una traccia emotiva nell’osservatore o che propongano una struttura innovativa e originale. Non si tratta di interpretare un testo nascosto come spesso accade in letteratura o in musica, un testo astratto, decontestualizzato, ma più semplicemente si tratta di operare su evidenze fisiche fatte di spazi, di materia, di dimensioni, di proporzioni e di tutto quello che appare nella percezione tridimensionale. In fondo stiamo parlando di un’architettura come di un’idea che è precipitata e che ha preso consistenza in un luogo fisico preciso: un luogo con cui essa ha aperto un dialogo e uno scambio biunivoco da cui nasce quell’unità fra architettura e contesto che è sempre difficile trovare ma che, in fondo, fa parlare abilmente un manufatto con una realtà che pre-esiste e che lo comprende. Un rapporto assai difficile che, diventato la cifra dell’architettura contemporanea, va alla ricerca di un superamento dell’indifferenza del Movimento Moderno al luogo. Emergono le ragioni del contesto e della storia come una modalità per superare la ragione astratta delle forme che, spesso, si manifesta in semplici allusioni materiche o formali che scordando i principi e le motivazioni sottese a quelle esperienze. Il principio di contesto è così divenuto troppo spesso un alibi per coprire modesti e banali interventi in cui mimetismi o pseudo copie facevano il verso a stratificazioni storiche da cui estrarre (e si poteva estrarre di tutto) quanto poteva giustificare ogni intervento. Rapporto con il contesto che spesso ha percorso facili imitazioni che si sono limitate a far emergere da strutture complesse e sedimentate dalla storia, frammenti di piccoli segni di materia o di forme.
Mario Bonzanini, villa Gatti, Vigevano, 1962. Veduta dell’epoca con Alberto Sordi protagonista del film Il maestro di Vigevano (Archivio Bonzanini).
Oggi il concetto di ambiente esprime un atteggiamento più ampio capace di far interagire il luogo con la storia e i suoi caratteri generali anche se spesso vi è il pericolo di una eccessiva enfasi dei caratteri locali.
Ed è qui che il lavoro di Prina si trova a riflettere sulle molteplici relazioni che legano l’architettura al suo contesto e, soprattutto, a selezionare le opere più significative. In fondo, la sua ricerca di un’architettura pavese (della città e del territorio) si appoggia sui due principi che reggono il giudizio e la scelta della qualità: da una parte la selezione fatta dai critici più o meno ufficiali, che appare sulle riviste d’epoca, e dall‘altra il suo personale criterio che è sempre un punto di vista soggettivo e quindi del tutto opinabile ma comunque più genuino, più immediato e più fresco.
Pietro Lingeri, progetto di Casa del fascio e sistemazione del centro civico, Garlasco, 1938. Veduta prospettica del retro dell’edificio (Archivio Lingeri).
Gli esempi di architettura “aulica” scelti dai critici e pubblicati sulle più importanti riviste del settore (“Casabella”, “Domus”, “L’Architettura”, “Edilizia Moderna”, ecc.), tendono a divenire gli archetipi della qualità architettonica che si impone come valore trainante e come riferimento di un nuovo percorso. Questi critici, nonostante rivendichino valori oggettivi e razionali delle loro osservazioni, sono spesso, essi stessi, il prodotto di interpretazioni soggettive influenzate, come è giusto che siano, da ragioni teoriche, frutto di fenomeni sociali e culturali complessi. Insomma, i loro giudizi determinano ciò che è giusto e degno di essere assunto, come tendenza virtuosa ricca di promesse future. In realtà sono punti di vista che si reggono sulla ragionevolezza ma anche sull’assolutezza di un principio di autorità che, in parte, è il prodotto dell’Accademia. Quindi anche tali selezioni sono opinabili perché non sono categorie assolute ma ipotesi che vogliono indirizzare il percorso di architettura verso determinati obiettivi. E tutto questo è conservato negli archivi storici e nei depositi delle riviste di architettura. Ma vi è anche un altro modo. Forme sfuggite al controllo ideologico, coraggiose, resistenti a volte impudenti ma che sono il prodotto di ricerche che vanno a mischiare e ibridare linguaggi, prima legati alle solite classificazioni tipologiche, che ora generano nuove presenze inquietanti.
Armando Olezza, Colonia elioterapica, Casei Gerola, 1940. Veduta dell’epoca (Biblioteca Comunale Casei Gerola).
Prina non aderisce solamente agli schemi critici già collaudati da altri ma ha il coraggio di ampliare la sua osservazione oltre il già noto e di esporsi direttamente cogliendo nuove presenze.
Sale in moto, gira per la provincia, e va a cercare percorrendo territori apparentemente insignificanti (campagne, aree industriali, archivi nascosti e polverosi, insediamenti residenziali) in cui trova persone e memorie storiche che svelano trame appena conosciute. Sente persone che ricordano cose cui non hanno dato nessun valore e che ora scoprono essere oggetto di particolare interesse. E, per magia, al nostro ricercatore errante si svelano manufatti che erano sotto gli occhi di tutti ma cui nessuno, prima, dava il giusto valore. Erano lì ma la cultura dominante li aveva rimossi e lui, li riabilita e assegna loro una nuova vita.
Prina è un architetto che, come critico di architettura, esprime giudizi su opere del territorio pavese che possono anche non essere condivisi ma che, comunque, hanno fatto emergere delle qualità, restituendo alla memoria collettiva alcune opere coraggiose ed innovative. Qualità spesso rimosse perché non aderenti al “gusto comune” e spesso in conflitto con la cultura di matrice idealistica che ancora si alimenta di una ipotetica armonia iscritta nei canoni tradizionali.
Vittorio Gregotti, Lodovico Meneghetti, Giotto Stoppino, casa Sforza, Stradella, 1953. Prospetti est e ovest (Ufficio Tecnico Comune di Stradella).
Questo lavoro, alla fine, si configura come un catalogo di architetture significative della modernità e prosegue, in qualche modo, i lavori degli storici proponendo una originale riflessione sulle opere più recenti della contemporaneità. Un lavoro rischioso che si muove su un piano sdrucciolo pieno di trappole poiché riscatta, a pieno titolo, al mondo dell’architettura tipi e linguaggi che nascono dalla quotidianità e da trasformazioni sociali ed economiche non ancora completamente metabolizzate. E per questo non ancora degne di essere architettura.
È come se nel territorio pavese fossero traboccate quelle ricerche e quelle esperienze che erano maturate nella metropoli milanese. Ma soprattutto delle idee che liberamente si sono mosse fra design e architettura sino a trovare, in quegli anni, terreno fertile di sperimentazione: una cultura, quella pavese, capace anche di accettare il laboratorio del nuovo che affiora in questo lavoro.
Piero Portaluppi, stazione di derivazione elettrica, Mortara, 1926. Veduta dell’epoca (Archivio storico ENEL Napoli).




















