Ho avuto modo di conoscere l’autrice più di vent’anni orsono. Aveva messo a punto una macchina perfetta per la puntuale partecipazione ai concorsi con ottime proposte. Non ne saltava uno. Di fatto seguiva il consiglio di Adolfo Natalini: farne in continuazione perché alla fine, grazie all’esperienza maturata, sicuramente se ne vincerà qualcuno.
Nell’agile volumetto che documenta anche alcuni indiscutibili successi, ad iniziare dalla proposta per il Corviale, lascia la progettazione architettonica per misurarsi con una questione di grande attualità: la periferia urbana, interpretata come un’officina e in sintonia con l’ampia produzione di Maurizio Carta.
TStudio – Guendalina Salimei, KM verde al Corviale. Progetto di riqualificazione del piano libero, Roma. Foto: Luigi Filetici, Courtesy Archivio TStudio.
L’incipit è tratto da Roma Moderna di Italo Insolera. “Il panorama offerto da queste borgate è sempre lo stesso: le case sono tutte intonacate di giallo – il colore più economico – con le persiane verdi, allineate in modo da cui denunciare chiaramente la povertà di spirito e l’incuria degli uffici tecnici che le progettavano; negli spazi liberi l’unico arredo sono i tralicci degli stenditoi e pochi cespugli rinsecchiti che il sole brucia d’estate e il vento fa gelare d’inverno, gli spazi che non offrono agli abitanti nessun riparo, nessuna protezione”. Una visione tipica degli anni ‘60. Tra i nodi affrontati pone la questione del recupero invece del demolire, come è avvenuto per le vele di Scampia, il complesso residenziale, edificato a Napoli tra il 1972 e il 1980 su progetto di Francesco Di Salvo. Salimei intravede la soluzione nell’inclusione e propone, come in Francia, una mixité funzionale e sociale che può favorirla e divenire espressione della capacità del quartiere di accogliere le differenze. Si tratta non solo di una questione tecnica, ma culturale. Comporta rileggere il contesto, analizzare i vuoti, le discontinuità, evidenziare le permanenze e mettere in moto una riscrittura che lega le periferie, i margini e le aree dismesse coi processi di cambiamento in atto. La tabula rasa indica invece la completa rimozione degli errori del passato, annulla sia la costruzione che la memoria storica e sociale del luogo. Progettare sull’esistente, oltre a rigenerare, permette il “deposito vivo di riappropriazione e di inclusione sociale”. Favorisce una nuova intesa tra ambiente e cittadino. Ne scaturisce così la logica dell’officina o meglio del laboratorio di sperimentazione.
TStudio – Guendalina Salimei, Edificio per alloggi sostenibili ATER in via Bembo, Roma. Foto: Luigi Filetici, Courtesy Archivio TStudio.
L’architettura interviene sugli edifici interpretati non come singoli elementi, ma connessioni con il tessuto urbano consolidato mentre la mancanza di luoghi pubblici annulla la vitalità dei contesti e gli scambi col paesaggio. Va quindi ripensata la periferia letta come un unico organismo e progettare l’edificio, il tessuto urbano e l’ambiente naturale con una visione d’insieme. Siamo consapevoli della profonda crisi dell’urbanistica, inadeguata a rispondere alle trasformazioni in atto e alla divisione tra città e campagna. Va superata la teoria dello zoning funzionale, già denunciata da Leon Krier, della divisione del territorio per parti gerarchizzate, senza un disegno unitario. Si torna a Bruno Zevi il cui obiettivo era liberare il progetto da precetti rigidi e improduttivi che annullavano la continuità tra edificio, città e paesaggio. Il fine è costruire una visione dinamica dei margini urbani, dei vuoti e delle transizioni di scala. Giunge a supporto la lezione di James Wines che mette in evidenza la complessità e la contraddittorietà dei rapporti tra natura ed artificio e guarda al conflitto irrisolto tra metropoli e spazi verdi. Si aggiunge Lucian Kroll che nota l’importanza di un’architettura popolare, partecipata e multietnica e il valore politico e sociale del paesaggio. Del grado zero come chiave per una nuova definizione del progetto architettonico urbano.
TStudio – Guendalina Salimei, Edificio di social housing con alloggi sostenibili a Ceccano, Frosinone. Immagini courtesy Archivio TStudio.
Non terra di nessuno sostiene Zevi, ma di tutti laddove il progetto è in grado di interpretare il vuoto come materia e il paesaggio come architettura. L’architettura diventa strumento che supera l’opposizione tra natura e artificio e individua un ruolo attivo di nuove forme urbane capaci di valorizzare complessità e ricchezza del margine tra città e periferia. Lo nota Papa Francesco: la realtà si coglie meglio dalla periferia che dal centro. Al contrario l’anticittà rappresenta il rovescio della civitas e nega la tradizione urbana italiana con la piazza e i luoghi d’arte momenti di aggregazione e riconoscimento delle differenze.
TStudio – Guendalina Salimei, KM verde al Corviale. Progetto di riqualificazione del piano libero, Roma. Foto: Luigi Filetici, Courtesy Archivio TStudio.
La città contemporanea sostenibile rappresenta uno spazio di scambio e convivenza dove la diversità genera valori collettivi come in molti quartieri a Roma, Genova e altri. Ciò avviene grazie alla presenza di funzioni miste e alla collocazione progressiva di attività culturali e commerciali. La sfida della contemporaneità consiste nel progettare città porose, capace di integrare residenza, servizi pubblici e privati, luoghi di lavoro e di culto, spazi di tempo libero e di partecipazione. L’abrogazione di norme e restrizioni esistenti non rappresenta un principio estetico o funzionale ma di democrazia urbana per ciascun cittadino di abitare la città non come utente di un comparto ma come parte attiva. Il termine stesso di sostenibilità deriva dall’inglese sustain e dal latino sostenere, suggerisce il sostegno materiale e strutturale e la responsabilità.
TStudio – Guendalina Salimei, KM verde al Corviale. Progetto di riqualificazione del piano libero, Roma. Foto: Luigi Filetici, Courtesy Archivio TStudio.
Rigenerare le periferie comporta quindi trasformare il margine in origine, restituendo alla città il potere di immaginare nuovamente sé stessa. Narrare la periferia come luogo del possibile, “dove la fragilità diventa risorsa, assume il valore di un gesto culturale, politico e poetico insieme”. Il volume esplora i margini della città contemporanea come spazi di rinascita, dove l’architettura si misura con la complessità sociale, ambientale e simbolica del vivere. La rigenerazione non è intesa come semplice riqualificazione fisica, ma come processo di ricucitura e di ascolto, capace di restituire identità e dignità ai luoghi dimenticati. Non soluzioni, ma un invito a ripensare l’abitare come atto di cura e di responsabilità verso la città e il suo destino comune.




















