Vittorio Gregotti e il racconto del progetto

Presso la Fondazione Corriere della Sera, è stato presentato il nuovo libro di Vittorio Gregotti, I racconti del progetto, con la partecipazione dell’autore e interventi di Maurizio Ferraris, Franco Purini, Pierluigi Panza. Il volume, articolato in quattro capitoli, con la postfazione di Guido Morpurgo, si pone come obiettivo di riflettere sul progetto di architettura e si interroga sulle attuali possibilità di rifondazione disciplinare a partire dalla narrazione del processo progettuale, con tutte le sue implicazioni di intenzioni, di organizzazione dei materiali e di scelte che ne derivano.

Il racconto del progetto può essere di due tipi: descrizione o narrazione. Ci sono differenze tra i due generi. Come nel racconto letterario, la descrizione tenderà a essere un resoconto più o meno oggettivo di un processo, quale quello progettuale, la narrazione costituirà invece una esposizione personalizzata di fatti, esperienze, riflessioni, emozioni, sensazioni e memorie. È a quest’ultima forma cui si riferisce l’autore per farne “il racconto dei percorsi delle intenzionalità costruite nel progetto dell’opera, delle sue incertezze, dei suoi ideali, dei suoi segreti, delle sorprese nella costituzione progressiva della forma”.

Quartiere per 20.000 abitanti, Zona Esterna Nord, Palermo, 1969-73. Veduta prospettica dal Monte Pellegrino (dal catalogo dalla mostra Il territorio dell’architettura. Gregotti e Associati 1953_2017, PAC, Milano, 19.12.2017 – 11.2.2018, editore Skira).

Quello che rende fondamentalmente differente i processi narrativi dell’architettura da quelli della letteratura è “la pluralità dei materiali esterni e provenienti da altre discipline”. L’autore, come osserva più volte nel testo, ha cura di descrivere i materiali che costituiranno la base del processo progettuale e la sua necessaria struttura. Per materiali del progetto non intende solo quelli utilizzati concretamente nelle costruzioni (cemento, ferro, mattone, legno) ma anche forme e relazioni che rendono possibili le “modificazioni creative del progetto”. Primo fra tutti il rapporto fra la proposta progettuale e il contesto fisico, poi la storia della disciplina, i suoi princìpi, gli usi, le tecniche di costruzione, le relazioni esterno interno, gli strumenti di rappresentazione, le normative: “tra le pratiche artistiche, anche per l’architettura le teorie, le riflessioni critiche, le regole, le eccezioni e le loro mutazioni interpretative (…) sono scelte come materiali concreti”.
Per l’autore, occorre “testimoniare la storia interna del progetto e delle sue intenzioni (…) annotare le vicende esterne”. Il rapporto tra autonomia e eteronomia diventa fondativo nel processo di progettazione architettonica. Ripetutamente Gregotti ricorda che non si può interpretare la creatività come “pura e illusoriamente libera espressione del soggetto”. Semmai, l’architettura è una pratica artistica “posta al servizio di forze esterne ad essa”. Il percorso del processo progettuale deve confrontarsi non solo con le modificazioni del quadro fisico, del luogo, ma anche con le mutazioni sociali e culturali, nei rapporti variabili tra pubblico e privato, con le nuove descrizioni dei nuclei familiari, le inedite forme dell’abitare, di vivere e anche con “sogni poetici o utopici”.

Case in Lützowstrasse, Berlino, 1984-86. Dettaglio dei bow-windows sulla fronte principale (dal catalogo dalla mostra Il territorio dell’architettura. Gregotti e Associati 1953_2017, PAC, Milano, 19.12.2017 – 11.2.2018, editore Skira).

Vittorio Gregotti in questo testo non vuole fare l’analisi storica della disciplina ma piuttosto raccontare “lo stato delle possibili fenomenologie dei processi di costruzione del progetto in quanto pratica artistica”, con la consapevolezza di vivere e operare nel “panorama di incertezza e di paure” che contraddistinguono la nostra epoca. Rispetto alla storia dell’architettura dopo la seconda guerra mondiale, l’autore si limita ad accennare a quattro momenti paradigmatici che descrivono “schematicamente” lo stato della disciplina: il primo momento è quello che ha cercato con successo nelle relazioni tra progetto e contesto antropogeografico un confronto valido con il lascito del Movimento Moderno, il secondo quello che ha interpretato la tecnologia come un fine e non come un mezzo, il terzo ha portato “all’eclettismo decorativo del post moderno”(ormai abbandonato) e il quarto è la riduzione della problematicità e complessità del progetto architettonico a “quello della visibilità laudativa o mercantile della sua immagine”. L’autore denuncia, infatti, l’odierna accentuazione del dato economico sulla produzione edilizia e “l’asservimento delle arti al capitalismo globale finanziario”. Oggi, a causa di un “globalismo malinteso”, il percorso artistico e il progetto di architettura rischiano di identificarsi con la sola “ricerca del successo comunicativo e spettacolare”, perdendo di vista l’indispensabile riferimento all’esistente, al luogo, alla sua storia e alle sue memorie.
Vittorio Gregotti ripete che “il luogo non è uno sfondo”. Questo vale soprattutto in Europa dove “la geografia è un modo di essere fisico della storia”. Talvolta, è utile rispettare il silenzio in architettura, il silenzio è “per il progetto la misura dell’attesa degli intervalli indispensabili, ma anche la condizione dell’ascolto”, la condizione per fare emergere dallo sfondo le voci che hanno significato.

L’autore affronta anche un altro materiale della disciplina, Il disegno, che oltre a essere una forma di comunicazione, gioca un ruolo fondamentale nel processo di progettazione, nella organizzazione di materiali e nella scelta di soluzioni proposte “direttamente dall’uso del segno come modificazione creativa dell’esistente”. Il disegno è anche una forma della scrittura. Il disegno si avvale della geometria, il disegno è “interpretazione diretta del pensiero per mezzo della matita” e in quanto tale “irrinunciabile connessione di senso tra mente e foglio di carta e storia della nostra disciplina”. I rendering, così spesso utilizzati, sono volti più alla persuasione del cliente che a una riflessione sul percorso progettuale.

Sede generale della Società Pirelli alla Bicocca, Milano, 1999-2007. Veduta notturna da ovest, viale Sarca (dal catalogo dalla mostra Il territorio dell’architettura. Gregotti e Associati 1953_2017, PAC, Milano, 19.12.2017 – 11.2.2018, editore Skira).

L’autore propone quindi di narrare il processo progettuale come “organizzazione progressiva del progetto che trasforma in un insieme di forme di senso coerenti, i materiali offerti dall’esperienza stessa” e a questo proposito ricorda le quattro “virtù” del progetto d’architettura che sembrano oggi essere state dimenticate dall’architettura di successo.

Le quattro regole sono Precisione, Semplicità, Ordine e Organicità.
Precisione, nel senso che “ogni più piccola parte del progetto deve essere interamente leggibile”, precisione significa anche “leggerezza nel tocco” e pure che ogni segno deve risultare preciso e netto, comprensibile. Precisione, inoltre, per gli architetti, esprime tre cose diverse: primo, ogni opera costruisce le proprie regole; secondo, ogni parte dell’opera deve essere interamente coerente con queste stesse regole; terzo, occorre usare il massimo di economia dei mezzi tecnici espressivi in rapporto alle necessità rilevate.
Semplicità. La semplicità ricorda alcune celebri affermazioni del Movimento Moderno, la mancanza di ornato, il rigore espressivo, la pulizia formale. Semplicità in architettura si può tradurre nella “illuminazione di un breve frammento di verità del presente”. La semplicità può anche trovarsi pericolosamente in bilico tra la volontà di contrastare gli obblighi del mercato e il cadere nella “schematicità e povertà espressiva”.
Ordine, come insieme di regole irrinunciabili per la coerenza della costruzione. Ordine come codificazione tecnica. Senza ordine non può esservi forma dell’architettura ricorda l’autore citando Louis Kahn (“l’ordine è forma”).
Organicità è corrispondenza tra le parti dell’opera. È una qualità che bisogna rispettare soprattutto nel disegno urbano e territoriale. Pur essendo considerato ormai “fuori moda”, il disegno urbano è uno dei nodi dialettici della disciplina progettuale. Precisione, semplicità, ordine e organicità devono corrispondere a chiare intenzioni e esatte responsabilità sulle ipotesi progettuali dello spazio collettivo e del riordino del territorio.

Mostra L’idea Ferrari al Forte di Belvedere, Firenze 1989. Vista dell’allestimento sugli spalti del Forte (dal catalogo dalla mostra Il territorio dell’architettura. Gregotti e Associati 1953_2017, PAC, Milano, 19.12.2017 – 11.2.2018, editore Skira).

Vittorio Gregotti si rammarica, altresì, della posizione secondaria che l’Architettura ha nelle discussioni e nelle riflessioni degli intellettuali e degli artisti. Eppure, confrontando le diverse pratiche artistiche, emerge inequivocabilmente che l’architettura si distingue dalle altre arti in quanto è “uno strumento indispensabile alla vita umana”, una attività intellettuale che propone modificazioni del reale, mutamenti dell’ambiente, trasformazioni della forma urbana e dei modi di abitare che hanno una ineluttabile ricaduta sulla compagine sociale.
Attualmente gli architetti, differentemente dal tempo in cui si sviluppava il Movimento Moderno, hanno difficoltà a trovare un piano fondativo adeguato su cui poggiare la teoria progettuale della propria disciplina. Tuttavia, sembra profilarsi una opposizione nei confronti delle tendenze “di conservazione o ipermodernità stilistica dei linguaggi, di neotecnologismo o di decostruttivismo” per costruire una nuova proposta.
Per questo, occorre con decisione fare emergere netta la convinzione che l’idea progettuale non deve essere per forza una novità assoluta, libera dai rapporti con l’esistente, ma deve essere “modificazione necessaria e ragionevole che trasforma il luogo specifico in architettura”, aldilà delle posizioni preconcette delle “archistar decostruttiviste contro l’identità della nostra disciplina e contro la relazione nei confronti del contesto”.
Vittorio Gregotti invita a mantenere una “distanza critica” da pratiche artistiche che inseguono una presunta forma di libertà assoluta dal presente e propone di riflettere attentamente sulla concezione della nostra disciplina come processo capace di “modificazione creativa dello stato del presente e del suo confronto critico con la sua storia” e sulle possibilità offerte “dall’idea della narrazione” del processo del progetto come nuovo fondamento del fare architettura e di ricerca di un frammento di verità.