Due amici, entrambi architetti, bolognesi dalla nascita alla terza età, scrivono a quattro mani un libro sulla loro città, come tributo d’amicizia. Ma lasciano anonimi i testi, per fare risaltare anche la loro, di amicizia. Come a dire: è così duratura che ormai le due persone non ci piace distinguerle, l’una si mescola con l’altra, le opinioni, i gusti, i ricordi sono simili.

Quello che ne viene fuori non è una guida, e gli autori ci tengono a sottolinearlo. Sono convinti che le guide hanno un’utilità effimera: una volta che il visitatore ha saputo la data in cui iniziò la costruzione di quel palazzo o fu completato il tal ciclo di affreschi, inizia subito il processo verso una rapida dimenticanza. E dunque, a cosa serve sapere? Quello che importa è aver voglia di fare domande più che ottenere risposte. Chiedersi perché quella facciata ci emoziona, cosa ci ricorda, a quale altro angolo di questa stessa città – o di un’altra – assomiglia. Questo è il vero modo per innamorarsi di una città: esserne curiosi, volerla scoprire – letteralmente: mettere a nudo la sua bellezza e approfittare dei turbamenti che produce in noi quando stimola ricordi, magari confusi, e bisogna fermarsi per il tempo che serve a ricostruirli, come quando si monta un puzzle.

Proprio perché questa non è una guida, ma un racconto fatto di libere interpretazioni, ai testi si affiancano una ventina di disegni di Davide Catania, illustratore dal segno impressionista, scelto appunto per questa sua capacità di evocare un paesaggio e renderlo riconoscibile con pochi colpi di pennello nero su bianco. I luoghi corrispondono ad alcuni di quelli descritti dai due autori dei testi, ma sono collocati nel libro alla rinfusa, e volutamente, sempre secondo il principio per cui niente deve essere troppo didascalico, tutto deve spingere a chiedersi e a rispondersi, da soli, cercando, insistendo, senza bisogno di consultare manuali o enciclopedie.

A volte osservare un paesaggio urbano suggerisce assonanze con altre città, lontane, lontanissime, diverse, diversissime: è un modo piacevole per farsi condurre altrove con l’immaginazione senza nemmeno muovere un passo. Altre volte invece la mente ci porta indietro, non verso un altrove ma verso un altro quando, un momento lontano della nostra vita, quando eravamo qui con altre persone, altre aspettative, altri sentimenti. Questo è il modo più fertile per interagire con la città: attraverso le nostre emozioni personali piuttosto che imparando delle date: è un po’ il vecchio discorso degli studenti degli anni Settanta – quando infatti gli autori studenti lo erano: no al nozionismo, sì alla creatività, alla fantasia, alla voglia non solo di sapere una data ma i perché di un legame con una città – che non è solo fatta di pietre, come già ci ricordava Calvino.