Un anno dopo la petizione
È passato poco più di un anno da quando weArch ha lanciato una petizione per la Salvaguardia e il restauro dell’edificio “ATM” di Arrigo Arrighetti a Milano, in Porta Volta, che ha avuto come primo firmatario Claudio Camponogara e che potete ancora leggere online.
L’appello ha raccolto in poco tempo quasi 700 adesioni ed è stato inviato alla Soprintendenza, al Sindaco e ad ATM. L’obiettivo non era solo sensibilizzare la proprietà, l’Amministrazione comunale e il Ministero della Cultura sullo stato di abbandono e di alterazione di un edificio importante per la storia dell’architettura del secondo Novecento, inserito da Piero Bottoni in una celebre Antologia già nel 1954. Attraverso il caso Arrighetti, la petizione intendeva anche richiamare l’attenzione sullo stato di conservazione e più in generale di rischio in cui versano le opere della Milano moderna. A fronte di una grande fortuna critica, testimoniata da un ricchissimo corpus di pubblicazioni, ricerche, mostre, nonché dall’interesse verso l’architettura milanese da parte di studiosi e progettisti italiani e stranieri, pochissimi sono oggi gli edifici moderni tutelati e molti continuano a essere minacciati da interventi di demolizione.
Negli ultimi anni diverse opere di Arrighetti sono scomparse – gli Uffici comunali di largo Treves, la Scuola elementare del Quartiere Sant’Ambrogio, la Scuola di avviamento professionale di Trenno, il Mercato di Vialba, le abitazioni INA Casa del quartiere Gabrio Rosa e al Lorenteggio – e altre hanno un futuro molto incerto, come la Piscina Argelati, la Biblioteca Sormani e quella rionale del Lorenteggio: la prima dismessa da tempo, le seconde destinate alla chiusura e a nuovi, non meglio precisati utilizzi.
Foto: ©Stefano Suriano.
È un problema generale, che non riguarda solo Arrigo Arrighetti. Nel 2025 è stato per esempio demolito il Padiglione dell’Agricoltura di Ignazio Gardella nella vecchia Fiera, per fare posto alla nuova sede della RAI, nonostante si trattasse di un’opera molto nota, schedata dal Ministero della Cultura e da Regione Lombardia. Cosa ne sarà poi della Hoepli di Figini e Pollini dopo la recente chiusura della libreria e la liquidazione della storica casa editrice?
Se si guarda la tavola dei vincoli del PGT, ci si accorge che le opere sottoposte a tutela costruite dopo il 1945 sono appena una decina. A parte la Torre Velasca, l’Istituto Marchiondi, la Vela di corso Italia, e poche altre, quasi tutta la Milano moderna è di fatto priva di misure di protezione. Nemmeno uno dei simboli della città, come il Grattacielo Pirelli, oggi è “vincolato”, in quanto è stato completato nel 1961 e quindi la sua esecuzione non risale a oltre 70 anni, per non parlare dell’amaro destino che attende San Siro dopo la vendita da parte del Comune.
L’improvvisa chiusura dello Spirit de Milàn, avvenuta in questi giorni, dimostra poi che anche edifici più antichi, come la magnifica Cristalleria Livellara alla Bovisa, sono a rischio.
La qualità della Milano moderna non sta però solo nei suoi capolavori e nelle realizzazioni degli autori più conosciuti, ma in un patrimonio diffuso, fatto di case d’abitazione, uffici, edifici pubblici e perfino infrastrutture – si pensi alle Linee 1 e 2 della Metropolitana –, per la maggior parte intensamente utilizzati.
All’inizio del 2026 al Politecnico è stata esposta la mostra I Latis e Milano, che aveva al centro una mappa di Milano con gli 83 edifici progettati da Vito e Gustavo Latis, quasi tutti costruiti. Sono opere che contribuiscono a definire l’immagine della città, ma anche in questo caso nessuna è tutelata. Anzi, una piuttosto conosciuta, come il “tamburello” di via Astesani, potrebbe lasciare presto spazio a una nuova torre residenziale.
Se sulla stessa mappa dei Latis sovrapponessimo gli edifici di altri progettisti – Arrighetti, Asnago e Vender, Bottoni, Figini e Pollini, Gardella, GPA Monti, Gho’, Mattioni, Muzio, solo per citarne alcuni – la densità della Milano moderna sarebbe visibile in tutta la sua evidenza.
Foto: ©Stefano Suriano.
La domanda è: cosa vogliamo fare di questo patrimonio diffuso che rende unica la nostra città? Destinarlo alle pagine dei libri di storia oppure mettere a punto un progetto di tutela a scala urbana che sappia coniugare conservazione e adeguamenti funzionali, contribuendo anche a sviluppare una cultura tecnica del recupero del Moderno e la sua sostenibilità economica?
Ogni anno, in occasione del Salone del Mobile, Milano non manca di sottolineare l’importanza della sua architettura recente, e le visite ad alcune opere vanno esaurite in brevissimo tempo. Spenti i riflettori della Design Week, le trasformazioni urbane tornano a seguire altre strade.
Alcuni comuni italiani stanno lavorando da tempo su un modello di tutela estensiva dell’architettura moderna. Il caso forse più noto è Ivrea, che attraverso il piano urbanistico comunale ha messo a punto un sistema di protezione attiva dell’eredità olivettiana. Anche una città di ben altra scala, come Roma, si è dotata fin dall’inizio degli anni Duemila di uno strumento chiamato “Carta della qualità”, che include anche le “architetture contemporanee”, per le quali vengono definite apposite misure di intervento, limitando le trasformazioni più pesanti.
L’aggiornamento del PGT di Milano, che spetterà all’amministrazione che si insedierà nel 2027, potrebbe essere l’occasione per elaborare finalmente qualcosa di simile. I numeri della Milano moderna sono troppo vasti perché si possa pensare di tutelarla con lo strumento del “vincolo” ministeriale. Le schede su Milano del Censimento dell’architettura italiana del secondo Novecento sono 243, tra le quali mancano peraltro molte opere significative. La tutela di un insieme così ampio e variegato di edifici e quartieri non può essere delegata alla sola Soprintendenza. Serve un’assunzione di responsabilità da parte dell’intera città, a cominciare dal Comune di Milano, che attraverso il PGT definisce le regole della trasformazione urbana. Tra pubblicazioni, ricerche, Itinerari dell’Ordine degli Architetti, le informazioni disponibili sono moltissime. Manca la traduzione in uno strumento progettuale, che oggi potrebbe inoltre beneficiare dell’accesso agli archivi dato dal CASVA e dalla rinnovata Cittadella di via Gregorovius.
Foto: ©Stefano Suriano.
La petizione di weArch non ha ricevuto riscontri da parte dei destinatari, ma nell’ottobre del 2025 è stata la base di una serata molto partecipata nella sede dell’Ordine degli Architetti di Milano, da cui è emerso un invito dei presenti a fare squadra tra i vari attori – Comune, Soprintendenza, progettisti, committenti, cittadini – per proteggere e valorizzare questo patrimonio.
Per quanto riguarda l’“ATM”, abbiamo scoperto che nelle ultime settimane è diventato un cantiere e che alcune superfetazioni sono state rimosse. Non sappiamo quali saranno la destinazione d’uso e il risultato finale dei lavori in corso. Potremmo rimanere delusi, ma speriamo che da qui possa iniziare un confronto diverso con la Milano moderna.
English Summary
One year after weArch launched a petition for the protection and restoration of Arrigo Arrighetti’s former ATM building in Porta Volta, Milan, the article broadens the discussion to the fragile condition of Milan’s modern architectural heritage. Although the city’s post-war architecture has been widely studied and celebrated, many buildings remain without effective protection and are exposed to demolition, alteration or uncertain reuse. Starting from Arrighetti’s work, the text calls for a broader urban strategy capable of combining conservation, adaptation and a renewed technical culture of modern heritage.



