Devo a Giuseppe Nannerini, in quegli anni direttore di “L’industria delle costruzioni”, la segnalazione dell’opera di Andrea Bruno (1931-2025). Il mensile dell’ANCE, l’associazione dei costruttori, pubblica puntualmente le realizzazioni di una intensa attività all’estero. In Afghanistan, dove oltre ai pregevoli restauri progetta l’Ambasciata d’Italia. Segnala la consulenza Unesco per il patrimonio artistico e culturale, con la partecipazione a svariate  missioni, in Medio Oriente e nel Nord Africa. Mostra le proposte anche in Italia, non solo nella sua Torino, dove si è laureato nel 1956, indicando il restauro del Castello Grinzane Cavour, Cuneo e quello di Rivoli, iniziato nel 1978 e terminato nel 2000 oltre alla Cattedrale di Bragati (2011-13).

Castello di Rivoli, atrio juvarriano incompiuto, oggi cortile del Museo d’Arte Contemporanea, intervento di Andrea Bruno del 1986. Foto: Giorgio Danesi, 2023.

Bruno si è sempre occupato dei temi del restauro, interpretate come “un atto di rispetto verso il patrimonio che richiede una profonda comprensione della storia e delle sue dinamiche, ma inteso anche come una sfida intellettuale che richiede coraggio, sensibilità e lungimiranza”. In sintonia con tale assunto ha saputo tradurre nel proprio linguaggio espressivo ciò che è stato teorizzato rispecchiando i principi fondamentali espressi da Giovannoni a Carbonara, come dagli altri protagonisti della scuola italiana del Novecento che hanno messo a punto una visione autonoma e riconoscibile. Da segnalare, come nota il volume, tre questioni particolarmente legate al suo modo di procedere: rispettare la distanza, definire la soglia, progettare la cucitura. Per il primo punto si riferisce alla liberazione del tamburo di Palazzo Garignano, a Torino, progettato da Guarino Guarini. La soglia allude invece al taglio della muratura medievale a Taragona, per permettere l’accesso al circo romano (1987-94). La cucitura fa riferimento alle nuove connessioni tra passato e presente, come quelle essenziali nel recupero nell’ex Istituto di Riposo per la Vecchiaia, ancora a Torino (1977-88).

Circo romano di Tarragona, Spagna, il taglio nella muratura medievale e il nuovo ingresso al sito. Si noti la cornice in calcestruzzo per regolarizzare il taglio della muratura, realizzata con inerti di pietra locale. Foto: Giorgio Danesi, 2023.

Dai suoi lavori sono scaturite una serie di pubblicazioni, oltre ai saggi sulle riviste di settore, riportati nella bibliografia del volume. Ci preme segnalare: The citadel and the minarets of Herat, Afghanistan, Sirea, Torino, 1976; Il castello di Rivoli. 1734-1984, storia di un recupero, U. Allemandi, Torino, 1984; Architetture tra conservazione e riuso. Progetti e realizzazioni di Andrea Bruno a Torino, Lybra immagine, Milano, 1996; Luigi Cabutto e Giulio Parusso, Il Castello di Grinzane Cavour. Un’architettura fortificata tra le vigne di Langa, Ordine dei cavalieri del tartufo e dei vini di Alba, Alba, 2000. A questi si aggiunge il nostro, pubblicato per i “Quaderni IUAV”, perché l’intero archivio Bruno è conservato a Venezia.

Castello di Rivoli, Manica Lunga, pavimentazione in resina cementizia con l’innesto in ottone che segnala: “Questo segno indica il limite che avrebbe dovuto raggiungere la reggia ideata da Filippo Juvarra per Vittorio Amedeo II nel 1713”. Foto: Giorgio Danesi, 2023.

Giorgio Danesi, assegnista di ricerca post-doc nel 2024 all’Università Politecnica delle Marche e nell’anno precedente assegnista con il volume in questione, ha realizzato una lunga, meticolosa monografia che vanta tre presentazioni e una introduzione. Da apprezzare la puntuale descrizione degli interventi, mai banali e spesso anticipatori, per il loro impatto, delle più stimolanti espressioni della cultura del restauro. A ciò si aggiunge la particolare vena inventiva e la cura dei dettagli. Nella composizione del volume l’autore mostra spesso le proprie foto, mettendo in evidenza il personale punto di osservazione, ciò senza sottovalutare le opinioni espresse da altri studiosi. In realtà, per l’importanza delle tante opere realizzate, sarebbe stata necessaria un ben più ampia documentazione qui spesso ridotta a poche immagini e agli schizzi iniziali. Mancano i disegni di progetto e quella ampia serie di foto generali che avrebbero messo in grado di lettore di comprendere interamente di cosa si sta parlando, ad iniziare da quale era lo stato esistente e il richiamo a nuova vita.

Foto: Anteferma Edizioni.

Occorre chiedersi il perché del limite. La risposta nasce da quelle pietre che, fin dai tempi dei Romani, segnavano i confini ed essendo sacre non potevano essere rimosse perché avevano la protezione della divinità chiamata appunto Limite. Occorre però ricordare con Heidegger che “Il limite non il punto da cui una cosa finisce, ma ciò da cui una cosa inizia la sua essenza”. Ovvero è ciò che indica la strada che permette al restauro di non essere solo un atto di pura conservazione, ma come emerge dalla lezione di Bruno, un percorso che favorisce la conoscenza della storia del manufatto, produce una interpretazione critica di ciò che è avvenuto nel corso del tempo, giunge a produrre una visione dell’attualità in grado di ripristinare il senso del monumento.