Milano e il Neoclassicismo di Canova e Thorvalsen

di Manuela Oglialoro

2020-01-04T17:51:32+01:003 Gennaio 2020 |

Milano dedica ad Antonio Canova due mostre, dalle tematiche intrinsecamente legate tra loro, con l’obiettivo di delineare il profilo completo dell’opera del grande maestro e della sua epoca.
Alla Galleria d’Arte Moderna (GAM) di Milano, nella nobile sede della Villa Reale (già Villa Belgiojoso Bonaparte, costruita tra il 1790 e il 1796 dall’architetto Leopoldo Pollack) è allestita la mostra Canova. I volti ideali, a cura di Omar Cucciniello e Paola Zatti, che presenta la serie delle “teste ideali” eseguite da Antonio Canova, ricostruendone la genesi e l’evoluzione. L’esposizione è promossa e prodotta da Comune di Milano-Cultura, Galleria d’Arte Moderna di Milano e dalla casa editrice Electa, con opere provenienti dalla Gipsoteca Canoviana di Possagno e dai principali musei nazionali e internazionali.
La mostra ospitata presso le Gallerie d’Italia di Piazza Scala (prestigioso complesso costituito da Palazzo Brentani, Palazzo Anguissola Antona Traversi e dall’ex Banca Commerciale), Canova | Thorvaldsen. La nascita della scultura moderna, a cura di Stefano Grandesso e Fernando Mazzocca, propone per la prima volta al pubblico le opere dei due grandi scultori, l’italiano Canova e il danese Thorvaldsen, in un confronto diretto, grazie al Progetto Cultura di Intesa San Paolo. La realizzazione di questo ambizioso progetto è stata attuata con la collaborazione prestata a Gallerie d’Italia da due musei di prestigio mondiale, l’Ermitage di San Pietroburgo e il Museo Thorvaldsen di Copenaghen, e da numerose altre istituzioni d’arte italiane internazionali. Entrambe le mostre resteranno aperte fino al 15 marzo 2020.

Veduta dell’allestimento della mostra Canova. I volti ideali. Foto: Alessandra di Consoli.

Il rilievo artistico che Antonio Canova (Possagno, 1757 – Venezia, 1822) ebbe in Europa tra il XVIII e il XIX secolo, viene raccontato dalle due mostre che illustrano aspetti diversi ma complementari della sua opera. La sinergia dei due itinerari tematici restituisce la complessità e la ricchezza del periodo storico artistico del Neoclassicismo, di cui Canova e Thorvaldsen furono celeberrimi esponenti. Il riferimento si presta anche per richiamare alla memoria quello che fu uno dei più fulgidi periodi della storia di Milano, quando a cavallo tra Sette e Ottocento, tra dominazione austriaca e potestà napoleonica, la Città ebbe un ruolo egemone nel dibattito culturale e nella produzione artica e architettonica dell’arte Neoclassica.
Antonio Canova si formò presso l’Accademia di Venezia, dopo aver appreso i primi rudimenti del mestiere dal nonno, abile scalpellino. A Venezia aprì il suo primo studio e ottenne gli iniziali importanti riconoscimenti. Nel 1781 si trasferì a Roma, dove proseguì gli studi dell’arte antica, compiendo anche viaggi a Paestum, Pompei, Caserta per visitare siti archeologici e monumenti. A Roma conseguì incarichi di prestigio e, tra il 1781 e il 1800, eseguì alcune delle sue opere più famose, come Teseo con il Minotauro del 1781, il Monumento funerario di Clemente XIV del 1783, Amore e Psiche del 1787, Ebe del 1796, e la tomba di Maria Cristina d’Austria, del 1798, nell’Augustinerkirche a Vienna. In seguito, lavorò per la famiglia Bonaparte, realizzando la scultura di Paolina Borghese come Venere vincitrice del 1804 e la statua in marmo di Napoleone come Marte pacificatore del 1803. Nel 1802 fu nominato da Pio VII, Ispettore Generale per le Antichità e Belle Arti dello Stato della Chiesa e incaricato della tutela e valorizzazione del patrimonio artistico.
Con talento diplomatico, nel 1815 a Parigi, Canova riuscì a recuperare gran parte delle opere d’arte trafugate da Napoleone e a riportarle in patria. Egli divenne in breve lo scultore più ammirato e richiesto dalle committenze più influenti dell’epoca, dai sovrani ai papi, da Napoleone allo Zar, giungendo a orientare le tendenze artistiche e il gusto della società europea.
L’artista si dedicò allo studio dell’arte antica e seppe rinnovare la scultura, interpretando i princìpi estetici teorizzati negli scritti di Johann Joachim Winckelmann (Stendal, 1717 – Trieste, 1768), storico dell’arte e archeologo tedesco. Attraverso il recupero dell’antico, Canova arrivò a produrre un nuovo linguaggio per l’esecuzione scultorea, fondato su un equilibrio tra lo studio del naturale e l’imitazione degli antichi modelli classici.

Veduta dell’allestimento della mostra Canova | Thorvaldsen. La nascita della scultura moderna. Da sinistra: Le Grazie di Antonio Canova; (sullo sfondo) Giovane Danzatrice (il Saltarello) di Bertel Thorvaldsen; Le Grazie con Cupido di B. Thorvaldsen. Foto: Flavio Lo Scalzo.

A partire dal 1811 Antonio Canova si dedicò a una serie di ritratti femminili di personaggi ideali che riscosse subito grande entusiasmo tra i contemporanei e anche l’approvazione della critica d’arte dell’epoca. Nell’esposizione alla GAM è possibile ammirare per la prima volta riunite tutte insieme le sculture appartenenti alla serie delle figure di donna, che lo stesso maestro di Possagno chiamò “teste ideali”. Si tratta di un gruppo di più di trenta opere, di cui cinque sculture mai presentate in Italia, ispirate a donne alla mitologia (Elena, le Muse Clio, Calliope, Erato), alla storia antica (la Vestale, le poetesse greche Saffo e Corinna), alla storia o alla letteratura dei secoli moderni (Beatrice, Laura, Eleonora e Lucrezia d’Este) ma anche a idee astratte (la Pace, la Filosofia, la Riconoscenza). Entrando nelle varie sale che compongono l’esposizione si rimane estasiati alla vista di questi volti ideali effigiati nel marmo. Un’atmosfera quasi surreale avvolge lo spettatore che vede emergere dalla luce soffusa i profili di donna dalla bellezza pura e universale.

Antonio Canova, Vestale, 1819. Marmo, 58 x 31 x 23 cm, Milano, Galleria d’Arte Moderna.

Canova segue il tracciato percorso dagli antichi greci, nell’evoluzione della scultura dall’arcaismo alla classicità, secondo uno sviluppo di pensiero che giunge a riunire nel Vero anche il Bello ideale. Come nelle sculture antiche, i volti scolpiti da Canova, dalla simmetria diamantina, mostrano un’assenza di emozioni che comunica calma e serenità. Questa condizione si pone in perfetto parallelismo con quanto sostenuto da Winckelmann, il quale aveva individuato in questa compostezza priva di emozione, che caratterizza l’antica statuaria greca, la dignità che rende gli uomini grandi. Il concetto di bellezza ideale nell’arte è descritto dal celebre scrittore come “una nobile semplicità e una quieta grandezza sia nella posizione che nell’espressione”. Questa quiete che sa frenare le passioni favorendo la razionalità è paragonata alla “profondità del mare che resta sempre immobile per quanto agitata ne sia la superficie”.
Delle teste ideali di Canova, quella più amata dai contemporanei fu Elena. Questi ritratti, teste o busti, furono utilizzati spesso dal maestro come doni. Il ritratto di Elena fu regalato dallo scultore a Isabella Teotochi Albrizzi, in segno di riconoscenza per la pubblicazione nel 1809 del volume Le opere di scultura e di plastica di Antonio Canova. Parecchi busti vennero regalati da Canova agli inglesi che lo avevano aiutato a recuperare le opere italiane all’estero.

Antonio Canova, Elena, 1819 circa. Marmo, 64 x 39 x 30 cm, San Pietroburgo, Museo Statale Ermitage. Foto: Alexander Koksharov ©The State Hermitage Museum, 2019.

Lo scultore dal 1815 si dedicò anche a studiare, oltre all’arte greca, altri periodi dell’arte italiana, come il Rinascimento del ’500, e poi i maestri del ’300 e del ’400 italiano, sia in arte che in letteratura, come dimostra il volto di Beatrice, frutto delle riflessioni su Dante.

Antonio Canova, Beatrice, 1813-19. Gesso, 45 x 28 x 21 cm, Possagno, Museo e Gipsoteca Antonio Canova.

Nell’altra esposizione, Canova | Thorvaldsen. La nascita della scultura moderna, ospitata presso le Gallerie d’Italia, si propone un inedito raffronto tra i due giganti della scultura, Antonio Canova e Bertel Thorvaldsen (1770 – 1844), attraverso un ricco repertorio di più di 160 opere distribuite in diciassette sezioni, con l’intento di dimostrare non solo la loro capacità di creare opere immortali ma anche la fama creatasi intorno ai loro nomi e la grande popolarità di cui godevano.
Come Canova, anche Thorvaldsen raggiunse l’apice della sua carriera dopo il trasferimento a Roma, dove si insediò a partire dal 1797 e dove rimase per quasi quarant’anni. La città capitolina sancì il suo successo, ad esempio, con la commissione del Giasone del 1802, Ebe del 1806, Venere del 1813, Ganimede del 1816 e il monumento sepolcrale per papa Pio VII, del 1824, nella Basilica di S. Pietro. Thorvaldsen fu membro della prestigiosa Accademia di San Luca di Roma, di cui diventò anche Presidente negli anni 1827-28.
I due artisti avevano entrambi fondato dei grandi ateliers e Canova aveva introdotto delle innovazioni tecniche che furono utilizzate anche da Thorvaldsen, come la creazione preliminare di modelli in gesso, prima della definitiva scultura della statua in marmo. In questo modo lo scultore riusciva a disporre di una maggior libertà creativa, disponendo di un materiale plastico non così costoso come il marmo, e quindi poteva sperimentare intorno ai nuovi progetti, non necessariamente legati ai temi richiesti dalla committenza.
In mostra sono esposti gli autoritratti dei due artisti eseguiti nelle diverse fasi della loro vita, le raffigurazioni dei loro studi a Roma, i ritratti encomiastici dei due artisti, in posa nei loro abiti cerimoniali, eseguiti dagli artisti a loro contemporanei.

Antonio Canova, Le Grazie, 1812-16. Marmo, 182 x 103 x 46 cm, San Pietroburgo, Museo Statale Ermitage. Foto: ©The State Hermitage Museum, 2019.

Bertel Thorvaldsen, Le Grazie con Cupido, 1817-19. Marmo, 172,7 x 119,5 x 65,3 cm, Copenaghen, Thorvaldsens Museum. Foto: Flavio Lo Scalzo.

Tantissime sono le opere dei due grandi scultori messe a confronto l’una vicina all’altra: i grandi ritratti (Leopoldina Esterhazy, Pio VII, Cimarosa, Francesco I d’Austria) di Canova e quelli di Thorvaldsen (Caterina Branciforte, Klemens von Metternich, Alessandro I, la duchessa di Sagan); le raffigurazioni dell’amore (Apollo, gli amorini, Cupido o Eros).
Nel salone centrale, si confrontano i due capolavori dei gruppi marmorei de Le Grazie, in cui Canova e Thorvaldsen hanno profuso al meglio la loro espressione artistica e poetica. Il gruppo di Canova esibisce una straordinaria grazia nel movimento e nei gesti, mentre quello di Thorvaldsen mostra nella composizione un maggiore purismo e rigore di forme.
La statua colossale di Antonio Canova ritratto seduto, seminudo con membra vigorose, mentre, abbraccia l’erma di Giove, realizzata nel 1820 da Giovanni Ceccarini restituisce nella visione allegorica la considerazione che avevano di lui i suoi contemporanei,
Nella sezione Ritratti in scena, troviamo riuniti insieme i ritratti di Ugo Foscolo, Vittorio Alfieri, Antonio Canova, eseguiti da François Xavier Fabre, descritti come le grandi glorie d’Italia.
Altri due capolavori messi a confronto nell’esposizione sono le rispettive realizzazioni di Ebe, la coppiera degli dei, presentate una di fianco all’altra, entrambe simboli dell’eterna giovinezza.

Antonio Canova, Ebe, 1800-05. Marmo e bronzo dorato, 161 x 49 x 53,5 cm, San Pietroburgo, Museo Statale Ermitage. Foto: ©The State Hermitage Museum, 2019.

Bertel Thorvaldsen, Ebe, 1819-23. Marmo, 156,5 x 51,2 x 59,5 cm, Copenaghen, Thorvaldsens Museum. Foto: Flavio Lo Scalzo.