Negli ultimi anni la pittura di Marco Petrus ha progressivamente spostato il proprio campo d’indagine dall’architettura come soggetto riconoscibile verso una dimensione più astratta, percettiva e dinamica dell’immagine. Ora, alla M77 Gallery di Milano, In-motion riunisce l’ultimo decennio della sua ricerca in un itinerario a ritroso, costruito attorno all’idea di movimento come principio di lettura, più che come semplice tema iconografico.
In programma negli spazi di via Mecenate fino al 12 settembre 2026, la mostra a cura di Sharon Hecker presenta 65 opere realizzate nell’arco dell’ultimo decennio. Serie e progetti differenti vengono ricondotti a una riflessione comune sulla percezione visiva, in una sequenza che mette in relazione architettura, memoria pittorica e astrazione.

Marco Petrus, serie Op-Arch, 2024. Veduta dell’allestimento. Foto: Lorenzo Palmieri.

Al piano terra la rassegna si apre con i lavori più recenti, riuniti sotto il titolo Vertigo. La parola rimanda alla vertigine, ma anche a un campo più ampio di effetti percettivi e tecniche di deformazione dell’immagine, tra fotografia e cinema. Le composizioni, ripetute e variate nei colori, negli orientamenti e nelle dimensioni, introducono fin dall’ingresso una condizione instabile: l’immagine sembra muoversi, ruotare, sottrarsi a una lettura frontale e definitiva.

Marco Petrus, serie Vertigo, 2025. Veduta dell’allestimento. Foto: Lorenzo Palmieri.

È una pittura ormai lontana dalla rappresentazione diretta dell’architettura, ma ancora costruita a partire da frammenti del paesaggio urbano. In opere come Archpop e Op-Arch, nate da dettagli architettonici trasformati fino a diventare strutture cromatiche e compositive, il riferimento all’edificio resta all’origine del lavoro, anche quando non è più immediatamente riconoscibile. L’architettura continua così a funzionare come repertorio di forme, proporzioni e tensioni visive, più che come soggetto da descrivere.

Marco Petrus, Policromo, 2024, Archpop 1-23, 2023 e Archpop 7-21, 2021. Veduta dell’allestimento. Foto: Lorenzo Palmieri.

Salendo al piano superiore, la sala principale mette a confronto due nuclei: da un lato le opere della serie Carpet Mundi, dall’altro i lavori più direttamente legati al tema del movimento, tra Balla, piano sequenza e ritmo dell’immagine. Avviate intorno al 2016, le opere della serie Carpet Mundi nascono da screenshot urbani e reticoli di città progressivamente isolati. Dopo anni di fotografie dirette, itinerari urbani e ricerche su edifici e frammenti del costruito, il lavoro si apre all’uso di immagini digitali e viste ricavate da Google Earth. Da queste immagini derivano griglie e strutture poi trasformate e stilizzate, mantenendo un legame con l’architettura senza dipendere più dalla riconoscibilità del luogo.
La griglia urbana diventa così un filtro attraverso il quale affiorano altri riferimenti visivi. Alla trama della città si sovrappone la memoria di alcuni artisti italiani del Novecento: Afro Basaldella, a partire da un quadro visto a Ca’ Pesaro, Giuseppe Capogrossi e Carla Accardi. Non omaggi immediatamente riconoscibili, ma tracce pittoriche che intervengono come secondo livello dell’immagine, modificando rapporti cromatici, segni e profondità della superficie.

Marco Petrus, serie Carpet Mundi, 2017. Veduta dell’allestimento. Foto: Lorenzo Palmieri.

Sulle altre pareti della sala si sviluppa il nucleo più direttamente legato al movimento. Il riferimento a Bambina che corre sul balcone di Giacomo Balla, conservata alla Galleria d’Arte Moderna di Milano, entra in una ricerca più ampia sulla sequenza, sulla cronofotografia e sulla percezione del gesto nel tempo. Il dipinto futurista non è assunto come modello da riprendere letteralmente, ma come punto di partenza per ragionare sul modo in cui la pittura può restituire il movimento.
I titoli Piano sequenza, Ritmica e Stop motion richiamano il linguaggio del cinema e dell’animazione. Linee, campiture e traiettorie cromatiche restituiscono l’idea di una figura o di un movimento scomposti in passaggi successivi. Nei tre lavori della serie Piano sequenza cambia anche la tecnica: l’uso dei pastelli a olio introduce una superficie più vibrante rispetto alle consuete campiture piatte, lasciando emergere il fondo rosso-ossido preparato abitualmente sotto la pittura.

Marco Petrus, serie Piano sequenza, 2022, pastelli a olio su tela. Veduta dell’allestimento. Foto: Lorenzo Palmieri.

Al centro della sala, una panca in MDF dipinto a smalto riprende le cromie di questa sezione e introduce un elemento quasi scultoreo. Più che un semplice arredo, l’oggetto prolunga nello spazio il sistema di colori e forme dei dipinti, trasformando la sosta in un punto di osservazione interno alla mostra.

Marco Petrus, panca in MDF dipinto a smalto. Foto: Lorenzo Palmieri.

Uscendo dalla sala principale, l’esposizione introduce una pausa più raccolta. Una parete accoglie le 24 tele della serie A la Morandi, realizzate nel 2023 e distribuite in tre file orizzontali. La disposizione compatta, quasi a formare un’unica grande superficie, accentua il carattere sequenziale del lavoro: ogni tela conserva una propria autonomia, ma entra al tempo stesso in un sistema di relazioni con le altre.
Dopo l’intensità cromatica della sala precedente, la temperatura del colore si abbassa e i rapporti tonali diventano più trattenuti. Il riferimento a Morandi non viene assunto come modello da imitare, ma come occasione per misurarsi con una pittura fatta di equilibrio, silenzio e scarti quasi impercettibili. Il movimento non scompare, ma si trasforma in passaggio graduale tra colori, pesi visivi e rapporti interni alla superficie.

Marco Petrus, serie A la Morandi, 2023. Veduta dell’allestimento. Foto: Lorenzo Palmieri.

Più appartati, tre lavori legati alla Colonna senza fine di Constantin Brancusi riportano il discorso sulla ripetizione modulare e sulla possibilità di una tavolozza infinita. Anche qui il riferimento storico non funziona come citazione illustrativa, ma come occasione per riattivare un sistema di forme, colori e variazioni.
In due punti diversi della mostra compaiono inoltre tre Capricci veneziani del 2019, appartenenti a una fase precedente della ricerca. La loro presenza permette di riconoscere un passaggio già avviato: l’interesse per geometrie, cromie e motivi tratti da un immaginario storico, poi ricondotti a un linguaggio sempre più autonomo e astratto.

Veduta dell’allestimento con Capriccio 23, 2019 (sala in fondo) e Op-Arch 2, 2024. Foto: Lorenzo Palmieri.

La visita si conclude idealmente con le sette opere della serie Empty Pool, realizzate tra il 2020 e il 2022. Le piscine vuote sono osservate dall’alto e ridotte a superfici essenziali, attraversate da campiture fredde e linee verticali che ne accentuano la profondità. Sono immagini prive di figure, nelle quali lo spazio sembra trattenere una memoria d’uso ormai assente. Il movimento, qui, non è più quello dinamico delle sequenze viste nella sala principale, ma una tensione minima tra profondità, superficie e vuoto.

Marco Petrus, serie Empty Pool, 2020 e 2022. Veduta dell’allestimento. Foto: Lorenzo Palmieri.

English Summary

In recent years, Marco Petrus has gradually shifted his painting from architecture as a recognizable subject toward a more abstract, perceptual and dynamic dimension of the image. Marco Petrus: In-motion, on view at M77 Gallery in Milan until 12 September 2026 and curated by Sharon Hecker, brings together 65 works from the last decade in a reverse itinerary built around movement as a principle of visual interpretation. The exhibition includes recent Vertigo works, the Carpet Mundi series based on urban grids and Google Earth views, references to Balla and the representation of movement, a quieter group of works in dialogue with Morandi, pieces related to Brancusi and the Capricci veneziani, and the suspended Empty Pool series.

Marco Petrus, Empty Pool 7, 2022, olio su tela, 120 x 80 cm. Foto: Lorenzo Palmieri.