Mentre è annunciato per Skira un volume dedicato a James Wines, il fondatore dei SITE, Fulvio Irace pubblica, fuori collana per Electa, un ampio testo con magnifiche fotografie dedicato a Emilio Ambasz.
Molti critici lo ritengono il “Messia dell’architettura verde”. Lo si deve al fatto di aver teorizzato un nuovo rapporto tra l’uomo e la Natura. In ragione di ciò, ha anche mutato profondamente i tradizionali modi di rappresentare il progetto. Le sue proposte, ad iniziare dalla Cooperative of Mexican-American Grape Growers, a Santa Rosa, in California del 1979, viene mostrata con pochi disegni tecnici essenziali, suggestivi modelli e un ampio repertorio di immagini. Vere e proprie visioni senza tempo in grado di anticipare, come per Plaza Mayor, a Salamanca, del 1982, o nella proposta per il Grand Rapids Art Museum a Michigan, negli USA 1984, una possibile via d’uscita dalla crisi dell’emergenza climatica dei nostri tempi bui, proponendo soluzioni che vogliono restituire alle città il suolo occupato in precedenza dagli edifici, che nel progetto viene trasformato in piacevoli oasi di verde con parchi e giardini. In questa ottica ha scritto: “Penso che il mio più grande contributo sia sempre stato dimostrare al mondo che puoi evocare lo spirito dell’architettura senza usare gli elementi canonici tradizionali, ad esempio usando balle di fieno. Per costruire un palazzo che salvaguardi l’ambiente ci vuole tecnologia, ma per fare Architettura con la A maiuscola ci vuole Arte. Non si devono mai confondere, infatti, le acrobazie tecnologiche d’un palazzo che rispetta l’ambiente e risparmia energia con i sentimenti che genera una opera d’architettura e muove il cuore”.
Cooperative of Mexican-American Grape Growers, Santa Rosa, California, USA, 1979.
Ambasz nasce in Argentina 76 anni fa. Bambino prodigio a 15 anni progetta la casa per i suoi vicini. Divide l’impegno scolastico con la presenza a studio di Amancio Williams. Nel 1964 lo troviamo a Princeton dove in pochi anni si laurea per entrare al Moma di New York come curator. Nel 1972 realizza la mitica mostra Italy: The New Domestic Landscape dove non solo presenta i protagonisti del Design ma gli industriali, i produttori, gli artigiani, la critica. Nel 1976 lascia il Moma con la grande esposizione dedicata a Luis Barragan con gli straordinari bianchi e neri di Armando Salas Portugal, in un volume pensato per immagini. Nello stesso anno partecipa a Europa / America alla Biennale di Venezia e scrive: “L’architettura non è la risposta ai bisogni pragmatici dell’uomo (cioè il compito di edificare), ma la risposta alla sua passione e immaginazione. Non è fame, ma amore o paura o meraviglia, che ci fa creare. Il principio poetico è il fondamento del nostro creare universi. L’ambito operativo dell’architetto può essere cambiato, ma il compito trascendente resta lo stesso, dare al pragmatico una forma poetica”.
Casa de Retiro Espiritual, Sevilla, Spagna, 1978.
Nonostante gli indiscutibili successi, per molti anni si è sentito emarginato e solo con l’Acros Building a Fukuoka, in Giappone, realizzato 35 anni fa, ha potuto verificare l’uso a grande scala di una sua proposta che ha rappresentato anche una risposta alle questioni dell’impatto ambientale. Nello stesso tempo ha ottenuto il consenso sociale degli abitanti e persino l’inaspettato acclimatamento della vegetazione arborea impiegata.
A ciò aggiunge “Per me l’acqua è importante perché può essere nebulizzata. Ho usato molte volte per evocare la presenza di un edificio che non c’è, e la sua presenza diventa molto forte quando il sole crea un arcobaleno. Ti rinfresca e ti riscalda se crei quelle nuvole di nebbia”.
Fukuoka Prefectural International Hall, Fukuoka, Giappone, 1990.
La nuvola diviene la metafora del sacro, l’evocazione delle divinità che abitano il luogo. Nel 1982 per la Huston Center Plaza, a partire dai bordi esterni propone una serie di tralicci coperti da vitigni, in corrispondenza dei nodi della griglia, definisce i blocchi vegetali, in ordine crescente dal fuori al dentro. Il centro è costituito da uno specchio d’acqua quadrato dotato di apertura circolare che stabilisce il confronto tra la città di luce e la città dell’ombra. L’acqua non è una presenza immobile o decorativa: scende infatti a cascata lungo i bordi del quadrato verso l’atrio sottostante che funziona da piazza sotterranea della città dei servizi, viene usata per irrigare il giardino e, alla fine del ciclo, ritorna alla città con una nuvola di vapore su cui una proiezione a laser disegna figure in movimento.
Ai giorni nostri il suo lavoro viene finalmente considerato profetico e lui un anticipatore anche con oggetti, come la Vertebra Chair, del design sostenibile.
House for Leo Castelli, East Hampton, USA, 1980.
Il volume, messo a punto in otto capitoli e un epilogo documenta il suo lavoro, la volontà nel mettere a punto un giusto equilibrio tra naturale e artificiale, oltre all’ingegno del personaggio che ha inventato soluzioni innovative per integrare la vegetazione parte integrante dell’architettura. Oltre ai progetti già segnalati va ricordato il Lucille Hansel Conservatory, l’Ospedale di Venezia, la Banca dell’Occhio che si ammirano per la genialità delle intuizioni e propongono una nuova chiave di lettura di ciò che si può definire la “visione di Ambasz”.
Ospedale dell’Angelo, Venezia-Mestre, Italia, 2008.




















