I dieci dipinti esposti nella mostra MACRO POP da Luca Vernizzi rappresentano un evento emozionante per la sua pregnante singolarità, distintiva di una poetica cui spetta il dono dell’inattualità.
Abolito ogni elemento contingente, eliminato qualsiasi richiamo ad abituali contesti, gli oggetti rappresentati da Luca ci appaiono enormi, fuori scala, disegnati-dipinti a tempera – una delle tecniche pittoriche più antiche – come se un microscopio interiore ne avesse svelato dettagli che sfuggono all’abituale distratta percezione.
Non sono più gli oggetti che conosciamo per abitudine, sono personaggi, presenze assolute e misteriose, che ci turbano, provocando la scossa dell’agnizione, quasi che nella loro identità ci apparissero per la prima volta.
Viene a mente quanto sosteneva Francis Bacon: l’arte non deve illustrare, né raccontare una storia, ma deve invece produrre uno shock sensoriale e nervoso: to unlock the valves of feeling.
Nella pittura di Luca, questa assolutezza si rivela costantemente. Anche nella sua affermata e nota attività ritrattistica, si trovano caratteri ricorrenti: la mancanza di sfondo, il disegno declinato in chiave di scavo analitico, la scelta antinaturalistica dei colori, in sintesi l’istanza a rappresentare ciò che va oltre la descrizione.
Gli artisti greci apparentati con la Metafisica attribuivano questa facoltà allo stupore indotto dalla visione propria del Terzo occhio.
Ma, nel portare in scena questi dieci oggetti, Luca fa intervenire potentemente il fuori-scala, un procedimento che appartiene alla tecnica dello straniamento e che forse da sempre è stata adottata da pittori, scultori, architetti, drammaturghi, letterati, registi – consapevolmente o no, ma che importa? – fino alla disamina critica datane da Viktor Sklovskij negli anni ’20 del Novecento.
Scodella e cucchiaio, tempera su tela grezza, 155 cm x 250 cm, 2020.
Pensiamo ai lenti e minuziosi piani sequenza sugli orologi da tavolo di Ingmar Bergman in Sussurri e grida; rammentiamo il perturbante impatto estetico dei Bronzi di Riace, più grandi ma vicini a noi, anatomicamente perfetti fino alle vene sottopelle, nudi e soli nella sala bianca del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria; ricordiamo l’occhio gigante dell’incisione di Claude-Nicolas Ledoux: Coup d’oeil sur le Théâtre de Besançon; ma non dimentichiamo i maestri della pittura per i quali la padronanza del mestiere non è mai finalizzata a compiacere lo spettatore, bensì a introdurlo nell’aspetto altro delle cose (sarebbe troppo lungo scriverne qui, seppure sia almeno da sottolineare che la qualità dell’interpretare, nel segno di Hermes, appartiene ai singoli artisti, fuori dai movimenti, ovvero dagli ismi).
Si tratta, dunque, della distanza dai modi corrivi dell’attualità, o perfino da una malintesa tradizione; di una condotta assidua, praticata con pazienza e fermezza, in modi pacati; alieni dal clamore delle avanguardie, ma non per questo meno incisivi.
Le opere di Luca sfidano l’ostracismo verso la figurazione, rendendo lampante, nella rappresentazione, la differenza tra la mimesis e l’analogia; e plateale la pochezza delle contrapposizioni superficialmente accreditate sulla scorta di categorie cui l’essenza dell’arte è del tutto estranea.
Opere, insistendo su questa parola, che inducono ad alcune riflessioni critiche intorno a una corrente distorsione.
Occhiali da sole, tempera su tela, cm 152 cm x 202 cm, 2025.
Di recente ha preso a diffondersi con insistenza una pseudo-categoria di giudizio che distingue gli artisti in due specie: gli artigiani abili nel rappresentare il visibile e i veri artisti, interpreti di qualcosa che supera il visibile.
Si tratta di un’opposizione improntata a un facile riduzionismo, utile soltanto in ambito mercantile; peraltro del tutto avulsa dal secolare lavoro di approfondimento e riflessione teorica intorno al tema.
Federico Zuccari, fondatore e primo Principe (dal 1593) dell’Accademia di San Luca, pubblicò nel 1607 il trattato L’Idea de’ Pittori, Scultori et Architetti, esponendo il concetto che l’opera d’arte è una forma di conoscenza cui l’artefice approda per mezzo del disegno esterno e del disegno interno; ove il primo è la mano, il saper fare, il secondo è la mente, l’idea: due termini indisgiungibili.
Indisgiungibili, come è implicito nella costituzione dell’arte in quanto creazione di un mondo autonomo, parallelo alla natura, ma da essa distinto. Da Goethe a Worringer (Astrazione e empatia, 1907) l’arte non è imitazione della natura, dunque non può essere, come non è mai stata, esito del solo saper fare.
Il peccato originale della contemporaneità è stato quello di separare i termini, facendo prevalere travisandone il senso – quello che Alois Riegl, nel 1893, definì kunstwollen, volontà d’arte; come se l’espressione di tale volontà potesse attuarsi a dispetto della capacità, della competenza tecnica e della maestria nel produrla.
“Una siffatta volontà di spezzare l’abilità, di distruggere il mestiere, di rifiutare la pratica, conoscerà negli anni sessanta la sua apoteosi, allorché l’opera in quanto tale scomparirà a beneficio dell’idea di ciò che essa sarebbe potuta essere. (…) isolato, smarrito, primo testimone e prima vittima della rottura di una tradizione, autodidatta costretto a riapprendere un mestiere in assenza di qualsiasi insegnamento e di qualsiasi maestro, l’artista (…) vive oggi alle spalle del suo titolo, senza dargli più nessun lustro”, Jean Clair, Critica della modernità, 1983.
Quarant’anni dopo le caustiche affermazioni del critico e storico dell’arte parigino (e a sessant’anni dalla profezia di Robert Klein su L’eclisse dell’opera d’arte), il predominio della comunicazione mediatica e la prepotenza della finanza rendono ancor più lacerante la condizione attuale, che include o esclude dal novero degli artisti di valore i protagonisti di stagioni passate, come del presente.
Detersivo per i piatti, tempera su tela grezza, 249 cm x 163 cm, 2020.
Luca Vernizzi nella sua lunga carriera e in questa impegnata e impegnativa mostra afferma, con le “opere”, che sussiste la possibilità di resistere alla riduzione verso exploits brillanti, ma vacui, seppure sostenuti da mercanti e critici sodali.
L’inattualità è, dunque, la categoria entro la quale si collocano le opere di Luca e di altri protagonisti tuttora impegnati nella sfida al tam tam mediatico e al mercato.
Artisti autentici, che non si adattano, lavorano nella convinzione che le opere non appartengono a un tempo definito; sono fuori dal tempo e intrattengono tra di loro un dialogo ininterrotto, travalicando le epoche.










