Ho avuto modo di conoscere Gae Aulenti a Parigi. Una serata a cena nell’ospitale casa dei coniugi Fabiani, entrambi corrispondenti de “l’Unità”, quando era ancora l’organo del PCI, mentre con Laura Betti preparavamo il progetto che ha invaso quella città per ben tre mesi Avec les armes de la poésie, dedicato all’opera di Pasolini. Gae stava elaborando le prime fasi del progetto per la ristrutturazione della Gare d’Orsay trasformata in Museo dell’arte dell’Ottocento.
Anni dopo, con Antonio Damia che voleva realizzare un film documentario per la Rai, andammo nella sua bella casa sulle colline vicino Gubbio, per una intervista. Si trattava del seguito dei Maestri Italiani realizzati su Giovanni Michelucci e Paolo Portoghesi da Antonella Greco e il sottoscritto. In quella occasione, preparando i testi per il dialogo, ebbi l’opportunità di scoprire un personaggio dal multiforme ingegno. Una progettista totale, capace di evocare il modello rinascimentale, e di passare con grande disinvoltura dalle scenografe per il teatro al design, dagli allestimenti museografici agli arredi interni, all’architettura, in grado di lasciare il segno in ognuno degli interventi.
Gae Aulenti, piazzale Cadorna, Milano. Foto: Guia Sambonet.
Si viene colti di sorpresa all’arrivo del volume gentilmente spedito dall’ufficio stampa. Imprevisto il formato sesquipedale, ovvero lungo un piede e mezzo, come i mattoni usati dagli antichi romani. Inaudito il numero di pagine. Giungono a sfiorano le 1.000. Ripercorrono la lunga carriera e la vita di Gae Aulenti. Il testo è di Giovanni Agosti, storico dell’arte che insegna alla Statale di Milano con studi dedicati alla tradizione classica nella cultura figurativa italiana. Hanno collaborato la nipote di Gae, Nina Artioli, responsabile dell’Archivio, e Nina Bassoli, curatrice della Triennale Architettura, il settore rigenerazione urbana e città. Il volume è stato realizzato in occasione della grande retrospettiva che si poteva visitare a Milano, nella Triennale, fino al 12 gennaio 2025. Tra queste pagine scorre, in ordine cronologico, una vita narrata come se si svolgesse sotto i nostri occhi. Presenta infatti gli episodi più importanti intrecciati alle vicende del suo lavoro. Il tutto proveniente dall’archivio, da testimonianze e da interviste fatte nel corso della sua esistenza, da Alberto Arbasino a Dacia Maraini, da foto personali e di quelle di tantissimi progetti. Giunti alla fine è possibile ricostruirne la storia e avere una visione convincente del mondo abitato dalla Gae. Ciò avviene proprio oggi, mentre le cronache dei quotidiani sembrano riproporci i tempi da quella che è stata chiamata la Milano da bere.
Viene spontaneo chiedersi quanto tempo sia stato impiegato per mettere a punto il lungo testo. Puntuale, per alcune vicende vissute dalla protagonista persino puntiglioso e in grado di attribuire al soggetto trattato quel meritato allure internazionale che si addice bene a lei. Per Gae la memoria corre a quei versi dell’Odissea dedicati ad Ulisse che recitano: Musa, nel nostro caso quella donna di multiforme ingegno, dimmi, che molto errò, … con tutto ciò che segue.
Gae Aulenti, villa a Capalbio.
Si tratta di opere tutte perfette? No di certo. E credo che neppure lei lo avrebbe preteso. Vero è che alcune hanno fatto la storia. Senza la pretesa di un giudizio definitivo e in una rapida carrellata ritengo siano emblematici: L’arrivo al mare a Milano, al Palazzo dell’Arte, 1964; il negozio Olivetti a Buenos Aires, 1968; la mostra Futurismo & Futurismi a Palazzo Grassi 1986; la scenografia per Il viaggio a Reims, 1985 e per Elektra con la regia di Luca Ronconi 1994 al Teatro La Scala a Milano dove realizza la sala cinematografica allo spazio Oberdan, 1999. A tutto ciò si aggiunge la Sgarsul per Poltronova; la lampada Pipistrello per Martinelli Luce; il negozio Olivetti a Parigi in Faubourg Saint-Honoré; casa Bulgari a Roma 1972; Tavolo con ruote per Fontana Arte 1979; i vasi Torto e Ritorto per Venini 1993; Piazzale Cadorna anch’essa a Milano 1999.
Gae Aulenti, allestimento per la mostra Italy: The New Domestic Landscape, MoMa, New York, 1972.
La prima visita alla Gare riadattata confesso che non mi ha convinto. Non ho amato quel tono esaltante in grado di evocare la marcia trionfale della Aida, ma nulla da dire dei dettagli e della messa in scena assai curata dei capolavori di quel secolo, alcuni dei quali giustamente riscoperti e messi in mostra in modo adeguato, per non parlare dell’uso della grande vetrata che separa lo spazio espositivo dalla grande hall per l’accoglienza e i servizi relativi. Come non citare Hugo Cabret, il bel film di Martin Scorsese ambientato tra quegli spazi dove ci vive un orfano coinvolto in un mistero legato a un automa e al pioniere del cinema Georges Méliès. Interessante ciò che afferma a proposito della collaborazione con Luca Ronconi. Con lui allestisce nel ’74 la prima sceneggiatura a Napoli: “Lavorando per il teatro ho capito il valore dell’azione per l’architettura: anche nell’allestimento del Museo d’Orsay entra il concetto di azione, nei percorsi, nei passaggi da uno spazio all’altro, nei viali. Un’idea di tempo, oltre che di spazio”.
Gae Auelenti, ampliamento dello Château de la Croë, Cap d’Antibes, Francia.
Ancora dubbi per la ristrutturazione a Barcellona del Palau nacional, quel grande edificio realizzato in occasione della Esposizione universale del 1929 sulla collina di Montjuïc e destinato fin da allora a usi museali. Qui progetta il riuso degli affreschi recuperati e messi in scena in uno stile che presto avrebbe trovato imitatori in tutti i musei di provincia. Penso all’uso della grande sala a pianta ovale, l’ambiente di rappresentanza e il resto, una struttura di ben 54.000 metri quadri che progressivamente viene aperta al pubblico fino al 2004. In entrambi i casi sembra che la cultura high tech non abbia portato nessuno giovamento alla sua architettura. Che il Beaubourg, su cui anni dopo interviene, sia stato realizzato invano, come tutti gli interventi di Norman Foster che pure hanno dischiuso un mondo, per chi lo vuole e sa vedere. E che dire del padiglione Italia per l’Expo di Siviglia, progettato con Pierluigi Spadolini? Un’occasione persa, nonostante l’invenzione del grande mappamondo e il rituale dell’esposizione dei modelli delle Ferrari appesi alle pareti. Anch’esso pronto per essere imitato. Non appare certamente in sintonia con quelli più stimolanti e convincenti. Né con la seducente invenzione in legno che Tadao Ando ha messo a punto per il Padiglione del Giappone. Neppure per quello degli USA o della Francia. Né tanto meno per la proposta degli Emirati Arabi, un’opera aperta e in evoluzione di James Wines dei SITE, come la suggestiva promenade pensata con acqua nebulizzata, assai prima del bar sul lago, il BLUR BUILDING, che Elizabeth Diller e Ricardio Scofidio hanno messo a punto per l’Expo in Svizzera.
Gae Aulenti, lampada Ruspa per Martinelli Luce, 1967.
Per il “Il Giornale dell’Umbria” ho scritto un articolo assai polemico sulla realizzazione della piazza a Gubbio. Non mi hanno convinto quei lampioni in acciaio cor-ten la cui sfilata metteva fuori asse la facciata della bella chiesa dedicata a San Giovanni. Gli stessi si ritrovano a Potenza, per Piazza Pagano. Qui, a proposito di poteri forti, dopo le due vittorie per il preliminare e il definitivo, ottenuto nel concorso nazionale dal progetto del gruppo di Valerio Giambersio, l’incarico ad personam viene attribuito a Gae Aulenti, nel silenzio assordante del locale Ordine degli Architetti, dove il presidente si è ben guardato dall’abiettare qualcosa. A proposito dei pilastri “…sono un marchio di fabbrica, una cifra ‘psichica’ più che stilistica che pervade, in modo trasversale, i lavori di Gae Aulenti: dominano con la loro caratura drammatica sulla scena della celebre Elektra scaligera con la regia di Luca Ronconi (1994); stipano lo spazio aggraziato dell’aeroportino di Perugia; si fanno foresta urbana nel rifacimento di Piazza Cadorna a Milano (2000); diventano elementi attorno ai quali far ruotare lo spazio labirintico immaginato per la mostra dedicata a Christo alla Rotonda della Besana a Milano (1973). Il pilastro è una sorta di costante drammatica che vigila sulla scena architettonica mettendosi di traverso rispetto a ogni rischio di percezione accomodante. È il segno, volutamente invasivo, del pensiero e dell’energia critica che abita ogni progetto della Gae”.
Non del tutto convincente l’intervento sulle ex Scuderie del Quirinale perché non si avverte il dialogo con la città se non per la scala di servizio, dove si ammira il panorama. Qui già esisteva ed era stato appena completata la proposta messa a punto da Franco Borsi. Distrutta, con relativo dispendio di risorse, per il capriccio del nuovo presidente.
Gae Aulenti (scene), Luigi Ronconi (regia), La fiaba dello Zar Saltan, 1988. Foto: Lelli e Masotti ©Teatro alla Scala.
Tra le architetture più riuscite, a parere del sottoscritto, la ristrutturazione del Palavela realizzata in occasioni delle Olimpiadi invernali a Torino 2006. Qui ha trasformato l’intervento di Pier Luigi Nervi in una struttura adatta ad ospitare le gare di pattinaggio. Il Termovalorizzatore a Forlì, 2008 dove la planimetria sposa l’andamento Nord-Sud del lotto con i volumi con diverse funzioni e i tetti articolati su diversi livelli, per attestare l’identità di una azienda dove l’alta tecnologia si ibrida con l’innovazione. Di sicura suggestione anche Palazzo Branciforte a Palermo 2012, un Palazzo del Cinquecento, residenza del Conte di Raccuja, restaurato e trasformato in un Polo Culturale per accogliere una collezione archeologica, numismatica e artistica con una biblioteca che conserva un affresco di Ignazio Moncada e un auditorium all’avanguardia.
Nel bel volume non manca la cronologia dei testi elaborati dell’architetto e un regesto che conta oltre ottocento progetti dove la nostra protagonista appare assai diversa dal personaggio che si crede di conoscere.
Gae Aulenti in piazza San Marco, Venezia, 1975. Foto: Maria Mulas.






























