A vent’anni dalla morte di Giancarlo De Carlo, la pubblicazione a fine 2025 di un corposo studio firmato da Tiziana Fuligna offre una nuova prospettiva sul legame fra l’architetto e Urbino. Il volume, edito da Aracne nella collana MensCorpus, non si limita alla cronaca progettuale, ma ambisce a ricostruire il clima intellettuale di un’esperienza che ha segnato l’urbanistica italiana del Novecento.
Il cuore del saggio è l’incontro fra Giancarlo De Carlo e il Rettore dell’Università di Urbino Carlo Bo. Quello che nacque come un incarico professionale – De Carlo fu chiamato da Bo per una ristrutturazione di un edificio dell’ateneo agli inizi degli anni Cinquanta del secolo scorso – si tramutò rapidamente in un progetto di ampio respiro, capace di trasformare la marginalità di Urbino in un centro di cultura internazionale. Attraverso una scrittura fluida che integra rigore storico e testimonianze dirette, l’autrice delinea i profili dei protagonisti e delle figure chiave come il sindaco Egidio Mascioli, Livio Sichirollo, Elio Vittorini.
Urbino, fine anni Cinquanta. Fotografia Archivio del Comune di Urbino.
Dai capitoli tecnici sulle opere e sul Piano Regolatore emerge una visione della pianificazione intesa come “pedagogia urbana”: per l’architetto, lo spazio non era un vuoto edilizio da riempire, ma uno strumento essenziale per modificare la società, per promuovere quel processo di condivisione civica che oggi consideriamo cardine della coesione sociale. Il progetto urbanistico si fondò, pertanto, sul coinvolgimento dei cittadini e divenne presupposto necessario per la realizzazione partecipata della tutela dei diritti e della cura del territorio, anticipando i moderni paradigmi del concetto di cittadinanza attiva.
Periodico dell’Amministrazione comunale. Nelle fotografie, graficamente rielaborate, si riconoscono edifici di De Carlo e la segnaletica progettata da Albe Steiner con gli allievi del Corso Superiore Speciale di Grafica. Anche l’impaginazione del giornale era curata da Steiner e dai docenti della scuola insieme ai loro allievi. Fra questi anche il giovane Massimo Dolcini. La redazione era curata da Lidia Massolo Morra. I marzo 1969. Proprietà dell’autrice.
Il “caso Urbino” è stato un punto di convergenza fra architettura, letteratura, filosofia, politica ed educazione. La città viene qui letta come un organismo in continua evoluzione, fondata su un’idea di partecipazione collettiva che De Carlo assimilò dalle avanguardie architettoniche europee e americane, e sperimentò innovandole nella progettazione urbinate.
Negli anni Ottanta per riannodare i fili del dialogo con la città fu richiamato in scena De Carlo dall’allora sindaco Giorgio Londei con l’incarico di redigere un secondo Piano Regolatore che fosse l’evoluzione naturale della visione urbanistica avviata un trentennio prima. Nel frattempo, il legame con l’Università e con Carlo Bo non venne mai meno: una relazione intellettuale che proseguì fino alla scomparsa dei due protagonisti. La loro collaborazione, protrattasi per mezzo secolo, è fra i sodalizi più longevi nella storia dell’architettura e dell’arte.
Urbino, fine anni Cinquanta. Fotografia Archivio del Comune di Urbino.
Il libro si chiude idealmente con il dialogo fra De Carlo e il suo maestro ideale, Francesco di Giorgio Martini, un legame che porta la riflessione oltre il dato storico. Il saggio restituisce così il senso profondo di un’alleanza che ha saputo coniugare modernizzazione e identità storica, offrendo spunti di riflessione fortemente attuali su come l’architettura possa farsi interprete delle necessità civili di una comunità.










