Tra i pochi insegnamenti appresi nella facoltà di architettura che hanno fatto breccia nel mio modo di intendere la storia di questa disciplina, si trova la convinzione che spetta ad ogni generazione riscrivere l’interpretazione dei fatti, soprattutto lo scorrere delle ultime vicende. Nasce quindi spontaneo chiedersi, pur cogliendo la sua rilevanza, il perché della riedizione di un libro pubblicato nel 1984.
Jean-Louis Cohen (1949-2023) ha svolto senza dubbi un lavoro importante nel diffondere la conoscenza dell’architettura del XX secolo. Lo ha fatto dall’Institute of Fine Arts della New York University e come membro del Collège de France. Va inoltre citata la sua partecipazione alla redazione di “Casabella”, negli anni in cui Vittorio Gregotti l’ha diretta col suo personale ed esclusivo punto di vista. Si devono a lui anche numerose pubblicazioni come The Future of Architecture Since 1889. A Worldwide History (Phaidon, London, 2012). Con Pippo Ciorra, Gli architetti di Zevi. Storia e controstoria dell’architettura italiana 1944-2000, il catalogo della mostra tenuta al MAXXI di Roma nel 2018.
In questo ponderoso saggio mette a punto una rilettura critica dell’architettura italiana e la sua influenza, dalla fine degli anni Sessanta all’anno di pubblicazione. La mette a confronto con ciò che contemporaneamente avveniva in Francia. L’obbiettivo? “Studiare come gli architetti francesi percepiscono questo rapporto attraverso esperienze estere, in particolare in Italia, paese che sembra oggi svolgere un ruolo di modello o di compensazione di fronte al crollo dei riferimenti delle Belle Arti”. Alcune “osservazioni retrospettive” si possono trovare nella seconda edizione, stampata nel 2015, quando l’editore belga Mardaga ripubblica il volume. In questo abbiamo l’opportunità di leggere l’ampio saggio, la sua introduzione e la postfazione del curatore.

Jean-Louis Cohen, La coupure entre architectes et intellectuels, ou les enseignements de l’italophilie, “In extenso, Recherches à l’École d’Architecture Paris-Villemin”, 1, 1984, copertina.

Manfredo Tafuri, Teorie e storia dell’architettura, Laterza, Bari 1968, copertina.

Cohen approfondisce il fatto che in Francia l’architettura rappresenta un “affare di stato”. Ciò ha rappresentato un impedimento alla libera espressione dei progettisti che progressivamente hanno perso interesse a confrontarsi con un organismo accentratore che decideva tutte le politiche per le infrastrutture e l’edilizia. Solo con il ’68, evaporata la lezione dei maestri e mostrati i punti di caduta della modernità, espressi dall’International style, si evidenzia lo iato esistente con gli intellettuali, rispetto ad un sapere che andava evidenziando sempre più i connotati politici e sociali. Allora la cultura architettonica francese volge lo sguardo oltre le Alpi e inizia ad assorbire le influenze straniere come il dibattito che provenivano dal nostro Paese. In realtà ciò si era già manifestato ai tempi del Rinascimento, con i testi dell’Alberti. Quindi con la presenza del Bernini, chiamato per il Louvre. A cui si aggiunge l’interesse per Piranesi e la stagione dei viaggi in Italia e la formazione dei pensionati di Villa Medici.
Terminata la lettura delle 300 pagine di ciò che l’autore definisce un Bildungsroman, un testo di formazione, salta agli occhi una visione incentrata sull’ambiente culturale veneziano e milanese, senza alcuna considerazione per ciò che è avvenuto nel resto d’Italia. Appare come se le università, i centri di ricerche, le riviste d’architettura e le case editrici, ad iniziare dalla Laterza di Bari o Officina di Roma che pure ha pubblicato i primi volumi di Tafuri, che hanno svolto un ruolo importante, fossero state per tutti quegli anni praticamente mute e prive di qualsiasi intervento degno di nota.
Cohen propone una lettura che non è completa. Ad iniziare dal rapporto tra i progettisti e i partiti politici, iniziati fin dai tempi della ricostruzione. Per il nostro autore ciò che definisce l’italofilia avviene grazie al cenacolo veneziano, dove Tafuri promuove ricerche storiche cooptando al loro interno studiosi francesi. A ciò si aggiunge l’ambiente culturale milanese, grazie anche al successo universalmente riconosciuto della “Tendenza”, ad iniziare dai progetti e le pubblicazioni di Aldo Rossi. Nessuna traccia per l’architettura organica promossa da Zevi con testi importanti. Né per il neorealismo che, a suo modo di vedere, attraversa quegli anni senza lasciare tracce.

Massimo Cacciari, Franco Rella, Manfredo Tafuri e Georges Teyssot, Il dispositivo Foucault, Cluva, Venezia 1977, copertina.

Italie 75, “L’Architecture d’Aujourd’hui”, 181, 1975, copertina.

L’innamoramento per l’Italia viene rafforzato grazie anche ad una serie di concorsi vinti da progettisti che vanno da Piano a Valle, da Gregotti ad Anselmi, a Fuksas. Si può trovare appena un cenno al ruolo svolto da Portoghesi. La Strada Novissima e al Postmoderno rappresentano uno “scandalo”.
Non ne parla neppure il curatore, eppure nel 2022, a dimostrare che non esiste solo Cohen ad occuparsi dell’Italia, è stato pubblicato, con la Prefazione di Claudia Conforti, il volume di Benjamin Chavardès, L’Italie post-moderne Paolo Portoghesi, architecte, théoricien, historien, Collection “Art & Société” Presses Universitaires de Rennes.
Chavardès, docente alla Facoltà di Architettura di Lione, arricchisce la conoscenza di Portoghesi con un testo che supera la classica monografia per ragionare a tutto campo sull’architettura italiana del Novecento. La esplora attraverso i protagonisti e inserendosi all’interno di un ritorno di interesse verso gli anni caratterizzati dalla crisi del movimento moderno. La sviluppa con gli scritti di Robert Venturi e Charles Jencks. Le mostre come la XV Triennale di Milano (1973), Roma Interrotta (1978) Cadavre exquis dans an Rome interrompue e la prima Biennale di Architettura di Venezia (1980). In quella occasione a Venezia, dove non opera solo Tafuri, si è svolto un utile confronto tra i progettisti e critici americani e quelli italiani sulla necessità di concepire il progetto architettonico e urbano, rinnovando il dialogo con la storia.
Tutto ciò non viene evidenziato, nonostante che abbia sollevato interesse tanto da essere replicata anche in Francia. Forse lo si deve alla cesura di chi ragiona ancora per appartenenze mentre appare necessario, soprattutto in un momento come quello che stiamo vivendo, la necessità di superare le confraternite se davvero si ritiene che l’architettura abbia ancora una funzione da svolgere e quindi necessita non di visioni parziali, ma finalmente dell’apporto di tutti.
Anche di ciò che non si condivide.