Per la terza edizione 2025 del Festival Architettura promosso dal Ministero della Cultura, nel corso del “Festival all’insù” svoltosi in Valle Camonica dal 4 al 12 aprile 2025 è stato assegnato il Premio “Abitare minimo in montagna”, dedicato a opere architettoniche di piccola scala, capaci di attivare un dialogo virtuoso con il paesaggio e il patrimonio edilizio delle aree montane italiane. Curatore scientifico del Festival, del Premio e di “VioneLab”, Giorgio Azzoni risponde ad alcune nostre domande sull’edizione appena conclusa e sul ruolo dell’architettura nei territori interni e sugli scenari futuri.

IM: Dalla prima esperienza di “VioneLab” nel 2019 sino a oggi, il progetto culturale che sostiene il “Festival all’insù” si è evoluto senza perdere coerenza. Quali sono le condizioni che hanno permesso questa continuità e crescita?

GA: Certamente la consistenza del tema, diffuso, sentito e per nulla effimero della rigenerazione in aree decentrate, e la scelta di lavorare (pazientemente) alla piccola scala. Pur in presenza di un contesto ambientale di qualità, abitare nelle aree montane distanti da reti e capoluoghi (le aree interne) è difficile e penalizzante. Le difficoltà dei giovani a restare per mancanza di servizi e occasioni determinano l’abbandono dei paesi con l’avvio di inevitabili processi di degrado. Nel nostro caso l’ente pubblico locale (il Comune di Vione) e quello territoriale (la Comunità Montana di Valle Camonica) si sono attivati per costruire un percorso di natura culturale e sociale al servizio dei cittadini, sostenendo un progetto pluriennale in grado di portare un contributo di idee operative all’interno della piccola comunità. Anziché affidarsi a una figura demiurgica, si è preferito costruire un percorso impostato su coerenza e piccoli passi che ha portato questo paese a divenire un luogo di attiva sperimentazione, utile a sé e ad altri.
Il primo atto è del 2021, con l’allestimento della mostra di progetti realizzati nell’arco alpino “Abitare, un paese, in montagna” esposta in grande formato nelle strade del centro storico che ha di fatto aperto una strada, suscitando interesse e sollecitando gli abitanti con esempi concreti e replicabili. Costruita su misura e indirizzata principalmente alla comunità, ha rivelato come la buona architettura di carattere sociale sia in grado di contribuire a gestire in modo compatibile i processi, divenendo un fattore attivo di trasformazione coerente con la natura dei luoghi.
Nella costruzione del progetto culturale di “VioneLab” mi hanno guidato i concetti di adeguatezza e di misura oltre alla convinzione che nei piccoli paesi è determinante la qualità realizzata alla minima scala. Dove tutto è piccolo (dall’urbanistica all’economia) anche la trasformazione di un singolo edificio o limitati spostamenti di posizione e funzione, ogni scelta architettonica di dettaglio può contribuire a ricostruire in modo armonico (e contemporaneo) l’ambiente urbano, oppure a danneggiarlo. Secondo questa logica sono state quindi organizzate attività operative di ricerca e sperimentazione residenziale con enti e università (Politecnico di Milano, IUAV di Venezia, Università di Brescia, IULM, NABA e Brera di Milano, Fachhochschule Graubünden di Coira) e di riflessione culturale mediante cicli d’incontri con interpreti d’eccellenza della rigenerazione nelle comunità di montagna, che hanno reso aperto il laboratorio in Vione e riverberato il suo eco in altre province.
L’interesse per progetti di recupero capaci d’innescare processi di rilancio sociale e la ricerca di interventi esemplari per tipologia, funzioni insediate, committenza e qualità architettonica ha quindi guidato l’istituzione dei due Premi: “Architettura minima nelle Alpi” con Bando internazionale del 2024 e “Abitare minimo in montagna” di quest’anno, di carattere nazionale. Queste attività, sostenute dalla crescita di “VioneLab” sia sul piano logistico che dei contenuti, sono state rese possibili grazie al decisivo impegno del Distretto Culturale (Servizio Cultura e Valorizzazione del Territorio della Comunità Montana), che ha permesso di accedere a finanziamenti (Fondazione Cariplo e Ministero della Cultura) e sostenerne l’impianto organizzativo.

Esposizione del premio “Abitare minimo in montagna” alla Fachhochschule Graubünden di Coira, in Svizzera.

Il “Festival all’insù” si distingue per una visione ampia, che combina architettura, cultura, comunità e paesaggio. Guardando all’edizione appena conclusa, quali momenti hanno espresso al meglio questa visione?

L’architettura è attività contestuale, vive nelle relazioni e assume più alta responsabilità dove è forte (ed evidente) il rapporto con l’ambiente naturale e le culture locali. Soprattutto se situata in luoghi extracittadini e nelle aree di minore urbanizzazione, per essere socialmente efficace deve interpretare i luoghi secondo una visione di servizio. I nove giorni del Festival hanno trasmesso questa volontà, presentando al pubblico progetti e realizzazioni che hanno rigenerato gli ambiti spaziali e abitativi di riferimento mediante approcci e realizzazioni virtuose. Le numerose attività si sono svolte in diverse sedi dell’intera Valle Camonica (un territorio alpino di grandi dimensioni e varietà bioclimatica), coinvolgendo comunità locali e gruppi tematici, residenti e turisti, appassionati e passanti con l’obiettivo di dimostrare a vari livelli le potenzialità non solo estetiche dell’architettura, una disciplina dotata di forti valenze sociali e culturali.
I partner coinvolti dal Festival, l’Università della Montagna – Unimont di Edolo (sede dell’Università degli studi di Milano), il MusIl – Museo dell’Energia Idroelettrica di Valle Camonica (sede del Museo dell’Industria e del Lavoro di Brescia) e l’associazione ArCa (Architetti Camuni) hanno contribuito a gestire attività di studio, divulgazione, intrattenimento e di operatività sperimentale, sempre nello stretto rapporto tra costruzione e ambiente, in relazione a fattori climatici, altimetrici e ambientali. Le realizzazioni visitate in loco e quelle presentate nel corso dei convegni contengono tutte, in forma e misura anche diversa, questa combinazione di architettura, cultura, comunità e paesaggio, Difficile scegliere un momento più significativo rispetto ad altri, suggerisco quali momenti critici di valenza ampia le attività riguardanti l’architettura “alpina” di Gio Ponti (centrali idroelettriche e Sporthotel in Val Martello) e le riflessioni intorno ai progetti vincitori e menzionati del Premio.

Esposizione del premio “Abitare minimo in montagna” al Bled Culture Institute di Bled, in Slovenia.

Il premio “Abitare minimo in montagna” ha raccolto 42 opere da tutta Italia, restituendo un panorama eterogeneo, sia per collocazione geografica sia per approccio. C’è un criterio o un valore che, più di altri, ha guidato le vostre scelte durante la selezione? E quali tendenze o sensibilità emergono con più forza dal lavoro dei progettisti nelle aree montane oggi?

La convinzione che il progetto architettonico debba essere un atto culturale di valore sociale e valenza ambientale ha guidato sia la costruzione del progetto generale di “VioneLab” che le attività del Festival. La chiarezza del Bando ha agevolando sia la selezione dei progetti pervenuti che i lavori della Commissione sino alla scelta finale, che ha richiesto particolare attenzione per dettagli, caratteri e significati. La Giuria, presieduta da Dario Costi e composta da Carla Bartolomucci, Antonio De Rossi, Federica Visconti e da me stesso, ha valutato il rapporto tra quantità dei mezzi utilizzati e qualità ottenuta, la convivenza critica tra il nuovo e l’antico all’interno di un profondo ascolto del contesto, la portata dell’intervento in termini di rigenerazione sia architettonica che comunitaria, l’innovazione, la sostenibilità e la replicabilità delle modalità d’intervento. Dai progetti selezionati sono emersi tratti comuni, quali la flessibilità tipologica e l’adattamento delle riconversioni, indirizzate a realizzare multifunzionalità, sintesi tipologica, aggregazione tra le parti all’interno di evidenti chiarezze formali. Questi fattori esprimono apprezzabili qualità architettoniche, non sempre rilevabili nel panorama dell’architettura contemporanea.
La sobria e misurata attenzione dei progetti migliori parla di un diffuso modo di sentire l’architettura quale attività formativa, sia in senso costruttivo (nei confronti del suolo, dell’ambiente urbano e del paesaggio) sia in senso educativo (nei confronti degli abitanti), inducendo le comunità a considerare le risorse locali, anche minime, come un valore su cui impostare il proprio abitare. La maggioranza degli interventi presentati al Premio riguarda edifici situati in piccoli ambiti urbani e rurali, isolati o entro complessi edilizi esistenti, spesso abbandonati o destinati al degrado collocati in luoghi d’interesse storico e paesaggistico. I progetti forniscono un quadro articolato dei diversi modi diversi di approcciare le preesistenze, interpretate in modo leggero e sensibile, integrate con nuovi corpi edilizi interni o esterni alle vecchie strutture o instaurando con esse una dialettica finalizzata alla distinzione complementare tra esistente e nuovo intervento. Volumi, tessiture, materiali e dinamiche formali delineano un alfabeto minimo della rigenerazione, entro una comune consapevolezza che anche le architetture minori e i piccoli interventi prodotti da progettisti colti e sensibili possono partecipare con dignità al panorama dell’architettura contemporanea.

Esposizione del premio “Abitare minimo in montagna” all’Architekturgalerie München di Monaco di Baviera, in Germania.

Un aspetto ricorrente è la volontà di generare valore architettonico e sociale anche attraverso interventi molto piccoli. Il concetto di “minimo” è stato interpretato in modo articolato, come misura e non come riduzione. Come si è costruita questa definizione condivisa e perché è così centrale nel premio?

Architettura minima è un pensiero, un modo d’essere e di concepire il mondo in modo etico prima che estetico. L’intervento di piccola scala generalmente persegue l’ottimizzazione delle risorse, sia per l’utilizzo integrato e compatibile dei mezzi impiegati che per la durabilità e l’adattamento delle strutture edilizie a nuovi contesti abitativi, ma il valore risiede soprattutto nella qualità. Operare alla piccola scala significa attribuire significato a ogni scelta, spaziale, materica e funzionale, agire con una specie di lente d’ingrandimento mentale che rende ogni dettaglio importante. Il rapporto diretto e costante con la committenza e gli artigiani esecutori determina inoltre una particolare cura in tutte le situazioni del processo edilizio, dalle prime scelte alle ultime finiture. Nelle situazioni di recupero e riconversione, inoltre, la coerenza tra il nuovo e l’esistente favorisce una sintesi qualificante (anche sul piano culturale), poiché i pochi elementi in gioco permettono una riflessione più meditata e attenta: flessibilità, riconversione, multifunzionalità, sintesi tipologica, aggregazione nella chiarezza delle forme, esprimono nuove qualità architettoniche di valore relazionale spesso trascurate. Per conoscere i luoghi e meditare le loro coerenti trasformazioni sono necessarie pazienza e metodo. La piccola scala agevola un progetto più attento e umano, si avvicina maggiormente alla vita vissuta, del progettista e dei futuri abitanti degli spazi che, nelle migliori realizzazioni, divengono luoghi dell’abitare.
Contestuali, concepite empaticamente “su misura”, spesso nate dalla frequentazione dei luoghi (anche amati) da parte dei progettisti, espressione di processi di conoscenza e di condivisione con la committenza, queste architetture minime sono in grado di accogliere memorie e proiettare aspirazioni, caricandosi di un tessuto di relazioni umane e, spesso, di spessori esistenziali.

La mostra con i progetti selezionati è itinerante, con tappe previste in Svizzera, Slovenia e Germania. E guardando avanti, quale sarà l’evoluzione del progetto?

Il Festival ha dimostrato l’esistenza di un’altra architettura, colta, pragmatica e attenta alle esigenze degli uomini. Un’architettura che pone al centro la rigenerazione edilizia e comunitaria come punto chiave per l’abitare nelle aree interne montane. Incontri, dibattiti, visite e spettacoli hanno reso visibile un’altra Italia, ancorata alle culture locali stratificate ma proiettata in modo sostenibile nel futuro. La mostra del Premio “Abitare minimo in montagna” ha portato durante l’estate il suo messaggio eccentrico in alcune sedi europee, suscitando interesse per una visione che intende i saperi territoriali quali fattori di sperimentazione e produzione di nuove forme di abitabilità. 
Presso la Fachhochschule Graubünden (Università di Scienze Applicate dei Grigioni, Svizzera) di Coira la mostra ha coinvolto prevalentemente gli studenti di Architettura sul piano dell’intervento nei centri storici e nell’ambiente costruito, trattandosi di una regione molto attiva nella produzione di architettura contemporanea di natura contestuale. A Bled in Slovenia, luogo di turismo e vacanza, presso il Bled Culture Institute i progetti hanno incontrato un pubblico più generico, interessato maggiormente agli aspetti qualitativi dell’abitare famigliare e al rapporto con i caratteri paesaggistici mentre a Monaco di Baviera, presso una sede dell’Architekturgalerie München sono stati apprezzati sia gli aspetti estetici che le scelte tecniche derivanti dall’ampio panorama regionale offerto dalla mostra. Questo percorso ha offerto all’attenzione di un pubblico differenziato, di studenti, cittadini e professionisti, un panorama comparativo dell’architettura italiana contemporanea altrimenti difficilmente osservabile.
Ora “VioneLab” ha compiuto un percorso e tracciato una linea di ricerca, anche attraverso le ultime realizzazioni: il ripristino dell’antica segheria veneziana lungo la via ciclabile dell’Oglio da parte dell’Amministrazione comunale e i piccoli interventi (progettazione e autocostruzione) di Microazioni Montane di ArCa per contribuire, nelle tre frazioni, a considerare lo spazio pubblico come un ambito comune in grado di migliorare l’abitabilità quotidiana dei luoghi.
L’impulso iniziale del 2021 ha in questi anni spinto e trasformato “VioneLab” in un articolato sistema di relazioni culturali che ha destato attenzione, interesse e curiosità. Sul piano interno ora è il momento, per abitanti, associazioni e amministratori della piccola comunità, di fare tesoro delle molte idee e delle iniziative operative realizzate per tradurle in scelte che decideranno del volto e della natura del paese. Vione presenta caratteri architettonici e urbanistici storici di rilievo ma solo evitando di perdere autenticità potrà divenire apprezzato luogo di vita e sede di un turismo attento e compatibile con l’ambiente montano in rapida trasformazione. Sul piano culturale si è consolidata una stretta rete di relazioni tra professionisti che intendono il progetto come un (lento) lavoro artigianale e che seguono con dedizione il rapporto con la committenza e le maestranze in una prospettiva di crescita culturale, dedicandosi al sostegno delle filiere locali che rafforzano la possibilità di risiedere in montagna.
L’accuratezza del progettista, soprattutto se figura di valore e mediatore culturale, non riguarda solo la forma architettonica ma sorveglia l’intero processo. È finalizzata al recupero sapiente di caratteri edilizi e lavorazioni, per tradurre i fatti costruttivi e i modi d’intendere l’abitare da tradizionali in contemporanei. Il (paziente) lavoro continua.

Esposizione del premio “Abitare minimo in montagna” all’Architekturgalerie München di Monaco di Baviera, in Germania.

Oltre al premio, il Festival ha ospitato mostre, escursioni, spettacoli e incontri pubblici, con una forte attenzione ai luoghi e alle comunità. Come è stato accolto? C’è stato un episodio o un confronto che ti ha particolarmente colpito?

Oltre alle attività rivolte prevalentemente ai progettisti, desidero sottolineare come siano stati importanti i momenti di coinvolgimento dei giovani e dei comuni cittadini che, con la loro partecipazione e attenzione, hanno ripagato gli sforzi organizzativi. Le domande suscitate e lo stupore rivelato dalle (spesso inaspettate) tematiche hanno incoraggiato a pensare che l’architettura, soprattutto la buona architettura, abbia molto da comunicare alla nostra società, distratta da realizzazioni spettacolari che spesso non risolvono situazioni ma creano intrattenimento e business. I convegni, gli spettacoli, le proiezioni, le mostre ma particolarmente le visite guidate hanno offerto un panorama articolato e problematico dell’architettura nelle aree montane poiché direttamente, in aree emblematiche, i cittadini hanno potuto cogliere il valore delle scelte architettoniche. Hanno compreso come la montagna sia un sistema delicato e fragile, che richiede intelligenze progettuali, direttive e produttive per poter mantenere un generale equilibrio ambientale, evitando desertificazioni desolanti o urbanizzazioni di matrice metropolitana. La montagna richiede la costante verifica dei modelli, anche positivi, poiché ogni vallata, ogni versante è in realtà un ecosistema dotato di singolarità. In montagna il paesaggio e i luoghi cambiano anche a distanze minime, per esposizione, natura del suolo, vegetazione, geomorfologia e visibilità. Per questo anche i principi più precisi richiedono riflessioni e adattamenti, come insegna molta architettura alpina moderna e l’edilizia storica del mondo rurale, da cui, pur restando contemporanei, possiamo sempre apprendere.Ogni comunità dovrebbe quindi rifiutare soluzioni standardizzate e affidarsi al lavoro di interlocutori sensibili al fine di ottenere progetti calibrati alle situazioni, utili come dispositivi d’innovazione sociale e generativi di nuove forme dell’abitare.