La nona edizione della manifestazione internazionale Madrid Design Festival, che si è svolta nella capitale spagnola tra il 6 febbraio e l’8 marzo 2026, ha ampliato i suoi orizzonti con la prima edizione di FORMA Design Fair Madrid, la fiera dedicata al design contemporaneo da collezione. Ospitata negli spazi del Matadero – l’ex mattatoio della città – e in altri luoghi storici del centro cittadino, la rassegna ha proposto il collectible design come tema decisivo in sinergia con la Fiera internazionale dell’arte Arco Madrid, che si è tenuta negli stessi giorni all’interno degli spazi espositivi del quartiere fieristico.
Il festival è sviluppato e promosso da La Fábrica, con la consueta direzione di Álvaro Matías (si veda la recente intervista), a cui si aggiungono i due direttori artistici di FORMA Antonio Jesús Luna e Emerjo Arena.
Gli oggetti esposti negli stand del complesso del Matadero riconfermano la capitale spagnola come luogo di sperimentazione per la diffusione di un design attento al dialogo con una molteplicità di discipline, dall’artigianato all’arte, dai temi sociali ai processi di trasformazione dei materiali di scarto. I singoli oggetti, presentati nella loro unicità, non costituiscono un insieme narrativo che li colleghi tra loro ma confermano a pieno la vocazione fieristica della manifestazione, più attenta al mercato del design che alla dimensione curatoriale ed espositiva.
Tra gli oggetti presenti spiccano le lampade di Lucas Zito e le sculture luminose multilayer di Arturo Álvarez, che nei suoi lavori continua a esplorare l’interazione tra la luce e l’ombra proiettata sulla parete. Le sedute scultoree di Andrés Mariño Maza colpiscono per l’originalità delle forme e delle tecniche di assemblaggio del legno massello curvato a vapore, mentre quelle di Josep Vila Capdevila sembrano grandi giochi per bambini.
Le raffinate ceramiche di Alvaro Catalán de Ocón, realizzate con la tecnica a rete di rame, ci riportano all’ambiente variopinto del suo atelier su più livelli nel distretto di Carabanchel, dove tutti i progetti esposti sono illuminati da grandi lampade in fibre naturali colorate che riprendono antiche tecniche di tessitura; PETLamp è un progetto di design che a partire dalla conoscenza delle comunità artigianali indigene di tutto il mondo realizza una collezione di lampade in cui ogni paralume è intrecciato a mano attorno a una bottiglia in PET riciclata. La bottiglia, simbolo dell’inquinamento globale, si trasforma così in uno strumento di design utile alla conservazione del sapere delle culture tradizionali. Gli straordinari spazi dello studio ospitano inoltre una selezione di prodotti di artisti e designer emergenti come Cristina Vallejo, Mercedes Vicente, Henar Iglesias e Toni Porto.
Un’altra officina-atelier dal carattere sperimentale è quella di Lucas Muñoz Muñoz, protagonista internazionale del riciclo creativo nella progettazione, che ha appena realizzato il corner gastronomico El Puesto all’interno del Mercato di Vallehermoso a Madrid. Lo spazio, creato per la prestigiosa guida gastronomica spagnola Guía Repsol, è caratterizzato dal riuso dei materiali di un vecchio banco del pesce esistente nel mercato, mentre le sedie e gli sgabelli sono realizzati con legno di recupero proveniente da alberi caduti per cause naturali. La purificazione e la deumidificazione dell’aria avvengono attraverso refrigeratori adiabatici in argilla, estrusa in forme organiche che ricordano gli alveari.
Con gli stessi principi progettuali è realizzato l’allestimento del caffè-ristorante di Infinito Delicias, nuovo spazio multifunzionale per lo studio e l’aggregazione culturale. Qui la cucina e l’arredamento riflettono sull’emergenza ecologica con scelte sostenibili e forme responsabili di collaborazione, in un ambiente in cui il legno è l’elemento primario.
Presso l’Ateneo de Madrid, una tra le più importanti istituzioni culturali private spagnole, si è tenuta la mostra di prototipi, studi e nuovi progetti Antes de la Luz di Mayice Studio, atelier in cui l’artigianalità e la complessità realizzativa posizionano il prodotto di design in una sottile linea di confine tra la produzione manuale e quella in serie, con risultati estetici raffinatissimi e molteplici riconoscimenti a livello europeo.
La galleria Catalina D’Anglade, all’interno di un appartamento valorizzato dalla presenza di un elegante bow-window d’angolo, espone tutte le opere dei vincitori del Premio Catalina D’Anglade, assegnato annualmente durante ARCOmadrid. Questo riconoscimento artistico privato istituito dall’omonima designer spagnola è teso a promuovere e sostenere la creazione artistica contemporanea. Tra i vincitori Luis Gordillo, artista nato nel 1934 che nel 2019 presenta una serie di 12 azulejos intitolata Under my skin. Quest’anno il premio è andato all’artista portoghese Dalila Gonçalves con l’opera Compasso.
Nel chiostro rinascimentale del Museo de San Isidro è stata inoltre allestita la mostra Domus Nova, che ha proposto in una cornice storica 44 oggetti da collezione pensati per esplorare l’idea di casa come un sistema in continua trasformazione. Il progetto è a cura della rivista “MANERA” e di Santa Living.
Ma la sede principale del Madrid Design Festival è il Fernán Gómez Centro Cultural de la Villa, edificio ipogeo con funzione teatrale ed espositiva dove come di consueto sono allestite tre grandi mostre, visitabili fino al 3 maggio.
La prima, André Ricard. Diseño en uso, a cura di Marina Povedano e Arnau Pascual, è una retrospettiva dedicata al lavoro del grande designer spagnolo naturalizzato francese, pioniere dell’industrial design in ambito iberico. Dopo la grande mostra dedicata nel 2024 a Miguel Milá – altra figura decisiva per la cultura del design in Spagna – questa esposizione ripercorre oltre sessant’anni di lavoro di Ricard, nato nel 1929 e autore di pezzi universalmente noti come la lampada Tatu (1971), le pinze Tong (1964) e la torcia olimpica di Barcellona ’92. Nell’osservare gli oggetti d’uso quotidiano esposti in mostra risulta evidente la precisione del gesto che si tramuta in progetto e la capacità di risolvere con semplicità i problemi reali. Ispirata alla mostra Le design au quotidien (Bulle, Svizzera, 1995) curata dallo stesso Ricard, l’esposizione è organizzata attorno agli spazi della casa: il tavolo, il bagno, la cucina, lo studio. Infine, la festa e la memoria. I pezzi di design sono collocati nel loro contesto naturale, senza teche. All’ingresso della mostra i visitatori sono accolti dall’appendiabiti Tecla (1978) e dal lampione Futura (1981); alla fine del percorso, nella sezione dedicata alla festa, troviamo il posacenere impilabile Copenhaguen (1966) e la bottiglia di gin Foca (1963), mentre nella sezione conclusiva, quella della memoria, è protagonista la torcia olimpica.
Il lavoro di Ricard si connota per l’eleganza, per la capacità di conoscere a fondo la natura dei materiali utilizzati e per una sorta di discrezione che si manifesta in ogni progetto. La sua produzione ha segnato un percorso fondamentale nella storia del design spagnolo, soprattutto in rapporto al progresso tecnico e sociale del paese.
La seconda esposizione si intitola Arte textil en Guatemala: diseño e identidad ed è a cura di Emiliano Valdés per l’Istituto Guatemalteco del Turismo (INGUAT) con concept di Idonika e allestimento di Amarillo Studio. La mostra è dedicata ai tessuti tradizionali del Guatemala, paese ospite di Madrid Design Festival 2026, e si presenta come un viaggio nella memoria. L’accurata selezione che mette in luce la straordinaria qualità tecnica, estetica e simbolica dei tessuti Maya diviene un invito a riconoscere il valore dell’arte tessile come linguaggio culturale e come fonte di ispirazione per il design contemporaneo. L’esperienza si completa con effetti sonori immersivi che incorporano voci, lingue e suoni caratteristici delle comunità di tessitrici del Guatemala, trasportando il visitatore nel cuore del paese.
La terza mostra allestita negli spazi del Fernán Gómez, Manifiesto Mediterráneo: la generación postindustrial, curata da Mariona Rubio Sabatés, propone una sequenza di oggetti di design rappresentativi dello spazio culturale del Mediterraneo letti criticamente alla luce del rapporto tra produzione e ambiente. Ne emerge un quadro in cui il prodotto industriale lascia sempre più spazio al ritorno delle tecniche artigianali, dove il lavoro manuale e la lentezza del fare sono sintomi di un ritorno a una dimensione legata alle tradizioni e ai territori. Il Mediterraneo è dunque l’alveo in cui si manifesta questo linguaggio condiviso, il “mare in mezzo alle terre” che contiene la grandezza culturale della nostra civiltà. In una lunga sequenza di “stanze” la mostra riunisce opere di artisti, designer e artigiani che, attraverso la sperimentazione e l’autoproduzione, immaginano un nuovo linguaggio mediterraneo aggiornando tecniche che sembravano relegate al passato. Il loro approccio progettuale, al di là dei risultati estetici, rivendica l’imperfezione e il lavoro manuale come forme di resistenza culturale.
A poca distanza dal Centro Fernán Gómez, nel giardino dell’Hotel Villa Magna, il designer spagnolo Jaime Hayón espone la sua scultura gonfiabile Love Catcher, enorme figura di uccello antropomorfo che sorregge un cuore. L’opera, che fa parte della serie Soft Bronze, evoca allo stesso tempo la leggerezza dell’aria e la solidità del bronzo, in una tensione estetica che sfida con umorismo la logica della materia.
Infine un’attenzione particolare merita SOLO Contemporary, che nelle due gallerie di Madrid ospita una vastissima collezione di arte contemporanea. Costituita a partire dal 2015 dagli imprenditori spagnoli Ana Gervás e David Cantolla, la collezione vanta più di 1.300 opere che spaziano dalla pittura figurativa alla scultura cinetica, riunendo artisti di fama internazionale e talenti emergenti.
In Cuesta de San Vicente, a pochi passi dal Palazzo Reale di Madrid, una sequenza di spazi occupati precedentemente da una tipografia sono stati recuperati e trasformati in un centro espositivo per l’arte contemporanea, mantenendo il fascino industriale della struttura originaria. Artefici di questa raffinata trasformazione sono gli architetti di estudio Herreros, che già si erano occupati della sede di Plaza de la Independencia, ricavata in un edificio storico affacciato sulla Puerta de Alcalá. All’interno della nuova sede di SOLO spicca Bowman Hal, la galleria d’arte che presenta un programma annuale di artisti nazionali e internazionali. Fino al 16 maggio 2026 vi è allestita la mostra A&E, Adolf/Adam & Eva/Eve, Drawing Sessions 2020-2022 with Lilith Stangenberg, dell’americano Paul McCarthy, uno degli artisti più provocatori del nostro tempo. Giocando sugli acronimi – che da una parte si riferiscono a Adolf Hitler e Eva Green, dall’altra ad Adamo ed Eva della tradizione biblica – McCarthy espone opere inquietanti che sono frutto di sessioni di disegno improvvisate concepite come performance tra lui stesso e l’attrice tedesca Lilith Stangenberg. I disegni, che sono trascrizioni dirette di azioni svolte in tempo reale, evocano nei loro tratti improvvisi e instabili la violenza originata dallo scambio e dalla contaminazione delle identità dei personaggi interpretati dai due artisti.
Nella stessa galleria fino al 18 luglio sarà possibile visitare la mostra Cindy Crawford: HOSTAGE 01, mentre nella sede di SOLO Independencia per tutto l’anno rimarrà aperta HELNWEIN: mundos invertidos, che presenta le opere iperrealistiche del celebre artista viennese, dove realtà e finzione si fondono per ritrarre gli aspetti più angoscianti della natura umana.
Le due gallerie della Collezione SOLO a Madrid rappresentano un ricercato avamposto culturale per l’arte contemporanea, che non viene solo esposta, ma anche supportata e sviluppata con progetti di respiro europeo.
SOLO Contemporary, Bowman Hal; Paul McCarthy, A&E, Adolf/Adam & Eva/Eve, Drawing Sessions 2020-2022 with Lilith Stangenberg ©Stefano Suriano.






































