Sogni e quaderni
Il mio primo ricordo d’architettura risale alla mia adolescenza e consiste in una casa piuttosto anonima e vuota. Un ricordo che ho frequentato spesso con insistenza e proprio per questo ancora oggi è vivo e reale. Tuttavia non l’ho mai contestualizzato e, men che meno, localizzato.
Ho pensato spesso alle immagini contenute in quel ricordo, finché ho capito che si trattava d’immagini contenute in un sogno ricorrente che ha fissato nella mia mente quell’architettura. Con l’acquisizione di maggior consapevolezza mi rendevo conto che la casa che visitavo nelle mie frequenti esplorazioni oniriche era sempre la stessa, o così mi pareva, perché in realtà in essa cambiava qualcosa ad ogni “visita”, in una sequenza in cui ogni mio sogno finiva là dove sarebbe iniziato quello successivo. È stato così che ho compreso come si fosse innescata un’interessante magia secondo la quale, nella mia fervida immaginazione, l’edificio rimaneva lo stesso nonostante lo modificassi ogni volta leggermente, attraverso un’infinita successione di sogni che avevano come oggetto da un lato una casa sempre uguale, composta di volumi vuoti, ordinari, senza particolarità e senza relazione fra le parti, e dall’altro le mie modificazioni necessarie, leggere e discrete. Si trattava quindi della trasformazione in progress di un’architettura che rimaneva sempre la stessa, ma che si arricchiva nelle relazioni fra le parti che la componevano, relazioni sempre più chiare e articolate come una cucina che si fondeva in un soggiorno, un portale che univa due volumi, una scala che collegava più livelli, un volume che raddoppiava la sua altezza ecc.
In seguito ho riflettuto spesso e intensamente su quel processo mnemonico che si presentava ciclicamente alla mia attenzione comprendendone la chiarezza metodologica, dapprima durante il mio apprendistato e in seguito nel mestiere di architetto. Infatti, quell’involontaria sequenza di sogni assomigliava molto alla messa a punto di un metodo, che comprovava l’idea secondo la quale rimanere sé stessi nella trasformazione significasse evolvere, in un processo che ha a che fare con la velocità della trasformazione stessa e con il radicarsi in profondità delle ragioni di quelle relazioni.
Foto: Marco Introini.
Penso di poter dire quindi che il mio intervento sull’Architectural Blues, la casa documentata in questo album, abbia a che fare con il processo appena descritto; processo che, in questo caso reale, viene applicato ad una struttura esistente con l’obiettivo di rendere chiare le relazioni fra gli elementi che la compongono.
Tengo a precisare per chiarezza che, all’assunzione dell’incarico, la struttura della casa era già in fase avanzata e che alcune fra le principali scelte volumetriche erano già state realizzate. Quindi il lavoro di raccordo fra la fase iniziale, impostata da altri, e la fase in cui ho assunto l’incarico è stato decisivo, consistente in un compito complesso e delicato, incentrato principalmente sull’eloquenza del dialogo fra gli elementi della composizione. Ed infatti esiste, in questo lavoro, un approccio che definirei come “controcampo di progetto”. Per comprendere questa mia precisazione di metodo occorre specificare che, mentre il progetto proseguiva dando ordine agli esterni, oltre che agli interni, agli arredi e a tutto ciò che sarebbe servito per portare a termine una casa, abbiamo progettato e realizzato il piccolo edificio di servizio, non previsto nel progetto originale, destinato a contenere funzioni secondarie. Questo piccolo edificio, forse per via di quel suo carattere da padiglione nel parco, per la sua armonica proporzione, oppure per il materiale piuttosto pregiato con cui è stato realizzato è stato presto denominato – anche con una certa leggerezza – il “tempietto”. Per meglio comprendere questa piccola architettura ho usato la locuzione “controcampo di progetto” andando in prestito dal cinema dove, con i termini campo e controcampo, si definisce quel sistema di inquadrature che hanno fra di loro una eloquente relazione. Campo e controcampo sono, nel montaggio cinematografico, una tecnica per spiegare al meglio ciò che succede e sono entrambi necessari per la costruzione della scena, e perché la scena stessa sia il più efficace possibile. Con questa tecnica si chiarisce il linguaggio utilizzato e le ragioni che stanno alla base delle scelte espressive.
Foto: Marco Introini.
Penso sia interessante, allo stesso modo, guardare alla casa e al tempietto come fossero campo e controcampo della stessa scena: due scene complementari della stessa architettura. Ecco che, in questo modo, si comprende come alla complessità volumetrica della casa si contrapponga la semplicità volumetrica del piccolo edificio. In questo gioco di volumi si può notare come l’alternanza materica fra pietra e intonaco, nelle superfici esterne della casa, trovi il suo controcampo nell’alternanza materica fra travertino levigato e travertino a spacco dei due prospetti del tempietto. Relazione che viene espressa dalla restituzione della luce del sole: abbagliante con l’intonaco, morbida con il travertino levigato, ad infiniti toni d’ombra nella buccia di travertino.
Per buccia di travertino si intende il materiale con cui abbiamo rivestito il tempietto nel prospetto rivolto verso il prato. Con questa sperimentazione, abbiamo utilizzato un materiale meraviglioso, estratto direttamente dalla natura. Si tratta, infatti, dello strato più esterno del blocco appena cavato dalla montagna, trasportato per essere sbucciato, appunto, prima di essere ridotto in lastre di spessore uniforme. Attraverso questa descrizione si comprende come la principale caratteristica dello strato più esterno del blocco di travertino consista in una superficie fortemente irregolare, che mostra tutti i suoi toni dorati, cui fanno controcampo alcuni tinteggi interni, che richiamano quei momenti della giornata in cui i raggi del sole colpiscono bassi sull’orizzonte.
Questo libro è stato costruito come se fosse uno dei numerosissimi quaderni che ingombrano i miei tavoli e i miei scaffali. È sufficiente usare una piccolissima dose d’immaginazione per comprendere come questi miei quaderni siano delle vere e proprie stanze, in cui le pagine guadagnano la terza dimensione attraverso schizzi, disegni, scritti, immagini appiccicate, fogli strappati e colori. In queste stanze tutto è ottenuto a tecnica mista, che significa che si utilizza ciò che si ha a disposizione. Per esempio i colori funzionali ai miei disegni sono ottenuti attraverso gessetti, acquerelli, pastelli e pennarelli; ma anche accidentalmente attraverso frutti e sughi vari, vino e caffè.
Generalmente ho avviato tre o quattro quaderni contemporaneamente, che si differenziano per il formato, scelto a seconda del compito cui devono assolvere.
Di grande dimensione, indicativamente 25 x 19 cm, è un quaderno dove generalmente progetto e scrivo di progettazione, una sorta di brogliaccio utile tanto al tavolo da disegno quanto al cantiere. Anzi, credo proprio che questi fogli siano il luogo in cui si incontrano questi due mondi. Su questo quaderno, generalmente, sono appoggiati gli altri due strumenti da cantiere che sono la matita e il metro da muratore, che costituiscono il corredo indispensabile con cui affrontare le giornate.
Con il formato medio, indicativamente 21 x 13 cm, intendo dare supporto ai miei pensieri e alle mie riflessioni: se il quaderno ha le pagine morbide scrivo e qualche volta disegno, se ha le pagine rigide disegno e qualche volta scrivo.
Infine utilizzo il formato più piccolo, di circa 14 x 9 cm., che riesco ad alloggiare nella tasca della giacca e su cui regna l’appunto veloce, rapido. Questo quaderno è un vero e proprio luogo dell’attimo che fugge, sempre aperto, a portata di mano e sempre pronto a ricevere una nota in forma di schizzo o in forma di scritto, di tratto di penna o di acquerello, sputacchiando sull’inchiostro o grattando con un coccio.
Su uno di questi piccoli blocchetti ho perfino ritratto, rapito dalla meraviglia di un crepuscolo di fine ottobre, il sorgere di un’enorme luna argentata. Confesso che non ho potuto resistere, ed ho schizzato guidando, per pochi secondi, commettendo un’imprudenza di cui certo non vado fiero.
Foto: Marco Introini.
In questi spazi cerco di imprigionare le idee, fissandole e sviluppandole. Per questo su alcune pagine si comprende la necessaria rapidità mentre in altre si comprende la lentezza richiesta dalla precisione. Altre volte, invece, rifletto sui risultati ottenuti e su ciò che quelle idee hanno sortito.
Sui miei quaderni riporto tutti gli argomenti con cui ho a che fare, per approfondirne la conoscenza e per sollevare le questioni. Ecco, sui miei quaderni affronto tutto ciò che solleva in me una questione, che si tratti di un’architettura, di un dipinto, di una poesia o di una melodia; ma anche di un profumo, di una vibrazione o semplicemente del colore di un tramonto. Ma soprattutto i miei quaderni sono il luogo della discussione e del chiarimento. Infatti, essendo ormai munito di una certa consapevolezza, queste pagine sembrano costringermi a fare i conti anzitutto con me stesso a proposito delle scelte operate e delle posizioni assunte. Con me stesso che, in definitiva, sono l’unico cui non posso mentire.
Scrivere e disegnare, disegnare e scrivere sono azioni cui non riesco più a rinunciare e forse, proprio per questo loro intimo ruolo che potremmo intendere come naturale estensione della mia mente, i miei quaderni sono anche il luogo del confronto con tutti coloro che ammiro, ma anche con tutti coloro che detesto e che partecipano alla mia complessità con le loro opere ed i loro pensieri.
I protagonisti dei miei quaderni sono architetti, pittori, poeti e scrittori, così come capomastri, artigiani e scalpellini, persone che generalmente provengono dal passato, ma anche dal presente e qualche volta dal futuro. Per questo sui miei quaderni non esiste il tempo, se non come dato funzionale, infatti, tutto accade contemporaneamente in un insieme istantaneo in cui si può dialogare con Correggio e con Silvia, con Apollodoro da Damasco e con l’Uomo proveniente da Marte come in una sorta di Aleph (Jorge Luís Borges, L’Aleph, Feltrinelli, Milano, 1959) all’interno del quale posso dialogare con la generazione che voglio.
I miei quaderni non vogliono essere né una memoria, quindi non sono dei diari, e nemmeno un resoconto, quindi non sono nemmeno dei registri, ma una sorta di piattaforma in cui sensazioni e stati d’animo vanno mescolandosi ad esperienze e suggestioni; e questo incontrollato fluire di pensiero, nel costituire testimonianza del mio lavoro e delle mie riflessioni, diventa il lavoro stesso, il centro del mio impegno, delle mie preoccupazioni e delle mie speranze. Ecco perché questa pubblicazione, testimonianza di un’esperienza d’architettura, è più simile ad uno dei miei quaderni che non ad un libro canonico. Infatti, ho tenuto conto dei suggerimenti di Federico Bucci prima e di Luciano Parenti (Tre Lune edizioni) poi, cui vanno i miei ringraziamenti per avermi spronato a mettere in evidenza questo mio modo di lavorare. Modo di lavorare districato da Chiara Tumbarello, che ringrazio per aver operato sui numerosi schizzi e disegni sparsi fra mille pagine ed alla quale ho chiesto di fotografare i dettagli che ha contribuito a progettare. Infine mi sono affidato all’occhio profondo di Marco Introini perché quest’architettura non fosse fraintesa. Devo ringraziare Marco, perché credo sia riuscito a fotografare soprattutto lo spirito con cui ho affrontato questo lavoro.
Foto: Marco Introini.
Come ho insistentemente ripetuto, sulle pagine dei miei quaderni ho scritto e disegnato di tutto. Sfogliando quelle pagine ritrovo progetti, qualcuno per me importante qualcun altro abbandonato; così come ritrovo riflessioni che ho pronunciato pubblicamente o giudizi formulati per chissà quale occasione. Ripercorrendo quegli spazi, sfogliando e vagando per anni e occasioni, incappo di tanto in tanto in un fraseggio incerto, che ho ricopiato ripetendolo più volte e ad ogni ripetizione corrisponde una modifica leggera, che riporto nell’intento di migliorarlo. Un fraseggio che cambia di poco, di volta in volta, pur rimanendo sempre sè stesso, radicando sempre più in profondità la relazione che lega fra loro le parole e le idee.
Quest’ultimo processo descritto richiama alla mente quel meccanismo mnemonico di cui ho parlato all’inizio di questo scritto, generato da un sogno ricorrente, in cui prendeva forma il mio primo ricordo di architettura. Sto parlando di un fraseggio che intitolo, quasi scusandomi e dandone giustificazione, “prove di poesia”. Ed in seguito a quel ritrovamento mi sento inadeguato, attanagliato da un certo senso del pudore. E subito penso che “a cinquant’anni un uomo sente di doversi staccare dalla sua terraferma e andarsene al largo. Per chi scrive storie all’asciutto della prosa, l’azzardo dei versi è mare aperto. Non li ho raggiunti, i versi. Qui ci sono linee che vanno troppo spesso a capo” (Erri De Luca, Opera sull’acqua. E altre poesie, Giulio Einaudi, Torino, 2002).
È una mia antica ossessione quella di cercare commessure fra poesia ed architettura; e questa è la prova che in quelle stanze di carta la mia spericolata ricerca, dirigendosi verso il largo, non conosce confini.
A Cocca, per tutti i quaderni che mi ha donato
(marzo 2023)
Foto: Marco Introini.
Architectural Blues
Lettera privata a M. e F.
1.
Ho cercato di non subire le piante che mi sono trovato di fronte. Sono salito in corsa. Ma il lavoro era buono, o per lo meno mi sembrava di aver capito che avesse un’evidente potenzialità. Non sto parlando di costi, ma di quanto sia prezioso, nel senso più nobile del termine, e quindi ho cercato di trasformare ciò di cui si disponeva, in una risorsa.
Allora abbiamo attivato quel processo di riduzione in cui credo fermamente e che sta alla base del mio lavoro. Un processo di riduzione che lavora sulla semplificazione formale per lasciare in evidenza la sostanza (eleganza, praticità, proporzione ecc.) e che mette in evidenza la complessità delle relazioni fra gli elementi che, sempre, l’architettura stabilisce.
2.
Ridurre significa ripulire da ciò che non aggiunge nulla. Così, a mio parere, si trova disvelata la bellezza. Allora alla riduzione formale corrisponde una complessità di relazione, di senso. Ecco che semplificare (ridurre), in questo caso significa disvelare, disvelare una complessità di relazione.
Le relazioni fra le parti sono state il filo conduttore. Mettere in evidenza queste relazioni e trasformarle nello “strumento con cui suona l’architetto” (S. E. Rasmussen) è stato il mio lavoro.
Ogni accordo di questo blues rimanda a quello successivo in un intreccio di percorsi, di allineamenti, di rimandi e traguardi. Ognuno di questi target è diventato “l’assolo” e quindi è stato trattato affinché vivesse di vita propria, fosse compiuto, ma all’interno della composizione generale.
Il materiale ed il suo disegno di finitura, sono la base armonica, mentre i singoli episodi sono gli assoli, gli acuti, le fughe.
3.
Per questo, una volta entrati dal cancello pedonale, ci si ferma di fronte al primo muro di travertino. Questo ci blocca, è in pietra a spacco, grezza, ruvida, che non ci permette di guardare/vedere ciò che il muro perimetrale ci concede solo di scorgere in anticipo.
Questo primo muro ci impone una sospensione, un primo momento di decantazione in cui accresce l’aspettativa (l’attesa del piacere non è forse, essa stessa, il piacere? (G. E. Lessing); e ci costringe a scostarci per inquadrare e allinearci perfettamente. Così, dal semplice scorgere la casa, si passa a comprendere tutta la sua volontà di accoglienza e ospitalità. Percorrendo il lastricato in travertino, trattato in spessore, compiamo “un percorso iniziatico”. Cos’è l’accesso alla casa se non un percorso iniziatico? Se non un rito purificatorio che tutti i giorni si rinnova? (Entrando in casa i giapponesi si tolgono le scarpe, per lasciare fuori le impurità).
Entriamo cosi nel vestibolo, ma non prima di aver guardato quello stesso muro, da dove siamo arrivati, che ci ha obbligato a tanto. Ma dalla parte opposta! Dove si rivela più liscio e “curato”: siamo dentro. Si, perché quel muro è/era la vera soglia che ci ha ammesso al mondo privato. La Casa cos’è se non questo nostro mondo?
Foto: Marco Introini.
4.
Il vestibolo è un mondo a sé, un luogo di passaggio che ci permette di allinearci. Da lì ci si può avviare verso le zone del sorriso, della luce e dell’ospitalità, oppure verso “gli abissi domestici” (Attilio Bertolucci); quei luoghi più segreti ed intimi dello stare, dell’intimità familiare e del riposo.
5.
Per risalire quelle scale ho immaginato un flûte di Champagne, fra oro, bolle che salgono e luce.
Un mondo frizzante e prezioso dove giovanotti, signorine ed i loro genitori possono “inabissarsi” più volte in un giorno, perché tanto sono al sicuro. Sono a casa!
Ma quell’oro effervescente e fresco è anche un richiamo a Gustav Klimt ed al suo Bacio: un gesto di passione e di affetto, ma anche di dolore ed elegante coinvolgimento.
Non nascondo che tutto parte dal lì. Grazia e vita per me sono quell’arte.
6.
Si accede al soggiorno attraverso porte dorate che ospitano la luce fino a farla diventare materia.
La luce! Come si fa a non nutrirsi di quella sostanza? È la luce che recita la parte della Regina. Se solo si raggiunge il centro del soggiorno si comprende tutta la composizione di relazioni che tengono legati gli elementi di questo blues.
La parete del camino è una facciata come fosse un esterno, alle nostre spalle il “calice dorato”, alla destra quadri importanti, esplosioni di colori astratti, e i libri. A sinistra un monumento secolare: l’Ulivo, maestoso e significativo, come ad evocare l’Orto dei Getsemani, un piccolo luogo dominato da un capolavoro naturale, sotto cui sedersi, fermarsi, per ritirarsi qualche minuto e per “rimettere le cose a posto”.
Foto: Marco Introini.
7.
Scostandosi di poco, verso sinistra (sempre guardando il prospetto del camino), si scorge il muro dello spogliatoio, fatto della stessa materia. Si tratta dello stesso prospetto esterno. La casa è dentro, è fuori, e nulla cambia. Accoglie il mondo e lo completa. Esterno ed interno non fanno differenza.
8.
La piscina riflette la sua “luce di sole” sul soffitto del portico, che è la restituzione invidiosa, ma sincera, del cielo stellato. Così che acqua e cielo si toccano, accolti in quest’architettura.
9.
Infine si esce, in modo ideale, oltrepassando il muro verso ovest, che guarda il prato. Ma ancora di più, guarda il tramonto! Come ultimo traguardo di questo percorso.
È ancora ruvido, o meglio, è ridiventato ruvido, per meglio “bere” la luce del sole, per trattenerla il più a lungo possibile, perché anche questo giorno non finisca!
Allora ci si potrà sedere sulla panca in pietra e socchiudendo gli occhi, specchiati nel tramonto, si comprenderà questo Architectural Blues, cercando di capire se in maggiore o minore, di sicuro graffiante, sofferente o sofferto, ma del quale non possiamo più fare a meno.
Foto: Marco Introini.
P.S.
Questo breve scritto è la trascrizione di ciò che ho scritto nella notte del 11 novembre 2020 quando, di impulso e senza rimedio, ho deciso di fissare alcune idee di progetto che da mesi hanno ingombrato la mia mente, e che hanno guidato le scelte che stiamo realizzando nel cantiere della casa dei nostri Committenti.
Se Gianugo Polesello avesse avuto ragione – e ce l’aveva – il progetto è un’ossessione! Ogni mio progetto è, per me, un’ossessione che si trasforma, nei casi migliori, nella necessità incontrollabile e incontrollata, di scriverne le ragioni aiutato da schizzi, disegni, acquerelli, ecc.
Ho scritto di getto, tracciato linee e colorato accompagnato da una tribolata colonna sonora, mentre Arno faceva finta di ignorarmi, accoccolato sotto il mio tavolo da disegno.
Ne è uscita una pianta completata da un testo. Questa trascrizione ne è una sorta di traduzione, con qualche correzione e chiarimento.
Ho aggiunto, sostituito, completato con non più di alcune parole e locuzioni. Poche frasi sono state terminate e comunque mai aggiunte. Ho sistemato la punteggiatura.
Insomma ho corretto uno scritto che ho steso d’un fiato mentre progettavo, disegnavo e coloravo, in una sorta di attacco di furore, come del resto, mi è capitato altre volte.
Per questo anche la calligrafia non sempre risulta leggibile.
Mi sembra di vedere le facce di molte persone conosciute, che mi chiedono perché perdere tanto tempo con cose del genere, in fin dei conti il cantiere sta procedendo. Credo invece che disegnare e ri-disegnare, scrivere e ri-scrivere, sia un modo per confrontarsi anzitutto con sè stessi e dimostrare quanto si crede nelle idee che diventano muri. E per cercare di avvertire, finalmente una notte, il “fremito d’ali” dell’angelo di Plečnik.
Playlist
Loan me a dime (Boz Scaggs & Duane Alman)
Y’ll play the blues for you (Albert King)
Goig Down (vers. Joe Bonamassa)
Riding with the king (E. Clapton and B.B. King)
Texas Flood (S. R. Vaughan)
Clair de Lune (Claude Debussy)
Foto: Marco Introini.








































