Trilogia dei cimiteri in Carnia
La cremazione è entrata nei cimiteri di montagna come un problema da risolvere, non come un tema da progettare. Esaurita la terra per le inumazioni è arrivata la necessità dei cinerari, e con essa la soluzione più rapida: file di loculi prefabbricati appoggiati sul bordo dei muri di cinta, manufatti estranei che, spesso, guastano proprio la pietra che dovevano rispettare.
Lungo la valle del But, in Carnia, Federico Mentil ha rifiutato questa scorciatoia, dimostrando con tre interventi nei cimiteri comunali di Paluzza che il deposito delle ceneri può inserirsi nello spazio sacro in modo delicato e silenzioso. E, a volte, diventarne il punto più intenso.
Cinerario di Timau-Cleulis. Foto ©Alessandra Bello.
I tre camposanti, Timau-Cleulis, Paluzza e Rivo, sorgono ai margini dei paesi, affacciati sulla dorsale che chiude la valle sullo scoglio del pizzo Timau. Li accomuna un gesto antico: alte cinte murarie in pietra che escludono il paesaggio prossimo per isolare le creste sull’orizzonte, concentrando lì la vista. Non sono recinti, ma strumenti del guardare. Sulle loro superfici si depositano lapidi e fotografie di defunti esumati, e la visita diventa percorso di memoria.
È dentro questa grammatica (pietra, soglia, sguardo) che Mentil colloca i suoi manufatti, ciascuno generato da una condizione precisa del luogo.
Cinerario di Timau-Cleulis. Foto ©Alessandra Bello.
A Timau-Cleulis il cinerario occupa il pronao che chiude l’asse monumentale del cimitero: uno spazio altissimo, segnato da un grande arco aperto sulla valle come un balcone, fino ad allora vuoto e sbarrato da un cancello di ferro. Tale struttura precede la camera mortuaria.
Mentil la ridisegna con una veletta in legno di larice che raccoglie il volume dell’ossario e riconduce l’altezza smisurata a misura d’uomo: nel pronao convivono ora due metri, quello dell’arco e quello delle cellette in marmo bianco di Carrara.
Cinerario di Timau-Cleulis. Foto ©Alessandra Bello.
La soglia verso la camera mortuaria, in acciaio scuro, si varca passando attraverso il monumento funebre stesso. Di lato, sulla sinistra, un piano rialzato occupato da un piccolo volume di pietra, è progettato per contenere le ceneri comuni; sulla destra una panca in cemento segna l’unico punto da cui le rocce verticali del pizzo dei Camosci e di Timau entrano nel campo visivo: bisogna cercarle, spostarsi per trovarle. Sedersi, osservare, raccogliersi in preghiera: il cinerario è, così, anche un luogo di contemplazione.
Cinerario di Timau-Cleulis. Foto ©Alessandra Bello.
A Paluzza un piccolo pendio al centro del cimitero raccorda due quote diverse dell’areale e, da sempre inadatto alle sepolture, era rimasto libero da ogni manufatto o cippo funerario. È sfruttando questo spazio di risulta che nasce l’ossario: due setti paralleli, uno basso come un parapetto, l’altro che cresce seguendo il declivio, divengono un segno discreto e silenzioso nello spazio del camposanto.
Cinerario di Paluzza. Foto ©Alessandra Bello.
A Rivo l’intervento di Mentil si sdoppia. Dentro la cinta, il vecchio ossario dismesso, dove le cellette erano custodite in armadi di lamiera grigia più adatti all’archiviazione di documenti d’ufficio, viene ripensato affinché la luce filtrata dalla porta, le cui due ante lasciano spazio a un interstizio a forma di croce, crei un’atmosfera di raccoglimento. Le cellette, tamponate con piastre di chiusura in marmo di Carrara e ancorate alla muratura attraverso un getto di riempimento in cemento armato, si collocano sul lato frontale dell’accesso, mentre la piccola finestra preesistente diviene un altare di preghiera.
Cinerario di Rivo. Foto ©Alessandra Bello.
Fuori dalle mura, un volume nuovo in cemento armato riordina lo spazio promiscuo tra parcheggio e ingresso. La sua superficie, caratterizzata da una bocciardatura molto grossa e realizzata senza cancellare le giunzioni delle casseforme, assume la porosità del tufo; con gli anni e lo scorrere del tempo, il dilavamento della pioggia e la crescita di essenze arboree autoctone ne porteranno la cromia verso quella della pietra antica, in un’assonanza che salda il nuovo al vecchio.
Una grande apertura incornicia la valle, in contrappunto con la fredda superficie di marmo dedicata al ricordo: il mondo dei morti nella pietra, quello dei vivi nel vuoto dell’affaccio. Il tetto manca, deliberatamente, congiunzione liturgica tra lo spazio dei vivi e il cielo in cui si colloca l’anima dei defunti.
Cinerario di Rivo. Foto ©Alessandra Bello.
È qui che la voce di Mentil si fa più diretta. “Lo spazio esterno comune al camposanto e al cinerario è a me molto caro, perché rappresenta il luogo di attesa durante il rito funebre”: il luogo dove la comunità si raccoglie mentre le urne vengono deposte, e dove la grande finestra permette di partecipare al commiato tenendo la distanza, quella del rispetto che accompagna il dolore. Non un monumento alla morte, ma un’architettura per chi resta.
Cinerario di Rivo. Foto ©Alessandra Bello.
Tre costanti attraversano la trilogia: l’altare (che a Paluzza è costruito da un alto volume in lamiera appoggiato ai due setti) e il portalumini in acciaio, segno di memoria, presenza e guida per i defunti nel loro cammino verso l’aldilà; le piastre di marmo bianco di Carrara che chiudono ogni celletta; il dialogo ostinato con il paesaggio. La quarta è la più silenziosa. Nei tre cimiteri il tempo non è ciò a cui il progetto deve resistere: è ciò di cui è fatto.
testo di Alberto Pisani
Cinerario di Rivo, cappella. Foto ©Alessandra Bello..




















































