Gijs Van Vaerenbergh è il nome che identifica lo studio fondato a Lovanio, in Belgio, nel 2007 da Pieterjan Gijs e Arnout Van Vaerenbergh, conosciuti da studenti negli anni della frequentazione della facoltà di architettura. L’originalità del sodalizio, che di recente ha organizzato una mostra con i modelli delle loro realizzazioni e il volume che segnaliamo, consiste nel modo d’intervenire ai bordi dell’architettura, negli spazi liminali della disciplina, là dove inventano soluzioni a diverse scale. Si tratta di installazioni, monumenti e scenografie che nascono nell’ambito del restauro, su tracce di interventi preesistenti e vanno oltre le metodologie tradizionali. Anche il titolo del volume suggerisce il percorso del loro lavoro, dove la rovina non rappresenta ciò che resta, ma uno strumento per mettere in relazione il passato con una prospettiva futura. In sintonia con quanto scrive Georg Simmel in Die Ruine ritengono che la rovina rappresenti il punto in cui l’opera dell’uomo e lo scorre del tempo si incontrano e intrecciandosi producono una nuova estetica. Il prodotto finale non appartiene più né alla cultura e neppure alla natura.

Folly, giardino nei pressi di Utrecht. Immagine storica; foto Johnny Umans.

Il loro modo di intervenire tiene insieme la conoscenza tecnica dell’oggetto architettonico su cui operano unita ad un’ampia e profonda volontà di sperimentazione. In numerosi casi vanno oltre l’architettura per misurarsi con le arti visive e plastiche, fino a produrre opere monumentali autonome.

Harbour Castle, porto di Stege, isola di Møn (Danimarca). Immagine storica; foto Jan De Wilde.

Tra i numerosi esempi riportati nel volume, presentati con chiarezza di immagini e di linguaggio, ci piace segnalare Spirito di Kansas City. Elaborato per un concorso internazionale che chiedeva la realizzazione di un’arte pubblica a Barney Allis Plaza, nel centro della città statunitense dove recuperano l’immagine della Convention Hall. Si tratta di un volume neoclassico, inaugurato nel 1899 e distrutto da un incendio nell’aprile 1900, pochi mesi prima della Democratic National Convention, per la quale fu ricostruito in soli novanta giorni. La proposta elaborata dallo studio, vincitrice del concorso e attualmente in fase di realizzazione, prevede la presenza di quattro frammenti monumentali dell’antica immagine, collocati agli angoli della piazza, con dimensioni e dettagli liberamente interpretati e messi a punto per soddisfare l’idea del recupero della memoria che non riproduce la rovina storica ma ne realizza una nuova che funge da cornice per l’intero spazio, senza racchiuderlo ma evidenziando alcuni valori tratti dalla sua storia come l’orgoglio civico, l’azione collettiva, la resilienza alle sventure.

Rovina inversa, Parco archeologico nazionale della Siritide, Policoro. Foto Roberto Conte.

Rovina Inversa è il titolo che hanno attribuito all’opera realizzata nel parco archeologico di Herakleia a Policoro, nel sud d’Italia, ai confini con la Calabria Ionica. Qui sorgeva, a pochi chilometri da Metaponto, un tempio costruito in onore di Dionisio. Oggi sono rimaste sul terreno solo le fondazioni e alcuni resti in pietra protetti, essendo patrimonio archeologico. L’intervento messo a punto riproduce l’assenza, quella del tempio, nella sua dimensione spaziale, non attraverso un’impossibile ricostruzione ma grazie all’inversione. Ciò che avviene nella norma è un degrado che parte dall’alto per giungere alla base della costruzione. Si inizia dalle coperture per arrivare al basamento e alle fondazioni. In questo caso il processo viene invertito con la realizzazione di parti del tetto, di sezioni superiori delle pareti e frammenti di colonne ricostruiti e sospesi in una struttura reticolare in acciaio, in modo da poter offrire al visitatore l’immagine completa del tempio.

Rovina inversa, Parco archeologico nazionale della Siritide, Policoro. Foto Roberto Conte.

In realtà tale procedimento vuole anche evidenziare il concetto stesso di rovina e come questa viene a formarsi. Non si vuole ricostruire il tempio né salvarne i resti, ma teatralizzare una rovina che non è mai esistita aprendo una riflessione su come il passato, grazie proprio alle rovine, può essere immaginato, costruito e diventare un monumento.