Si è conclusa da poco la mostra Il (di)segno dell’architetto. La scuola romana, tenutasi nel mese di ottobre presso gli spazi della Galleria Sinestetica a Roma. L’esposizione, curata da Emmanuele Lo Giudice per Officine Nomadi, ha proposto un intenso percorso riflessivo ed espositivo dedicato alla stagione teorica e figurativa dell’architettura disegnata romana. In mostra sono state presentate le opere di grandi maestri e di rilevanti interpreti contemporanei: Alessandro Acciarino, Enrico Ansaloni, Alessandro Anselmi, Cecilia Anselmi, Aldo Aymonino, Carmelo Baglivo, Orazio Carpenzano, Gabriella Colucci, Giovanna De Sanctis, Emmanuele Lo Giudice, Fernando Miglietta, Giorgios Papaevangeliu, Franco Pierluisi, Franco Purini e Anna Riciputo.
La mostra ha messo in evidenza come il disegno sia un processo segnico che contiene gesto, memoria, misura, invenzione di uno spazio nel quale qualcosa può accadere. Nell’architettura disegnata questa possibilità assume una particolare intensità: il foglio diventa una vera e propria stanza mentale, un luogo nel quale il tempo perde linearità e passato, presente e futuro possono convivere nell’immaginazione di un nuovo genius loci. Frammenti della città, archetipi, edifici reali e immaginari, paesaggi, rovine e visioni si sovrappongono dando forma a una dimensione utopica nella quale l’architettura, anche quando non è e non sarà costruita, rimane capace di interrogare il mondo nel tempo.

Disegnare significa progettare e conoscere al tempo stesso: osservare ciò che esiste, selezionarlo, interpretarlo e trasformarlo in una nuova possibilità. Questo distingue il disegno dell’architetto dal disegno architettonico, in quanto non può essere considerato soltanto uno strumento tecnico destinato alla successiva realizzazione dell’opera: esso costituisce una forma autonoma di pensiero, una modalità attraverso la quale l’architetto costruisce ipotesi sullo spazio, sulla città e sul modo stesso di abitare, anche in chiave poetica.
È proprio in questa prospettiva che Roma, tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Ottanta, assunse un ruolo particolare, diventando uno dei luoghi privilegiati della ricerca italiana sull’architettura disegnata, in cui il progetto può emanciparsi, almeno temporaneamente, dalla necessità della sua immediata costruzione e diventare ricerca sull’abitare, sulla forma, sulla memoria e sull’immaginario, producendo una pluralità di posizioni, sensibilità e ricerche differenti, unite dalla convinzione che il disegno possa essere uno degli strumenti più profondi attraverso cui l’architettura pensa e interroga sé stessa.
Roma diventa, in questa chiave concettuale, la materia prima del progetto: la città storica, tra antico, moderno, periferie, infrastrutture, rovine, monumenti, ruderi e trasformazioni urbane, diventa elemento di studio e analisi per la creazione di nuove immagini della città. Il disegno permette di attraversare Roma senza doverne rispettare necessariamente la cronologia o i vincoli fisici e normativi: una rovina può diventare il frammento di un edificio futuro, una strada contemporanea può trasformarsi nella traccia di una città possibile.

Il valore di quella stagione non risiede soltanto nella straordinaria qualità grafica delle opere, ma nella capacità di avere riconosciuto al disegno una funzione critica. Disegnare significava mettere in discussione la città esistente e, contemporaneamente, immaginare ciò che avrebbe potuto diventare. È questa eredità, insieme alla sua riattualizzazione attraverso le nuove tecnologie digitali, che la mostra ha inteso portare al centro dell’attenzione e così verificare quanto di quella ricerca sia ancora presente nel lavoro degli architetti contemporanei. Il disegno continua infatti a essere un territorio nel quale il progetto può sottrarsi alle logiche dell’immediatezza, della prestazione, del budget, per tornare a interrogarsi sul significato stesso dell’architettura.
Gli interventi, durante l’inaugurazione, di Emmanuele Lo Giudice, Carmelo Baglivo, Fernando Miglietta, Simone Cellitti, Aldo Aymonino e Gabriella Colucci hanno costituito, in questo senso, altrettante occasioni per osservare modi differenti di intendere il rapporto tra segno, spazio, città e progetto.
Attraverso esperienze e generazioni diverse, è emersa con chiarezza la differenza tra il disegno come illustrazione dell’architettura e l’architettura disegnata come luogo dell’elaborazione di un concetto poetico e immateriale. Un luogo nel quale il rigore geometrico può convivere con l’immaginazione, la precisione con l’errore, la memoria con la trasformazione. Il disegno è dunque contemporaneamente documento e invenzione. Racconta ciò che la città è stata, registra ciò che la città è, ma soprattutto apre uno spazio per ciò che la città potrebbe diventare, tenendo presente le trasformazioni del passato.

Ed è forse proprio Roma, più di ogni altra città, a rendere evidente questa condizione: una metropoli nella quale ogni attimo presente è costantemente attraversato da altre epoche e nella quale ogni progetto si confronta inevitabilmente con una quantità sterminata di immagini, forme, memorie e comunità. L’architettura disegnata nasce proprio in questo intervallo tra ciò che esiste e ciò che ancora non esiste e fa del foglio e del segno i medium tra realtà fisica e dimensione immaginaria. Da una parte l’architettura costruita; dall’altra l’architettura possibile.
La centralità del disegno assume oggi un significato ancora più evidente: la diffusione delle tecnologie digitali, della modellazione tridimensionale e dell’intelligenza artificiale ha moltiplicato le possibilità della rappresentazione architettonica, trasformando profondamente il modo in cui immaginiamo e comunichiamo lo spazio. Il confronto tra il segno manuale e quello digitale non deve tuttavia essere letto nei termini di una contrapposizione tra passato e futuro. Il disegno manuale conserva una dimensione fisica, temporale e quasi corporea: registra la pressione della mano, l’incertezza del gesto, la sovrapposizione delle correzioni, la scelta improvvisa di una linea. Il disegno digitale, al contrario, apre possibilità di controllo, precisione, simulazione e trasformazione pressoché infinite. Entrambi, però, possono diventare strumenti di pensiero.

La vera questione non riguarda quindi la scelta tra matita e computer, ma la capacità dell’architetto di utilizzare il segno per produrre conoscenza e immaginazione e, così, di essere radicalmente contemporaneo. Prima ancora di costruire edifici, l’architettura costruisce immagini. E prima ancora di trasformare la città, prova a immaginarla.
La mostra si colloca precisamente in questo territorio: quello di un’architettura che mediante il disegno torna a interrogarsi sulla città, sulla memoria e sul futuro nel confronto tra maestri e nuove generazioni. Dimostra così come il disegno non sia una pratica appartenente al passato, ma uno degli strumenti attraverso cui l’architettura può ancora costruire pensiero mentre si progetta. E progettare Roma – o qualsiasi metropoli contemporanea – significa continuare a confrontarsi con una dimensione in cui passato, presente e futuro rimangono indissolubilmente sovrapposti.