“Ogni inizio è lieto; la soglia è il luogo dell’attesa”, Johann Wolfgang von Goethe

Quando amici e familiari vengono a trovarmi a Milano, spesso faticano a comprenderne il fascino. Sembrano risentire di un luogo comune diffuso, quello di una “città brutta”: un’etichetta che accompagna la capitale industriale fin dagli anni Venti e che ancora oggi fatica a scomparire. Per certi versi, non posso biasimarli. Di fronte alla ricchezza e all’immediatezza dell’architettura palaziale di Venezia o Roma, è difficile spiegare perché valga la pena scoprire Milano. Eppure, dico loro, Milano è una città per esploratori. La sua magnificenza si nasconde nei dettagli, spesso dietro porte chiuse.

Piazza VI Febbraio 10, progetto di Renato Ferrari, 1934-36. Pavimento in palladiana di marmo e calcare dal bianco al grigio e al nero, disposti secondo un motivo degradé; basamento in calcare Grigio Carnico; pareti in marmo Cipollino 900, noto come marmo Zebrino. Foto ©Paola Pansini.

Ingressi di Milano, frutto della ricerca e della cura di Karl Kolbitz, offre uno sguardo privilegiato su uno degli aspetti spesso nascosti dell’architettura milanese: la soglia. Quasi come un ascensore, è uno spazio che si attraversa in pochi minuti, sospeso tra il dentro e il fuori. Eppure, forse proprio per questo, gli ingressi degli edifici residenziali milanesi sono un’espressione così pura del pensiero modernista della città. Sono insieme privati e pubblici, offrono agli abitanti e ai passanti una tregua dal trambusto cittadino e, soprattutto, una fugace sensazione di grandiosità, quasi una realtà regale e scintillante. Naturalmente, questi corridoi misteriosi suscitano una domanda: chi vive qui? Chi è così fortunato da camminare sul marmo o passare davanti alle sembianze di Afrodite andando al lavoro? Questo volume ricorda quanto, a Milano, il design sia ovunque e come tutti meritino un buon design. Quanto è affascinante, penso passando davanti a questi ingressi. E quanto è profondamente diverso, sembra suggerire Kolbitz: una differenza che sento anch’io, cresciuta tra gli interminabili e ripetitivi blocchi residenziali sovietici del periodo postcomunista.

Viale Tunisia 32, 1938-40. Lampada a sospensione di Strada. Pavimento in marmo statuario di Carrara e Bardiglio. Foto ©Paola Pansini.

Tra i 144 ingressi raccolti nel volume, pubblicato per la prima volta nel 2017 e ora riproposto da TASCHEN nella compatta 45th Edition, ho scelto i dettagli che mi hanno fatto fermare a metà passo. Grazie alla mappa alla fine del libro, ogni milanese – chi è nato qui e chi è arrivato e ha deciso di restare può ora intraprendere il proprio viaggio alla scoperta di questi dettagli nascosti nel ritmo frenetico della quotidianità.

Via Gabriele Rossetti 19, progetto di Gustavo Latis e Vito Latis, 1960. Lampada a sospensione e applique di Gino Sarfatti. Pavimento in seminato di Francesco Somaini. Foto ©Delfino Sisto Legnani.

Il significato del rosso e del giallo
Probabilmente, il primo elemento degli ingressi milanesi che colpisce i sensi è l’uso sontuoso del rosso abbinato alle tonalità calde del giallo. Sofisticata e giocosa, questa palette ricorre nei tappeti rossi distesi lungo i corridoi, nei pavimenti in calcare color borgogna e nelle pareti di marmo con i loro luminosi accenti dorati.

Via Mario Giuriati 5, progetto di Giovanni Muzio, 1930-31. Pavimento in palladiana di marmo Giallo Siena e mosaici, con diorite Nero di Anzola; lesene in diorite Nero di Anzola. Foto ©Delfino Sisto Legnani.

Non è certo una coincidenza. In tutto il mondo antico, dai faraoni egizi ai Romani, il rosso e il giallo simboleggiavano potere e ricchezza. Questa particolare combinazione cromatica acquisì un significato ancora maggiore nella Firenze del XVI secolo, quando la famiglia Medici iniziò a utilizzare il Giallo di Siena, un marmo giallo intenso dalle tonalità del miele, nelle proprie cappelle. Divenne rapidamente un’alternativa raffinata al più comune Giallo Antico, una pietra dall’effetto molto più sobrio. Oggi, questa combinazione cromatica di lunga tradizione evoca una sensazione di quieta imponenza e conferisce a questi ingressi un’atmosfera di splendore privato.

Via Plinio 55, progetto di L. Kovacs, 1957-62. Zoccolatura in calcare Rosso Collemandina; pareti e scale in marmo Arabescato. Foto ©Delfino Sisto Legnani.

Il trompe-l’œil, termine francese che significa letteralmente “ingannare l’occhio”, era un espediente ottico diffuso negli ingressi milanesi degli anni Trenta, soprattutto nelle porte in vetro. Queste creavano atmosfere quasi fantastiche, raffigurando prospettive di percorsi e colonnati classici reiterati all’infinito. Il cancello vetrato decorato, che collegava l’ingresso al cortile interno, estendeva visivamente il percorso tra esterno e interno, conferendo profondità e spazio al breve corridoio.
Questa tradizione richiama la storica predilezione dell’aristocrazia milanese per esterni discreti e austeri. I palazzi non erano pensati per attirare le folle, riservando invece la ricchezza e il comfort ai rigogliosi cortili interni, ai giardini privati e agli opulenti affreschi degli interni. Il trompe-l’œil alimentava così la curiosità dei passanti, lasciandoli all’esterno a interrogarsi su ciò che si nascondeva dietro quei cancelli fantasiosi.

Via Giuseppe Dezza 49, progetto di Gio Ponti, Antonio Fornaroli e Alberto Rosselli, 1952-56. Applique di Gio Ponti. Pavimento in serpentinite Verde Acceglio, calcare Porta Santa, marmo Bardiglio di Carrara e marmo Bianco di Carrara. Foto ©Delfino Sisto Legnani.

L’uso della ceramica
La ceramica ha sempre svolto un ruolo significativo nel plasmare l’identità culturale e materiale italiana. Ampiamente utilizzata fin dall’Antichità e durante il Rinascimento, il suo impiego negli spazi pubblici conobbe una forte crescita dopo la Seconda guerra mondiale. Il desiderio degli architetti milanesi di riempire la città di arte scultorea non fu né casuale né circoscritto a un unico linguaggio; in nessun’altra città italiana, tuttavia, l’impiego della ceramica nella ricostruzione postbellica fu così diffuso come a Milano. Poiché molti edifici di importanza storica erano stati gravemente danneggiati, la ceramica divenne un naturale elemento di integrazione, capace di contribuire al rinnovato prestigio della città pur rimanendo economica, resistente e ampiamente disponibile.

Via Santa Marta 19, progetto di Gaetano Brusa, 1950-55. Bassorilievi ceramici a parete di Pietro Melandri. Pavimento e pareti in calcare Trani Serpeggiante. Foto ©Delfino Sisto Legnani.

Al di là della dimensione materiale, le sculture e le piastrelle in ceramica si prestarono anche a simboleggiare l’Italia liberale e democratica. I loro soggetti ispirati alla mitologia mediterranea trasmettevano un familiare senso di speranza e appartenenza. Allo stesso tempo, con il nuovo interesse per le forme astratte e il modernismo, le piastrelle offrivano ad artisti come Lucio Fontana infinite possibilità compositive. Le loro forme sinuose, inserite nell’ordine geometrico del rivestimento, apparivano insieme innovative e perfettamente integrate nel contesto dell’edificio residenziale. Ancora oggi possiamo ammirarne il fascino effimero.

Corso Sempione 33, Palazzo INA, progetto di Piero Bottoni, 1953-57. Mosaico a parete di Piero Bottoni. Pavimento in palladiana geometrica a elementi rettangolari in marmo Bianco Carrara, con fughe rosa. Foto ©Delfino Sisto Legnani.

Details of Milan’s most mysterious entryways

“Every beginning is cheerful; the threshold is the place of expectation” — Johann Wolfgang von Goethe

When friends and family come to visit me in Milan, they are often puzzled by the city’s appeal. They seem to be under the influence of a widespread perception of Milan as an “ugly city”, a label that has clung to the industrial capital since the 1920s and has hardly changed today. In some respects, I don’t blame them. Compared with the richness and immediacy of the palatial architecture of Venice or Rome, it can be hard to explain why discovering Milan is a worthwhile pursuit. Yet, I tell them, Milan is a city for explorers. Its magnificence is hidden in details, often behind closed doors.

Entryways of Milan, researched and curated by Karl Kolbitz, offers a glimpse into one of these aspects of Milanese architecture that often remains hidden: the threshold. Like an elevator, it serves its function for only a few minutes at a time, as a liminal space between inside and outside. Yet perhaps for precisely this reason, the entrances of Milanese residential buildings are such a pure expression of the city’s modernist thought. They are private and public at once, offering residents and passersby a respite from the city’s bustle; more than that, they offer a fleeting sense of grandeur, of a regal, sparkling reality. Naturally, these mysterious corridors raise a question: who lives here? Who is lucky enough to walk on marble or pass an image of Aphrodite on the way to work? This book is a beautiful reminder that in Milan, design is everywhere and everyone deserves good design. How fascinating, I think as I pass these entrances. How strikingly different they are, I find myself thinking — as perhaps Kolbitz does too — having grown up among the endlessly repeated Soviet housing blocks of the post-communist period.
Among the 144 entrance halls featured in the book, first published in 2017 and now reissued by TASCHEN in the compact 45th Edition, I chose the details that made me stop in my tracks. Thanks to the map at the end of the book, every Milanese — those born here and those who came and stayed — can now embark on their own journey, discovering these hidden mysteries amid the rush of everyday life.

The significance of red and yellow
Probably the first thing about Milanese ingressi to overwhelm the senses is the sumptuous use of red paired with warm yellows. Sophisticated and playful, this palette appears in red carpets laid along corridors, burgundy limestone floors and marble walls with bright golden accents; it is hardly a coincidence. Across the ancient world, from the Egyptian pharaohs to the Romans, red and yellow symbolised power and wealth. This particular colour scheme gained even greater significance in 16th-century Florence, when the Medici family began using Giallo di Siena, an intense honey-hued yellow marble, in their chapels. It quickly became a refined alternative to the more common Giallo Antico, a stone with a much quieter presence. Today, this historical palette evokes a sense of calm grandeur and gives these entrances an atmosphere of private splendour.
Trompe-l’œil, French for “deceive the eye”, was a popular optical effect used in the glass doors of Milanese entrance halls in the 1930s. Creating an atmosphere of fantasy, these doors depicted repeated classical pathways and colonnades extending into infinity. The decorated glass gate linking the entrance hall to the inner courtyard prolonged the journey between exterior and interior while adding depth and a sense of space to the short corridor.
This tradition recalls the historic Milanese aristocratic preference for discreet and austere exteriors. The palazzi were not meant to attract crowds, reserving wealth and comfort for lush inner courtyards (cortili), private gardens and opulent frescoed interiors. The trompe-l’œil heightened the curiosity of passersby, leaving them outside to wonder what might lie behind these whimsical gates.

The use of ceramics
Ceramics have always played a significant role in shaping Italy’s cultural and material identity. Widely used since Antiquity and throughout the Renaissance, their modern popularity in public spaces soared after the Second World War. The desire of Milanese architects to fill the city with sculptural art was neither accidental nor confined to a single direction; nowhere else in Italy, however, was the use of ceramics in post-war reconstruction as prolific as in Milan. Since so many historically significant buildings had been heavily damaged, ceramics became a natural means of integration, supporting the city’s renewed prestige while remaining inexpensive, durable and widely available.
Beyond their material qualities, ceramic sculptures and tiles also became a powerful means of symbolising a liberal and democratic Italy. Subjects inspired by Mediterranean mythology conveyed a familiar sense of hope and belonging. At the same time, the new appetite for abstract forms and modernism gave artists such as Lucio Fontana endless compositional possibilities. Their sinuous shapes, set within the geometric order of the cladding, appeared both innovative and perfectly at home in the setting of a residential building. Today, we can still admire their ephemeral charm.