Negli ultimi due decenni l’Albania è diventata un terreno di particolare interesse per l’architettura internazionale. La trasformazione di Tirana, lo sviluppo delle città e delle aree costiere, la realizzazione di nuovi spazi pubblici e l’intensificarsi degli investimenti immobiliari hanno richiamato nel Paese numerosi progettisti stranieri, chiamati a confrontarsi con un contesto in rapido cambiamento.
A questa stagione è dedicato The Albanian Files. Freedom and Architecture, a cura di Anneke Abhelakh, ricercatrice e curatrice indipendente, già chief curator del Netherlands Architecture Institute e curatrice del Padiglione albanese alla Biennale Architettura di Venezia 2025, e pubblicato dall’editore svizzero Lars Müller Publishers. Il volume raccoglie, in ordine alfabetico, i contributi di sessanta studi internazionali attivi in Albania a partire dai primi anni Duemila. Tra loro 51N4E, Álvaro Siza, BIG, Herzog & de Meuron, Kengo Kuma, MVRDV, OMA, Mario Cucinella, Stefano Boeri, Steven Holl, Toyo Ito e molti altri.

Mangalem 21, 2016. Immagine per gentile concessione di OMA. ©Kontakt.

Il titolo allude ai dossier – dosje in albanese – che durante il regime comunista furono anche strumenti di sorveglianza e controllo da parte della polizia politica albanese. Nella prefazione il primo ministro Edi Rama ne rovescia simbolicamente il significato: i file raccolti nel volume non registrano le vite delle persone, ma le tracce dell’incontro tra gli architetti e l’Albania, documentando il modo in cui idee e progetti cambiano nel confronto con un luogo, la sua storia e le sue trasformazioni.
Più che un repertorio di edifici, il libro – nelle sue quasi 800 pagine e attraverso circa 1.500 illustrazioni – costruisce così un ampio quadro dell’attività progettuale internazionale nel Paese attraverso punti di vista differenti. La varietà riguarda gli autori, ma anche scale, programmi e condizioni dei progetti. Opere pubbliche e interventi privati, architetture realizzate e cantieri in corso si affiancano a concorsi, proposte non realizzate e studi urbani. Si va dagli spazi pubblici e dai masterplan alle torri residenziali e mixed-use, dai musei ai teatri, dalle scuole e dagli edifici istituzionali all’housing, agli alberghi e agli insediamenti turistici lungo la costa.

Vista di piazza Skanderbeg, progetto di 51N4E. ©51N4E.

Tra le opere presentate figurano piazza Skanderbeg e la torre TID di 51N4E, la riqualificazione della Piramide di Tirana e la torre residenziale Downtown One di MVRDV, il progetto per il nuovo Teatro nazionale albanese a Tirana di BIG, insieme a numerosi altri interventi che restituiscono l’ampiezza e la rapidità del processo in atto. L’accostamento tra progetti costruiti e non realizzati, grandi trasformazioni urbane e singoli edifici impedisce inoltre al volume di ridursi a una semplice rassegna delle nuove architetture albanesi.
A ciascuno studio è dedicata una sezione nella quale progetti, immagini e testi sono accompagnati da informazioni sull’attività nel Paese, sulle collaborazioni con i professionisti locali e da una breve intervista. Le schede riportano inoltre localizzazione, committenza, carattere pubblico o privato e stato di avanzamento degli interventi. La struttura consente così di osservare non soltanto ciò che viene progettato, ma anche le differenti modalità con cui gli studi internazionali entrano in rapporto con il contesto professionale e costruttivo albanese.

Il Besa Museum, progetto di Oppenheim Architecture. ©Oppenheim Architecture.

Un tema ricorrente è il rapporto tra libertà progettuale e velocità delle trasformazioni. L’apertura dell’Albania agli investimenti e alla cultura architettonica internazionale ha offerto possibilità difficilmente riscontrabili in contesti maggiormente regolamentati, ma ha allo stesso tempo posto questioni relative alla densità, alla qualità degli interventi, al ruolo degli investitori e alla continuità del progetto nelle fasi di realizzazione. L’introduzione di Abhelakh esplicita queste tensioni, affiancando alle opportunità anche le criticità di un processo spesso molto rapido.
Il progetto grafico di Haller Brun contribuisce alla costruzione del racconto. Le sezioni dedicate ai singoli studi si aprono con schede su fondo rosa, impostate quasi come documenti d’archivio, mentre le pagine successive adottano composizioni più libere, alternando fotografie, disegni, modelli, rendering e testi. Una struttura riconoscibile che riesce a tenere insieme una grande quantità di materiali senza uniformare la diversità dei contributi.

Progetto di sviluppo urbano del lungomare di Valona. Immagine per gentile concessione di Oppenheim Architecture. ©MIR.

The Albanian Files non si propone come una ricognizione complessiva dell’architettura albanese contemporanea – gli architetti albanesi sono presenti soprattutto all’interno dei team e delle collaborazioni locali – ma come il racconto dell’incontro tra il Paese e una vasta scena progettuale internazionale. Questa prospettiva restituisce con efficacia l’apertura dell’Albania verso l’esterno e il ruolo attribuito all’architettura nel suo processo di trasformazione, lasciando inevitabilmente meno esplorata la produzione degli studi locali. La prefazione di Edi Rama sottolinea infine la dimensione istituzionale del volume, nel quale l’architettura concorre anche a definire l’immagine contemporanea e internazionale del Paese.

Vista del volume aperto. Immagine: Lars Müller Publishers.