Vittorio Gregotti. Architettura, le idi di marzo e una Repubblica

Ad oggi sono oltre milleottocento i decessi per virus Covid-19, nella sola Italia. Soprattutto anziani nati agli inizi della Seconda guerra, con un picco tra i figli degli anni ’20 e ’30. Oggi, uno dei tanti di questa generazione a lasciarci prematuramente, e senza diritto a un vero funerale, è l’architetto Vittorio Gregotti. Si è spento stamattina, il 15 marzo 2020, non un giorno qualunque ma lo stesso in cui morì Giulio Cesare. L’architetto novarese è stato un importante punto di riferimento per l’architettura mondiale, sin dal secondo dopoguerra, prima dalle pagine di “Casabella”, dove era stato redattore al fianco del suo mentore Ernesto Nathan Rogers, poi come teorico e professionista.

Il territorio dell’architettura, pubblicato nel 1966, lo stesso anno de L’architettura della città di Aldo Rossi, è un testo fondativo per la storia dell’architettura del secondo dopoguerra. Testo su cui generazioni di architetti in tutto il mondo hanno trascorso lunghe nottate di studio per assimilarne i princìpi. Princìpi riproposti nei tanti libri e articoli (migliaia) scritti per le riviste da lui dirette o cui ha contribuito. Vittorio Gregotti aveva la non comune dote tra i progettisti di saper scrivere, variando lo stile in funzione del pubblico cui si rivolgeva. Dai complessi saggi carichi di riferimenti filosofici ai delicati libri in cui rievocava gli affetti famigliari, ad articoli divulgativi per periodici in cui analizzava il panorama architettonico contemporaneo. A lucidità di giudizio ha saputo accostare una limpidezza che rasentava l’innocenza: quella del bambino protagonista de I vestiti nuovi dell’imperatore, attirandosi critiche feroci, senza mai ingaggiare polemica con nessuno.

Progetto per l’università della Calabria, concorso, 1972. Con Emilio Battisti, Hiromichi Matsui, Pierluigi Nicolin, Franco Purini, Carlo Rusconi Clerici, Bruno Viganò, Spartaco Azzola, Vera Casanova, Cristina Castello, Rafaello Cecchi. Foto archivi Kenneth Frampton, lezione sulle megaforme all’università Roger Williams, 2011.

In un periodo in cui i magazine italiani erano tra i più influenti, Gregotti fu lucido scopritore di talenti, lanciando in tutto il mondo, dalle pagine delle riviste che dirigeva, nomi e scuole sino allora sconosciuti. Uno su tutti Álvaro Siza, primo tra tutti con il quartiere Malagueira a Évora e, con lui, tutta la scuola di Oporto, e poi i tanti membri delle scuole iberiche. Assieme alla Tendenza e alle scuole italiane (Milano, Venezia…), di cui era quasi sintesi, Gregotti fu tra i contributori teorici più determinanti per il paesaggio architettonico contemporaneo iberico. Nome ricorrente nelle bibliografie dei corsi in Spagna e Portogallo, è anche stato tra i primi, se non il primo, architetto estero a costruire in questi due Paesi dopo il lungo sonno fascista. A Lisbona, realizzando nel 1992 il centro culturale di Belém, sede della prima presidenza portoghese dell’allora Comunità europea e ancora oggi visto come un simbolo di riscatto internazionale per il Paese. In quegli stessi anni il mondo “scopriva” una Barcellona nuova, con le Olimpiadi, inaugurate in uno stadio restaurato proprio da lui. Non a caso, già oggi i quotidiani iberici parlano estensivamente della sua morte. Maestro di tanti maestri, centinaia sono i progettisti passati, in quasi cinquant’anni di attività, per il celeberrimo e meraviglioso studio di via Matteo Bandello 20 a Milano o per quello di Cannaregio a Venezia. Tra essi nomi insospettabili dell’attuale panorama italiano, come Cino Zucchi o Italo Rota.

Vittorio incarnava il prototipo di una particolare tipologia di professionista, una figura tipicamente italiana, quello dell’architetto umanista, che progetta e realizza, con continuità dialettiche, dal cucchiaio alla vasta scala territoriale. Una figura ormai in via di scomparsa, con buona pace delle nuove generazioni, sempre più spesso ridotte a una corsa verso la specializzazione più spinta, perdendo qualsiasi sguardo d’insieme. Carattere poliedrico e completo che inserisce Gregotti tra gli uomini più ammirati da Kenneth Frampton, che, come Maldonado, deceduto anche lui pochi mesi fa, cita ripetutamente nelle sue conversazioni private, nella lezioni alla Columbia University e in articoli.

Nello studio Gregotti Associati, lui era “il professore”: qui come allo IUAV di Venezia, dove ha insegnato a lungo, si preoccupava di verificare il lavoro di ciascuno, spiegando eventuali errori o spronando a miglioramenti. Un insegnamento che passava attraverso l’esempio che Vittorio Gregotti e i suoi soci offrivano in prima persona, senza timore di portare avanti le proprie idee, dimostrando coraggio e visionarietà. Il professore assieme ad Augusto Cagnardi e Michele Reginaldi, i soci degli ultimi anni, si confrontava, tra i primi nel mondo delle archistar, con il mercato cinese. Concorso dopo concorso, Gregotti Associati portò avanti una via italiana della progettazione. Nascevano così piani di recupero urbani (tipologia nuova per la Cina), edifici di rappresentanza e intere città come Pujiang, destinata a oltre 100 mila abitanti, sorta alle porte di Shanghai. Lo studio sfornava – alcuni critici userebbero proprio questo termine – centinaia di progetti per musei, teatri, stadi, ospedali, centri di ricerca, complessi residenziali, quartieri multifunzionali, in tutto il mondo. Gregotti e i suoi idearono e seguirono cantieri di progetti complessi, arrivando anche a raffinati allestimenti, come le sale espositive della Pinacoteca di Brera; passando per enormi interventi come il bellissimo stadio di Genova (e i tanti tra Italia, Spagna, Francia e Marocco); il nuovo teatro di Aix-en-Provence o l’immenso quartiere Bicocca di Milano che include il teatro degli Arcimboldi e il polo universitario. Gregotti, oltre a essere capace di sottile critica politica, era anche abile nel navigare con efficacia tra le stanze del potere e le famiglie del capitalismo italiano. Come Piano, nato alcuni anni dopo di lui, Vittorio progettava per una certa classe dominante dell’ex Italia “quinta potenza”, mantenendo sempre un livello di dignità teorica e progettuale tipica di una Italia ex epicentro del pensiero architettonico. Qualità che si osserva negli interventi per la sede di Rizzoli-Corriere della Sera in via Solferino, in quella dell’ex Pirelli RE, entrambe a Milano, o presso l’headquarter della Banca Lombarda a Brescia. E, in una Prima Repubblica, in cui la collettività poteva e voleva ancora realizzare tentativi di ridistribuzione delle ricchezze tramite grandi infrastrutture statali, egli ideò i campus universitari per la Calabria, Firenze (polo di Sesto Fiorentino) e Palermo. Palermo dove Gregotti fu di notevole influenza, essendo, con Culotta, uno dei padri morali dell’ex facoltà di architettura (oggi accorpata in scuola politecnica). Progetti spesso interrotti o mal costruiti, abbandonati, incompleti, che sono costati a Gregotti polemiche, addossandogli responsabilità non sempre sue, come nel caso dello Z.E.N. di Palermo. Figlio di fallimenti di un’epoca, dell’incompletezza delle politiche meridionali, dai limiti stessi del capitalismo. Oltre che, in parte, di ingenuità progettuali, certo.

Università della Calabria. Foto archivi Kenneth Frampton, lezione sulle megaforme all’università Roger Williams, 2011.

La lista delle opere è lunga, e Gregotti fu anche protagonista di concorsi internazionali, collaborando con i massimi specialisti nei propri settori di competenza: Benevolo, Castiglioni, Portoghesi, Purini, Pollini e ARUP, il suo grandissimo amico Cerri, grafico e socio fondatore della Gregotti Associati sino al 1998 e l’urbanista Cagnardi suo partner professionale dal 1981. Lo studio era un cenacolo dove vigeva un’organizzazione gerarchica, per gruppi più o meno folti in proporzione alla consegna. Ma non mancava il dibattito culturale, a 360 gradi, cosa rara, di questi giorni, nei grandi studi di progettazione “commerciali” (e, il Nostro, ad un certo punto, è stato anche questo). Sin dai tempi de Il territorio dell’architettura, ogni nuovo intervento, anche di tipo più speculativo, doveva essere consapevole del contesto in cui andava ad inserirsi. Come scriveva ne I racconti del progetto (2018, p. 14):
il progetto è un dialogo critico con la realtà, il che significa soprattutto un dialogo tra i fondamenti dell’architettura e una specifica condizione. La condizione è quella geografica e storica, tecnica e simbolica del presente ed è a confronto (non a consenso) con questi articolati elementi che si muove la nostra disciplina”.

Un dialogo necessariamente partecipato, ma, alla fine, per Gregotti, le cui fila dovevano essere tratte dall’architetto. In Creatività e trasformazione, che trascrive una conferenza sua e una di Marc Augé al Politecnico di Milano, teneva a sottolineare (pp. 22-23) che quello della partecipazione era un tema  “…nato negli anni Sessanta in America e ha portato con sé un difetto che vorrei non si ripetesse, ovvero la rinuncia alla specificità del nostro lavoro. Non possiamo far assumere alle persone responsabilità che sono le nostre. Certamente è molto importante ascoltare, capire che esiste una domanda, circoscriverne il senso. Ma è una domanda, non è una risposta. La risposta la dobbiamo dare noi come architetti!”.

Con i suoi soci e associati, Vittorio insegnava il valore del lavoro di gruppo e di valorizzazione delle peculiarità di ogni singolo componente. Anche i più “banali”, perché, quando si era in consegna presso il suo studio, anche i dettagli dovevano essere meticolosamente curati. Lo studio Gregotti Associati era caratterizzato da un mondo di grande professionalità italiana, da puntualità lombarda, da una discreta meritocrazia produttivista, di discussioni (talvolta accese), da incessanti letture e dialoghi dal sapore umanista. Ma, anche, da un pizzico di sarcasmo.

Progetto per alloggi sociali a Cefalù, 1976. Foto archivi Kenneth Frampton, lezione sulle megaforme all’università Roger Williams, 2011.

L’avanzare dell’età e il pensionamento dalla carriera universitaria avevano reso Gregotti più sedentario. Iniziarono a essere più ricorrenti le sue conferenze, in cui si confrontava con intellettuali del suo calibro, o letture delle sue ultime fatiche letterarie. Era un piacere assistere a questi momenti, quasi domestici, come lo è ancora oggi riprendere i suoi testi, per nulla incomprensibili – come accusato da molti – ricchi di rimandi ad altre discipline.

Gregotti si trovava sempre al suo tavolo da disegno, posizionato contro una delle grandi vetrate affacciate sul giardino interno. Talmente grande da farlo sembrare piccino. La sua fama incuteva deferenza e timore ma tutto sommato non era così difficile averci a che fare. Dinanzi all’interlocutore, Gregotti sembrava interrogare silenzioso, fissando con occhi cerulei, che roteava spesso al cielo invocando maggior sintesi nell’esposizione. Provocava disarmo, contraddetto, poi, da un attento e disponibile ascolto e dalla capacità di trovare soluzioni inattese se non insperate. In quel grande tavolo, Gregotti rimase quasi fino alla fine. Da quella posizione, intento a scrivere o disegnare con le mani ormai nodose, canticchiando il motivo di musica classica che in quel momento la stereofonia diffondeva per tutto lo studio, come un gatto, solo apparentemente distratto.

Gregotti era sintesi di un’Italia ormai scomparsa, sepolta dalle rovine di una Seconda Repubblica che vive, in questi giorni di crisi pandemica, forse, una fase di transizione storica. Nulla sarà più come prima, e la fase dello sfascio neoliberista, di cui Gregotti fu sempre tra i più acerbi critici, dovrà fare i conti le sue disastrose conseguenze. Vittorio non poteva che andarsene adesso, forse tranquillo, vedendo il suo Paese finalmente unito in una lotta collettiva. Lui, che diventava maggiorenne quando finiva la guerra e nasceva la nostra Repubblica, il nostro passato, aveva, almeno in parte, contribuito a costruirlo. Ora, toccherà a noi continuare. Grazie Vittorio.

Vittorio Gregotti, 1927 – 2020.