Il volume Una tradizione architettonica, edito dalla casa editrice Tre Lune Edizioni nel 2020, raccoglie nove interventi proposti da Federico Bucci nell’ambito di convegni o conferenze all’interno delle attività scientifiche della cattedra Unesco del Polo di Mantova del Politecnico di Milano.
Nell’insieme il libro traccia i contorni entro cui iscrivere i caratteri della Scuola di Milano definendo al contempo le ragioni che giustificano un simile affresco ed il significato di un’azione interpretativa della storia dell’architettura recente, volta a stimolare nelle giovani generazioni una consapevolezza operativa capace di cogliere l’orizzonte futuro: “Una scuola deve essere in grado di attivare il pensiero critico dei differenti circuiti generazionali che la compongono”.

Franco Albini, Franca Helg, Palazzo della Rinascente, Roma, 1957-60. Foto: Marco Introini.
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La scuola di Milano, secondo un’idea già delineata da Antonio Monestiroli, è quella composta dai laureati di Milano che dagli anni ’30 agli anni ’90 del secolo scorso si scoprirono uniti da un comune linguaggio architettonico in cui la razionalità delle geometrie costruttive era animata da una forte idea di impegno civile.
Fruitori del paesaggio effimero costruito dalle mostre milanesi, attraverso esperienze professionali singole o di gruppo, e nel solco del dibattito promosso negli anni del dopoguerra dalla rivista “Casabella-Continuità”, diretta da Ernesto Nathan Rogers, intorno all’idea di ritrovare nella cultura e nelle tradizioni del territorio italiano ed attraverso il riconoscimento delle radici della modernità, i laureati di Milano furono in grado di “collocare il proprio sapere tecnico in una più ampia dimensione culturale intesa come coscienza storica del proprio ruolo dinamico nell’evoluzione della società”, testimoniando l’esistenza di una scuola attiva.

Ignazio Gardella, Casa alle Zattere, Venezia, 1958-62. Foto: Marco Introini.
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È attraverso il ritratto di otto “laureati noti”, capace di delineare percorsi autonomi anche quando paralleli, ed evidenziare esiti architettonici a volte anche molto distanti tra loro, che emerge la vitalità della Scuola Milanese nel secondo dopoguerra.
Franco Albini (1905-1977), Ignazio Gardella (1905-1999), Ernesto Nathan Rogers (1909-1969), Carlo De Carli (1910-1999), Marco Zanuso (1916-2001), Guido Canella (1931-2009), Enrico Mantero (1934-2001), Antonio Monestiroli (1940-2019) sono i Maestri, richiamati nel sottotitolo del volume, cui l’autore dedica altrettanti saggi rivelando caratteri peculiari di ciascuno, attraverso l’utilizzo di strumenti sempre diversi: progetti giovanili, scritti e studi inediti, interviste dirette o immaginate.

Studio BBPR (Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti, Ernesto Nathan Rogers), Torre Velasca, Milano, 1955-57. Foto: Marco Introini.
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Di Albini, attraverso un excursus completo delle opere, si mette in risalto quell’arte del porgere capace di coniugare poeticità della vita e realtà dell’organizzazione sociale: “razionalismo poetico”. Un umanissimo Gardella, grazie anche ai recenti studi sulle “altre architetture” del maestro, ed il richiamo alla nota intervista rilasciata a Monestiroli, emerge attraverso la straordinaria capacità di pensare lo spazio dall’interno. A Rogers, ripercorrendo le riflessioni sul mestiere dell’architetto, si riconosce il merito di avere introdotto, una modalità inedita operativa e propulsiva di intendere la storia: “La storia è ciò che gli individui, in ogni tempo e con differenti punti di vista studiano e interpretano per costruire il proprio futuro”. Di Carlo De Carli si riprendono gli studi sullo spazio primario che inducono a pensare l’architettura come atto fondativo. I poco noti progetti dello studente Marco Zanuso (progetto per un albergo rifugio tipo in Val Malenco con Gianni Albricci, progetto di laurea per la Sistemazione di un centro cittadino) anticipano la capacità dell’architetto-designer, di definire una forma espressiva del proprio tempo attraverso la sapiente gestione delle tecniche costruttive e rispondere puntualmente alle urgenze della società.

Guido Canella, Michele Achilli, Daniele Brigidini, Laura Lazzari, Municipio di Segrate, 1963-66. Foto: Marco Introini.
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Se Canella è il costruttore di una cittadella mentale, fatta di progetti disegnati e narrati, capace di prefigurare il futuro integrando il passato nel presente è Enrico Mantero, di cui non a caso si richiamano le ricerche seminali su Terragni, che fissa nel rapporto con la città l’osservatorio privilegiato dal quale rifare i conti della storia dell’architettura del Novecento, rivelando la centralità dello studio della forma urbana e del suo rapporto con l’architettura.
Infine, Antonio Monestiroli, attraverso l’escamotage ideato da Bucci dell’”intervista in forma di antologia”, ci conduce con mano a rivisitare la sua architettura della realtà che, a conclusione del volume, appare – come sintesi de “la linea milanese” nell’architettura italiana – a rammentare come “il fine dell’architettura non è l’architettura ma la conoscenza e la rappresentazione del motivo per cui viene costruita”.

Antonio Monestiroli, Cimitero, Voghera, 1995. Foto: Marco Introini.
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Le opere e gli scritti di questi Maestri rappresentano una stagione felice dell’architettura, legata ad una stagione straordinaria di Milano, polo culturale italiano negli anni della ricostruzione postbellica che, come Bucci dimostra, malgrado il trascorrere degli anni, non smette di mostrare elementi fertili per il nostro presente.
Alle soglie di una nuova ricostruzione italiana, appare più che mai intrigante lo sviluppo dell’ipotesi circa l’esistenza di una “tradizione architettonica” milanese tutt’ora operativa. In quest’ottica le note conclusive al volume aprono uno spiraglio: l’autore dichiara di avere anticipato attraverso questo libro, il progetto di un altro volume dedicato alla individuazione di una tradizione architettonica che colmi le importanti lacune – Bucci cita tra queste Gio Ponti (1891-1979), Giovanni Muzio (1893-1982), Vittoriano Viganò (1919-1996), Vittorio Gregotti (1927-2020), Aldo Rossi (1931-1997), Giorgio Grassi (1935) – e introduca gli esponenti della generazione successiva.