Al di là delle grandi operazioni spettacolari e della consueta sovrabbondanza di stimoli, (in programmazione abbiamo contato 1.300 eventi in città) questa edizione della Milano Design Week ha lasciato emergere, forse più di altre, una tensione interessante tra ricerca materica, memoria domestica, sperimentazione e riscoperta dell’architettura come spazio da attraversare. Tra Salone e Fuorisalone, più che inseguire il “must see”, ci hanno colpito alcuni progetti capaci di costruire narrazioni coerenti, intime o radicali, spesso lontane dalla logica dell’evento effimero: meno centrata sull’installazione come evento e più sull’idea di spazio come racconto, ricerca o infrastruttura culturale. In una Design Week sempre più estesa e complessa, è forse proprio questa capacità di produrre senso — più che immagini — ciò che continuiamo a cercare.
Alcuni episodi hanno restituito con particolare lucidità questa tensione, suggerendo un’idea di design meno centrata sul prodotto e più vicina a una pratica culturale. Ecco otto episodi che, per ragioni diverse, ci sembrano raccontare bene ciò che di più interessante abbiamo visto quest’anno. Ps. Non è una classifica!

Deoron in via Padova
Tra le sorprese più autentiche del Fuorisalone, l’intervento di Deoron in via Padova (nel Porta Venezia Design District) ha mostrato come il design possa ancora farsi dispositivo culturale e non semplice esercizio di stile. Negli spazi industriali di Factory Eleven, infatti, il progetto ha saputo costruire una presenza quasi inattesa, capace di dialogare con il quartiere senza neutralizzarne l’energia, anzi, canalizzandola.

Deoron. Foto: Anouk De L’epinois.

Una selezione altissima di settanta pezzi di design da collezione, di talenti emergenti e marchi affermati, nazionali e internazionali, distribuiti in 800 metri quadri e posizionati su carrelli smaltati – a sottolineare la narrazione reciproca tra oggetti e location – che rendevano possibile modificare al bisogno il loro set up espositivo, generando interazioni dinamiche, tra lo spazio, i visitatori e le differenti esperienze. In particolare, quella immersiva legata al sound design, a cui Deoron ha dedicato specifica attenzione, con mobili e complementi disegnati ad hoc, una listening room con sessioni di ascolto private, e un monumentale soundsystem fatto per l’occasione dal brand tedesco New Fidelity. Insieme ai materiali e alla luce, il suono diventava elemento architettonico a sé stante, generando nuove modalità di interazione e percezione.

Deoron. Studio MOTO, Stack. Foto: Anouk De L’epinois.

The Eames Houses in Triennale: l’attualità di un’idea di abitare
La mostra dedicata alle Eames Houses in Triennale (fino al 10 maggio) ha avuto il merito di evitare la nostalgia e rileggere un’icona del modernismo residenziale prefabbricato come progetto ancora vivo. Curata da the Eames Office in collaborazione con il brand spagnolo Kettal, la mostra non intende soltanto essere la celebrazione di Charles e Ray Eames, ma una riflessione sulle case-laboratorio dove architettura, paesaggio, oggetti e vita quotidiana si compongono in un equilibrio sorprendentemente contemporaneo.
Espone, infatti, rari disegni, film e fotografie d’archivio, modelli, plastici, maquettes in scala dell’architettura sviluppata negli anni Quaranta e Cinquanta in risposta al programma sponsorizzato dalla rivista “Arts & Architecture” che si proponeva di identificare nuovi modi di costruire utilizzando i processi industriali all’indomani della seconda guerra mondiale.

The Eames Houses. Foto: ©weArch.

Ma è l’Eames Pavilion System a costituire il fulcro della mostra The Eames Houses: un modello – così apparentemente noto – che continua a porre questioni urgenti sulla densità dell’abitare, sull’ibridazione tra lavoro e spazio domestico, sul rapporto tra standardizzazione e appropriazione. Il sistema di costruzione modulare condensa e modernizza alcune delle idee architettoniche fondamentali di Eames, tra cui l’uso di una griglia razionale, un ingombro ridotto con il massimo volume e una struttura che può essere adattata nel tempo, con moduli ripetibili che possono combinarsi con tetti intercambiabili, riempimenti di facciata, vetri, tessuti e accessori per creare padiglioni a uno o due piani.
L’Eames Office ha collaborato strettamente con Kettal al progetto, beneficiando dell’esperienza del marchio con sede a Barcellona nella progettazione di sistemi architettonici su piccola scala per la vita all’aria aperta. “Il nuovo sistema bilancia l’intento originale di Charles e Ray con l’innovazione contemporanea”, ha affermato Antonio Navarro, direttore creativo dell’azienda.

The Eames Houses. Foto: ©weArch.

Torre Velasca e Visteria Foundation: riabitare il moderno
L’intervento di Visteria Foundation – alla sua seconda presenza al Fuorisalone, dopo il successo dello scorso anno con la mostra Romantic Brutalism – nella Torre Velasca ha avuto il fascino raro dei progetti che usano un’architettura iconica senza farsene schiacciare. Più che occupare il 16° piano del grattacielo icona di BBPR, il progetto sembrava risvegliarne possibilità latenti, facendo della Velasca non solo un (incredibilmente panoramico) fondale ma un interlocutore coerente.
Due le mostre presentate: Polish Modernism. A Struggle for Beauty, racconto sul pensiero modernista nel design polacco, dal periodo tra le due guerre ad oggi. Curata da Federica Sala e Anna Maga, la mostra ha messo a sistema oggetti contemporanei con opere storiche, mostrando quanto profondamente le idee moderniste continuino a influenzare la cultura del design polacco di oggi. Accanto a pezzi unici in prestito dall’archivio del Museo Nazionale di Varsavia, la mostra ha presentato una selezione di opere di artisti incaricati di creare oggetti appositamente per la mostra e una sala arredata nell’ambito del progetto IWP (IID)_Design Repository_2.0 dell’Istituto Polacco di Design Industriale, volto a riportare in vita design iconici conservati negli archivi dell’Istituto e a collocare le sperimentazioni del design polacco all’interno del più ampio dibattito internazionale su qualità, standard di progettazione e produzione responsabile.

Polish Modernism. A Struggle for Beauty. Foto: Visteria Foundation / Michał Łukasik.

E la raffinatissima Warsaw Sao Paulo Milan. Jorge Zalszupin’s Brazilian Modernism, esposizione monografica – curata dall’architetta berlinese Maria Murawsky insieme a Lissa Carmona, CEO di Etel – dedicata a Jorge Zalszupin, designer polacco nato a Varsavia nel 1922 ed emigrato in Brasile, a San Paolo, dove diventerà tra i protagonisti del design modernista fondando il proprio studio-laboratorio di mobili in legno, L’Atelier, e partecipando, insieme a Oscar Niemeyer, alla costruzione dell’immaginario di Brasília. La mostra espone una selezione vasta dei pezzi d’arredo e complementi da lui disegnati negli anni, come la poltrona Dinamarquesa, i tavoli Pétalas, il Tea Trolley, ma anche schizzi, testi, foto e materiali d’archivio che restituiscono la complessità del suo lungo percorso creativo ed umano (morirà nel 2020, a 98 anni), rendendolo finalmente noto a tutti.

Warsaw Sao Paulo Milan. Jorge Zalszupin’s Brazilian Modernism. Foto: ©weArch.

Architetture Aperte
Tra i segnali più interessanti della settimana, le aperture straordinarie di architetture d’autore normalmente non accessibili che ci hanno ricordato come il Fuorisalone possa ancora essere, prima che dispositivo promozionale, occasione di conoscenza per riabitare il patrimonio moderno.

Ci ha pensato Alcova con Villa Pestarini, il gioiellino residenziale realizzato da un giovane Franco Albini nel 1938, rimasto l’unico esempio di architettura razionalista italiana di quel periodo ancora intatto allo stato originario, che per l’occasione non solo è stato aperto ma ha ospitato una mostra site specific curata da Patricia Urquiola per Haworth e Cassina (anche se noi forse avremmo preferito la casa fosse lasciata libera).
Interni Venosta con Osvaldo Borsani nel neoclassico Palazzo Olivazzi di via Bigli, originariamente costruito nel XVIII secolo, dove Britt Moran ed Emiliano Salci, co-fondatori dello studio milanese Dimorestudio, sono riusciti a presentare la loro ultima collezione all’interno dell’appartamento progettato nel 1936 da un giovane Borsani: lo spazio, in gran parte ancora intatto, venne concepito come un’opera d’arte totale con Osvaldo Borsani che si occupò dell’architettura, degli arredi e delle finiture, inclusi mobili su misura, sedute e illuminazione.

Villa Pestarini. Foto: Luigi Fiano.

La Piscina Cozzi – dove è andata in scena la raffinata collettiva INSIEME curata da Sabato de Sarno con Vanity Fair – e la Piscina Romano, nel Porta Venezia Design District, costruite da Luigi Secchi in 1937, dove invece è stata allestita la mostra curata da 6:AM GLASSWORKS. O il Palazzo Acerbi, risalente al XVII secolo, in corso di Porta Romana, che grazie al colosso scandinavo H&M Home in collaborazione con la designer di Los Angeles Kelly Wearstler, ha aperto le sue porte per la prima volta durante la Design Week, offrendo ai visitatori l’opportunità di ammirare da vicino i suoi affreschi barocchi e gli interni riccamente decorati messi in relazioni con i pezzi contemporanei.

Piscina Romano. Foto: ©weArch.

When Apricots Blossom: tradizione come progetto
Il padiglione uzbeko è stato uno dei casi più convincenti di questa MDW (ha infatti vinto uno dei Fuorisalone Awards) di come un racconto profondamente identitario possa evitare sia il folklore sia l’astrazione curatoriale. Parliamo della collettiva When Apricots Blossoms – se il titolo vi appare poetico è perché in effetti è tratto dal’’omonima poesia del 1937 dello scrittore uzbeko Hamid Olimjon, ispirata alla resilienza degli alberi di albicocco – curata nel cuore di Brera, a Palazzo Citterio, dall’architetto Kulapat Yantrasast, fondatore di WHY Architecture e commissionata dalla Uzbekistan Art and Culture Development Foundation. Una mostra dall’allestimento scenografico, che ha “utilizzato” l’artigianato come motore di rinascita culturale, chiedendo a designer, artigiani, architetti, registi e ricercatori di osservare attraverso una lente contemporanea il Karakalpakstan e la regione del Mar d’Aral, nell’Uzbekistan nord-occidentale: ispirati dagli intricati francobolli di pane del paese, gli arazzi di flora e suzani sono interpretazioni contemporanee di artisti del calibro di Nifemi Marcus-Bello, Marcin Rusak e Raw-Edges Bethan Laura Wood.

When Apricots Blossom. Foto: ©weArch.

Un percorso immersivo e non scontato, che culmina nel Garden Pavilion, progettato dallo studio WHY Architecture (aperto fino a fine luglio 2026), la cui forma inclinata scaturisce da un profondo rispetto per le tradizioni della costruzione delle iurte dei popoli nomadi dell’Uzbekistan reinterpretate in chiave contemporanea attraverso una struttura a traliccio larga 15 metri, composta da 500 elementi in acciaio e rivestita in una garza di fibra traslucida. Un padiglione, che oltre offrire ombra ai visitatori, ha accolto un fitto programma di eventi, laboratori, incontri, talk.

Piscina Romano. Foto: ©weArch.

Camini. Presenze domestiche nell’era post-tecnica
La mostra curata da Paolo Casicci nello spazio di Vito Nesta lavorava su un archetipo domestico quasi dimenticato — il camino come centro simbolico della casa — trasformandolo in dispositivo narrativo e oggetto di ricerca, interrogandosi su come si possa interpretare la presenza del fuoco nella casa contemporanea. Camini ha presentato una collezione di pezzi inediti nati dalla collaborazione tra designer e aziende, chiamati a confrontarsi con un archetipo domestico solo apparentemente in disuso. Re-inventare il fuoco, infatti, non significa replicarne l’immagine, ma riattivarne la forza simbolica attraverso un’idea contemporanea e radicale di oggetto domestico. Non un sistema di riscaldamento, ma relazionale: qualcosa a cui parlare, da cui sentirsi guardati. “Perché abbiamo ancora bisogno che le cose siano più che strumenti. Abbiamo bisogno che siano presenze.”

Camini. Foto: Paolo Mottadelli.

E così lo spazio si è popolato: dai vasi faccia di Matteo Cibic con Forma&Cemento ai tappeti Lari e Penati di Luoghicomuni (Enrico M. Turella e Chiara Celidoni) con Oltrarnodesign; dalla sedia a dondolo stampata in 3d Tzá-ki di Alessandro Gorla con Bluecycle – azienda greca ad alta tecnologia che si occupa di dare una seconda vita alla plastica delle reti da pesca dismesse e recuperate dal Mar Egeo per renderle arredi – al cabinet in squame metalliche Lare di Millim Studio con Poigné e fino alla collezione istallazione di Vito Nesta con Ma.Vi Ceramica o al coffee table Mino, disegnato da Alessandro Corina e Paolo Stella per Bosa Ceramiche.
In una Design Week spesso attratta dalla novità come valore in sé, questa operazione appariva quasi controcorrente: riportare al centro una tipologia primaria per ragionare su permanenza, rito, memoria. Una mostra piccola ma teoricamente densa.

Camini. Sedia a dondolo Tzá-ki. Foto: ©weArch.

SaloneSatellite e le giovani promesse
Infine il SaloneSatellite, che continua a essere uno degli osservatori più interessanti, confermandosi, forse più del Salone stesso, come luogo dove intercettare tensioni ancora aperte. Una generazione – massiccia la presenza di designer dall’estremo Oriente – meno interessata all’oggetto iconico e più concentrata su processi, materiali, micro-produzioni, ecologie progettuali talvolta poetiche. Un terreno meno risolto forse, e proprio per questo più interessante. Dove il progetto appare ancora in fase di formulazione, non addomesticato, e quindi capace di rischio.

SaloneSatellite, Salone del Mobile.Milano 2026. Foto: Ludovica Mangini.

Tra quello che abbiamo visto, ci hanno colpito in particolare quattro progetti, molto diversi l’uno dall’altro: il lavoro del designer italiano residente a Vienna Federico Fiermonte, che ha proposto 2 sedie e un coffee table in legno dichiaratamente ispirate al design scandinavo di Alvar Aalto. Il duo Living Form Design Studies, fondato dai designer Zhijian Xiong e Junhan Zhang, che hanno proposto LF4B Equilibrista, lampada da terra con paralumi in carta realizzati a mano che si muove sul sottile confine tra l’artigianato tradizionale e la precisione meccanica, e un mobile a torre in acciaio inox per riporre e esporre oggetti (LF1B) composto da quattro ripiani, un sistema di sospensione superiore e ruote per facilitarne lo spostamento. LF1B si presenta come un elemento funzionale nel contesto d’arredo in continua evoluzione (che ricorda lontanamente Abitacolo, di Bruno Munari). I turchi di USLU Design Studio (presenti anche ad Alcova) con la collezione Disco House, ispirata ai favolosi anni Settanta e la giovanissima Benedetta Licini, con un sistema di infrastrutture domestiche componibile, costituito da giunti metallici e contenitori in lattice liquido stampati in 3d. Very cool!

Living Form Design Studies, LF1B.

Extra mix
Inoltre, in ordine sparso, si segnalano alcune ulteriori iniziative: Made in MiC, promosso dal Ministero della Cultura, presentato per la prima volta al Salone con l’obiettivo di valorizzare il patrimonio culturale italiano attraverso il design contemporaneo; Mind where you place your hands di Olivari, dedicata alle nuove collezioni di Philippe Starck, Snøhetta, Patricia Urquiola, Draw Studio e Arik Levy; il masterplan per il Salone Contract 2027 elaborato da Rem Koolhaas e David Gianotten (OMA). Tra le iniziative del Fuorisalone, la presentazione della Vienna Design Week (25 settembre–2 ottobre 2026), le mostre Matter in Motion. Material Becomes Experience alla Fondazione Sozzani, Carla De Benedetti fotografa. Un archivio di case d’autore del CASVA e ISIA Research – New Design for a New World dell’ISIA alla Fabbrica del Vapore, oltre alla conferenza Milano d’Acqua di Stefano Suriano, parte del ciclo Water Perspectives, ospitata nello showroom milanese di Myrtha Pools.

OMA, Salone Contract Masterplan, Dome. Salone del Mobile.Milano ©OMA.

English Summary
This article presents a curated selection of projects and exhibitions from Milano Design Week 2026, highlighting a shift from spectacle to more reflective and research-driven approaches. Across Salone del Mobile and Fuorisalone, the focus is on spatial narratives, material experimentation, and the rediscovery of architecture as a cultural framework. From installations and exhibitions to open buildings and emerging designers, the selected episodes suggest a broader understanding of design as a critical and cultural practice.

Vienna Design Week a Milano. Foto: ©weArch.