Alla Building Gallery di Milano è in corso Vincenzo Castella. Timeless Archaeology, ampia personale dedicata al fotografo, a cura di Marco Scotini. La mostra occupa i tre piani espositivi della galleria e riunisce circa sessanta opere fotografiche di grande e medio formato, molte delle quali inedite o raramente esposte. Il percorso propone una lettura concentrata di un nucleo centrale della ricerca di Castella, dedicato al paesaggio industriale e alla sua trasformazione.
Vincenzo Castella, #01 Abano Terme Padova, 1984, stampa a colori Archival, 94 x 74 cm, Courtesy Building, Milano.
Attivo da tempo a Milano, Castella si afferma negli anni Ottanta anche nel contesto di Viaggio in Italia, la mostra coordinata da Luigi Ghirri nel 1984 che ha segnato un passaggio decisivo nella fotografia italiana contemporanea. Fin dagli esordi il suo lavoro si sviluppa come indagine sui luoghi, sulle trasformazioni del paesaggio e sugli spazi architettonici, urbani e industriali. Alle immagini delle città, tra cui le dense vedute urbane che l’artista definisce ritratti “corallini” per la complessità minuta delle trame urbane, si affiancano, nel tempo, fabbriche, impianti, macchinari e ambienti produttivi, insieme ad alcune aperture verso il paesaggio naturale e gli spazi di relazione tra natura e cultura. Anche questi luoghi sono osservati nel momento in cui il loro ruolo storico, produttivo o territoriale comincia a mutare.
Vincenzo Castella, #2 Matogrosso Brasile, 1988, stampa a colori Archival, 53 x 71 cm, Courtesy Building, Milano.
Il titolo della mostra milanese richiama l’archeologia non come semplice ritorno al passato, ma come metodo di osservazione del presente. Le fotografie industriali di Castella non documentano soltanto luoghi dismessi o in trasformazione, ma, piuttosto, registrano una condizione sospesa, in cui l’immagine sembra appartenere insieme alla storia e a un tempo non più misurabile. Nell’introduzione a Zone, la prima pubblicazione di Castella sul paesaggio industriale, Irene Bignardi si chiedeva già nel 1991 se quelle immagini appartenessero alla “fantascienza” o all’“archeologia”. Gli impianti dell’ILVA di Taranto, dell’Italsider di Napoli, di Ansaldo, Breda e di altri siti industriali italiani appaiono infatti come strutture concrete, legate a una precisa vicenda produttiva, ma anche come reperti di un immaginario moderno ormai entrato in crisi.
Questa condizione, a metà tra documento e reperto, nasce anche dal modo in cui Castella costruisce l’immagine. La fotografia non cerca l’effetto narrativo né la presenza dell’uomo come misura immediata dello spazio. L’artista lavora sulla distanza, sulla frontalità, sulla precisione dello sguardo e su una forma di immobilità che sottrae l’oggetto alla cronaca. Nel corso dell’inaugurazione, Castella ha richiamato il tentativo di decentrare l’oggetto visivo, di non far coincidere l’immagine con il suo centro, ma con un campo più ampio, in cui contano i margini, gli angoli e lo spazio negativo. In questo senso la sua fotografia rallenta il racconto, evita la sequenza causa-effetto e propone una lettura aperta, in cui ogni dettaglio concorre alla costruzione dell’insieme.
Vincenzo Castella, #1 Taranto, 1987, stampa a colori Archival, 75 x 100,5 cm, Courtesy Building, Milano.
L’attenzione per la struttura dell’immagine si accompagna a un uso del colore che ha avuto un ruolo importante nella fotografia industriale italiana. Castella guarda a una tradizione modernista che attraversa pittura e fotografia, dal precisionismo americano di Charles Sheeler alle inquadrature frontali e seriali di Bernd e Hilla Becher. Tuttavia il suo sguardo non coincide con una celebrazione della macchina o della grande industria. Molte immagini nascono infatti nel momento in cui quel mondo entra in una fase di declino, tra la fine del modello fordista e l’avvio di forme produttive più frammentate, flessibili e immateriali.
Vincenzo Castella, #3200 Venezia Marghera, 1997, stampa a colori Archival, 97,5 x 75 cm, Courtesy Building, Milano.
Da qui deriva il carattere “senza tempo” evocato dal titolo. I macchinari fuori scala, le luci artificiali, le superfici metalliche, gli interni di stabilimenti e le vedute di impianti industriali sono restituiti come presenze calcificate, cristallizzate, quasi fossilizzate. Non diventano però immagini nostalgiche. La loro forza risiede piuttosto nella capacità di mostrare il presente come qualcosa che contiene già una memoria, una traccia, un deposito storico.
Veduta della mostra. Foto Edoardo Bonacina, courtesy Building, Milano.
Anche la serie di dieci opere verticali realizzate a Baden, in Germania, esposta al piano terra, lavora su questo rapporto tra tempo e immobilità. In questi lavori un secondo di ripresa viene scomposto in ventiquattro fotogrammi, traducendo il movimento in una sequenza di immagini statiche. È l’unica presenza digitale all’interno della mostra e introduce un’ulteriore riflessione sulla durata dell’immagine fotografica.
Veduta della mostra. Foto Edoardo Bonacina, courtesy Building, Milano.
English Summary
Building Gallery in Milan presents Vincenzo Castella. Timeless Archaeology, a solo exhibition curated by Marco Scotini and on view until 3 October 2026. Bringing together around sixty large and medium-format photographs, many of them previously unseen or rarely exhibited, the show focuses on a central aspect of Castella’s research: the industrial landscape and its transformation. Factories, plants, machinery and production sites are observed not only as documents of a changing economic and social history, but also as suspended presences, almost archaeological remains of modernity. Through distance, frontal vision, colour and attention to detail, Castella’s photographs explore the relationship between image, memory and time.
Veduta della mostra. Foto: ©IM / weArch.
























