Inerbimenti con fiorume autoctono, una scommessa possibile

Le specie vegetali alloctone
Il fascino del nuovo e dell’esotico ha sempre favorito il trasporto di animali e vegetali al di fuori della loro patria di origine. Con la scoperta delle Americhe e nei secoli successivi con i grandi esploratori e viaggiatori questa tendenza si è incrementata. Nello scorso secolo inoltre si è accentrata l’attenzione sulle specie esotiche per la loro bellezza e utilizzo florovivaistico, per la velocità di crescita, ma anche per la loro capacità di affermazione e diffusione. Quest’ultima prerogativa in particolare si è rivelata particolarmente negativa, per alcune specie esotiche, nei confronti delle specie autoctone, sopraffatte dalla loro diffusione negli ambienti antropici, coltivati e pionieri, e anche naturali.
Si definisce autoctona (dal greco autòs = medesimo e chthòn = terra) una specie, animale o vegetale, che ha avuto origine nel medesimo areale in cui si trova e alloctona (dal greco àllos = diverso e chthòn = terra) qualora sia stata rilasciata intenzionalmente o accidentalmente dall’uomo in aree diverse da quelle in cui si è originata. Le piante alloctone sono anche definite come: piante esotiche, aliene, introdotte, non indigene.
Circa il 13 % della flora italiana è costituita da specie alloctone.

Rilievo vegetazionale per definire le caratteristiche qualitative del prato. Foto: A. Ferrario.

A seconda della loro capacità di diffusione e di invasione degli ecosistemi naturali e antropici le specie alloctone si possono distinguere in:
Alloctone Casuali che non formano popolazioni in grado di auto-sostenersi;
Alloctone Naturalizzate che formano autonomamente popolazioni stabili per vari cicli biologici, ma non invadono frequentemente gli ecosistemi naturali e antropici;
Alloctone Invasive piante naturalizzate che si riproducono attivamente, spesso in gran quantità e a distanze notevoli dalle piante madri e che quindi hanno la capacità di diffondersi su una superficie considerevole. Sono una minaccia reale alla biodiversità.
Esiste una numerosa bibliografia a cui si rimanda sul complesso problema delle specie esotiche.

Varie normative hanno inteso prevenire e contrastare la diffusione delle specie alloctone in particolare invasive:
− L.R. della Lombardia n. 10 del 31 marzo 2008 “Disposizioni per la tutela e la conservazione della piccola fauna, della flora e della vegetazione spontanea” definisce una lista nera delle specie aliene da eradicare, contenere e monitorare;
− il Regolamento (UE) n. 1143/2014, in vigore dal 1° gennaio 2015, norma la prevenzione, gestione, introduzione e diffusione delle specie esotiche invasive. Sono state pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea due liste di specie esotiche vegetali e animali di rilevanza unionale (14 luglio 2016 e 12 luglio 2017).
− il 14 febbraio 2018 è entrato in vigore il D.Lgs. n. 230, pubblicato in G.U. il 30 gennaio 2018, che detta norme in relazione alla introduzione e dalla diffusione, sia deliberata che accidentale, delle specie esotiche invasive all’interno dell’Unione europea;
− diversi progetti in Lombardia, hanno affrontato la gestione di singole specie invasive, come il progetto LIFE TIB, il progetto EC SQUARE e il progetto CRAINAT. Con il progetto Gestire 2020 è previsto il coordinamento delle iniziative e progetti relativi alle specie invasive.

Dettaglio di un prato donatore di fiorume durante l’esecuzione del rilievo. Foto: A. Ferrario.

Il passaggio dall’uso delle specie forestali alloctone a quelle autoctone nella selvicoltura e nelle opere a verde
Sino agli anni Ottanta i rimboschimenti, le rinaturalizzazioni, i recuperi ambientali venivano eseguiti con specie forestali prevalentemente esotiche o al di fuori del loro areale naturale.
Sotto una crescente pressione della agricoltura e delle attività antropiche che riducevano le superfici forestali e con la volontà di incrementare la produzione legnosa nazionale, sino agli anni Sessanta dello scorso secolo, si riteneva di aver trovato una soluzione a queste esigenze con la formazione di vastissimi rimboschimenti monospecifici, costituiti prevalentemente da specie esotiche, ritenute allora migliori nell’attecchimento, nel miglioramento del terreno e nella crescita rapida.
Questi vasti rimboschimenti sono ancora oggi ben visibili in particolare negli appennini e nelle prealpi e sono formati da Pinus strobus, Pinus excelsa, Cedrus spp, Cupressus arizonica, Robinia pseudoacacia, Quercus rubra, Acer negundo, Ailanthus altissima, Prunus serotina e molte altre specie alloctone. Alcune di queste specie si sono rivelate particolarmente infestanti invadendo e diffondendosi spontaneamente nei nostri territori.
Sempre per la produzione rapida di legname, in quei decenni si sono realizzati altri rimboschimenti a scopo produttivo, ricorrendo all’uso di conifere nostre, quali Picea abies, Abies alba, Pinus nigra, Pinus silvestris, impiegandole al di fuori del loro areale in territori con clima più moderato.
Nel corso degli anni Settanta la ricerca, la nuova cultura ecologica e forestale e una valutazione critica dei rimboschimenti eseguiti, hanno avviato una rivalutazione sostanziale delle specie autoctone in generale e mostrato i limiti e gli impatti delle specie esotiche impiegate.
Tra gli anni Settanta e Ottanta, anche a seguito di normative e linee guida, si è così avuto il passaggio, graduale e non scontato, nei vivai pubblici forestali verso l’uso delle sole specie autoctone forestali da destinare a rimboschimenti, opere di ingegneria naturalistica, recuperi ambientali, forestazione urbana.
Oggi probabilmente nessun professionista si azzarderebbe a progettare rinaturalizzazioni, boschi o recuperi ambientali utilizzando specie forestali esotiche.

Fase di raccolta del fiorume. Foto: A. Ferrario.

Pur a fronte dei consolidati e sperimentati vantaggi ricordati, il processo sopra citato di passaggio culturale e tecnico verso le autoctone, avvenuto per le specie arboree e arbustive forestali, non è ancora sostanzialmente avvenuto per quanto riguarda la formazione e il miglioramento dei prati e delle praterie.
Di fatto sul mercato si ha la disponibilità generalizzata di miscele di specie erbacee esotiche, selezioni agronomiche e nel migliore dei casi ecotipi di specie autoctone ma provenienti da situazioni ambientali molto lontane e differenti da quelle di impiego.
La mancanza di una filiera produttiva e commerciale che renda disponibile la grande varietà delle nostre specie erbacee è dovuta a vari motivi:
− ridotta divulgazione e conoscenza delle numerose ricerche e sperimentazioni già effettuate e consolidate;
− culturali e di non conoscenza delle specie autoctone locali e dei loro vantaggi;
− contrattuali per la assenza di richieste vincolanti da parte degli enti appaltanti;
− commerciali per il maggior costo delle sementi autoctone sia come miscele, semi in purezza e fiorume (giustificato del resto dai migliori risultati ottenibili oltre che dalla qualità);
− riduzione dei prati e delle praterie permanenti per la loro raccolta;
− normativi: la legislazione non è chiara sia nelle prescrizioni progettuali che nella gestione della filiera commerciale.

Il risultato è che ad oggi la presenza sul mercato di seme in purezza è garantita da qualche ditta per quantità molto ridotte.
Un sistema adottato da secoli nelle nostre valli, per sopperire alla mancanza di sementi autoctone e per rinnovare la flora dei prati stabili, ora attualizzato, è l’utilizzo del fiorume che viene raccolto, con macchine e metodi specifici, da prati permanenti naturali o seminaturali opportunamente classificati e valutati con criteri scientifici.
Il termine fiorume indicava i residui di paglia e semi raccoglibili sul fondo dei fienili e il suo uso nel passato era limitato all’interno del ciclo aziendale. Oggi si intende come fiorume il miscuglio di sementi raccolto direttamente dalle praterie naturali con mezzi meccanizzati e poi migliorato con la trinciatura o selezione della componente inerte.
L’uso del fiorume così prodotto è stato sperimentato con successo da alcuni decenni sia in Lombardia che in altre regioni del nord Italia, pur su scale locali e ridotte.

Filari di produzione di Achillea millefolium in purezza. Foto: A. Ferrario.

Specie erbacee autoctone: queste sconosciute
Le nostre praterie seminaturali, i pascoli, i maggenghi, i prati perenni di pianura, le marcite costituiscono un tassello fondamentale per ricreare un ambiente ad alta biodiversità, caratterizzato da un mosaico di vegetazioni forestali e prative, dove quest’ultime si differenziano ulteriormente in base alle caratteristiche pedoclimatiche locali e al livello di evoluzione di ogni singola parcella considerata. Difatti ogni area dobbiamo inserirla mentalmente all’interno di una scala evolutiva dove un’associazione di piante ruderali sono solo il primo step verso un’evoluzione forestale ottimale. Lo sfalcio dei prati blocca questa evoluzione a livello di una vegetazione prativa, che però rappresenta una componente di incredibile ricchezza floristica e faunistica, pensiamo per esempio a tutte le specie animali che sono legate agli habitat prativi e che non si trovano mai in ambito forestale. Per esempio questo è uno dei motivi per cui la Direttiva Habitat tutela anche habitat definiti “semi-naturali”, proprio perché è richiesto l’intervento dell’uomo per la loro gestione.
La formazione di prati naturali o seminaturali, pur citata anche da vari autori classici nella storia degli spazi verdi in Italia, nasce nel mondo anglosassone con il termine di wildflower. Questo termine veniva già utilizzato alla fine del ’700 per il giardino romantico per indicare le piante erbacee spontanee nelle aree sottochioma o più in generale i prati formati da specie spontanee (Serra, 2000).
I prati formati da una vegetazione autoctona, comprensiva di mono e dicotiledoni in equilibrio con il proprio ambiente, presentano numerosi vantaggi rispetto ai tappeti erbosi tradizionali, monofitici o costituiti da poche specie graminacee, quali:
− migliore adattamento e resistenza alle condizioni del luogo (pedologiche, climatiche, antropiche);
− affermazione più veloce anche su substrati non evoluti;
− migliore inserimento negli habitat naturali e formazione di fitocenosi stabili e in equilibrio;
− ampio campo di intervento: dal verde intensivo urbano a quello estensivo in ambito rurale, per i recuperi ambientali, per le rinaturalizzazioni;
− esaltazione della biodiversità, creazione di habitat idonei (tane, rifugi, cibo…) per la fauna locale (uccelli, farfalle e insetti);
− mantenimento nel tempo di una policromia spaziale e stagionale, senza dover essere rinnovati frequentemente;
− riduzione delle pratiche per la loro formazione e manutenzione e quindi minori costi;
− riduzione dei consumi idrici e migliore gestione delle acque superficiali;
− contenimento della invasione delle specie esotiche;
− rispetto degli indirizzi di varie linee guida pubbliche;
− aggiunte migliorative in sede di offerta di gara.

Pulizia dei campioni di fiorume nella fase di caratterizzazione dei lotti per definirne la purezza e il contenuto in seme. Foto: A. Ferrario.

L’impiego del fiorume
In assenza di una produzione su vasta scala, l’impiego di fiorume deve essere pianificato per tempo, nel rispetto dei cicli biologici e delle condizioni locali.
Il fiorume è utilizzabile per semina a spaglio o con idrosemina.
L’inerbimento può essere abbinato ad altri interventi di recupero ambientale.
La densità di semina del fiorume consigliata varia in media tra i 20-30 g/m2.
Secondo l’esperienza, acquisita da oltre 10 anni, dal Centro Flora Autoctona della Regione Lombardia, si possono così sintetizzare alcune modalità di utilizzo:
la densità ottimale è normalmente inferiore ai 50g/m2;
− per inerbire artificialmente 1 ha attraverso l’impiego del fiorume occorre una quantità dello stesso raccolta da circa 3 ha di prato donatore;
− in siti di pianura dopo un anno dalla semina si ottiene la affermazione di circa il 25% delle specie presenti nel prato donatore (tasso di trasferimento);
− l’impiego del fiorume induce anche la scomparsa di specie esotiche e indesiderate, tra le quali ad esempio Ambrosia artemisiifolia, con vari vantaggi particolarmente in ambito urbano o fruito;
− con il passare degli anni avviene un graduale ingresso delle specie autoctone presenti nella vegetazione circostante, con arricchimento floristico.

Per un buon esito della nuova cotica erbosa, le cure colturali sono fondamentali in particolare con la esecuzione di almeno 1-2 tagli/anno. Esse devono essere parti integranti del progetto e dell’appalto e sono da attuarsi a seguito di un costante monitoraggio.
Le irrigazioni possono interessare almeno i primi due anni a seconda della tipologia di suolo. Gli sfalci, da 1 a 3  tagli/anno, consentono lo sviluppo di una vegetazione in equilibrio, deprimono le infestanti e sono maggiormente necessari nei terreni fertili e con buona umidità.
Lo sfalcio consuetudinario per la fienagione a regime è utile per la conservazione del prato, il mantenimento di una buona biodiversità.
Per valutare il successo degli interventi di inerbimento occorre il monitoraggio in fase preventiva, durante la realizzazione e successivamente per almeno 3-5 (10) anni. Secondo Krautzer (Scotton M., Kirmer A., Krautzer B., Manuale pratico per la raccolta di seme e il restauro ecologico delle praterie ricche di specie, Cooperativa Libraria Editrice Università di Padova, 2012) l’intervento di rinverdimento ha avuto successo se la copertura finale è superiore al 70%.

Sacchi di Prato nativo, pronti per la vendita. Foto: A. Ferrario.

Il progetto Fiorume 2.0
Il progetto Fiorume 2.0 è stato finanziato da Regione Lombardia nell’ambito del PSR 2014.2020; il capofila del progetto è la Azienda Agricola Tagliabue Luca Alfredo, i partner sono la Azienda Agricola Emanuele Sala, Flora Conservation di Lino Zubani & C., Parco Monte Barro – Centro Flora Autoctona della Regione Lombardia e Fondazione Minoprio.
Il progetto promuove una filiera agricola per la produzione e commercializzazione di fiorume e sementi erbacee autoctone coltivate in purezza.
Nell’ambito del sistema delle aree protette, quali il Parco Regionale Campo dei Fiori, Parco Regionale Valle Lambro, PLIS Zoc del Perlic, Bosco delle Querce di Seveso e Meda, Parco Agricolo Sud Milano, Parco Regionale Valle del Ticino, tra il 2016 e il 2018, sono stati individuati 42,4 ettari di aree prative di cui 27,8 ettari scelte quali donatori di fiorume, a seguito di analisi fitosociologiche e altri criteri di valutazione. Il fiorume è stato raccolto su un’area complessiva di 57,19 ha con una produzione totale di 3.055 kg di fiorume nel triennio 2016-18 con una media di circa 40 kg/ha.
La caratterizzazione, svolta dal CFA attualmente su 17 lotti analizzati si evidenziano valori medi di purezza del 36,54% di semi e il contenuto in semi medio è pari a 443semi/g di fiorume. Con i parametri ottenuti è stata calcolata la densità di semina teorica per ottenere 8000 plantule/m2, valore soglia per definire una buona copertura nelle fasi iniziali di germinazione (Florineth, 2007). I dati ottenuti sono stati impiegati per ottimizzare i valori di densità di semina dei lotti esaminati, ottenendo così un media di 27,38 g/m2 e un range variabile da un minimo di 4,89 g/m2 a un massimo di 71,58, g/m2. I valori illustrati sono in linea con i valori indicati per l’impiego dei miscugli commerciali.
Inoltre, è stata realizzata una produzione di sementi in purezza appartenenti a 10 specie differenti, tutte dicotiledoni prative di pregio, come per esempio Anthemis tinctoria, Dianthus carthusianorum e Salvia pratensis. Questa produzione di sementi può essere miscelata su richiesta con il fiorume tradizionale, per incrementare ulteriormente l’effetto cromatico del nuovo prato che verrà realizzato.
Con il progetto Fiorume 2.0 è stato realizzato il marchio Prato nativo, con cui si vuole identificare questo materiale costituito prevalentemente da fiorume autoctono, proveniente da prati certificati ed espressione della biodiversità pericolosamente a rischio e che abbiamo il compito di ricostruire il più possibile, dalle modeste aree urbane alle ampie superfici delle opere estensive di rinverdimento.

Tratto di pista da sci inerbito con fiorume, dopo 5 anni dalla semina. Foto: A. Ferrario.

Bibliografia
− Bassignana M. et al., Le sementi locali nel restauro ecologico in montagna. Produzione e uso di miscele per la preservazione, IARR Aosta, 2015
− Bretzel F., Romano D., Specie erbacee spontanee mediterranee per la riqualificazione di ambienti antropici, Manuali Ispra n. 86/2013, Roma
− Ceriani R.M., Ferrario A., Villa M., Il fiorume: una risorsa per la biodiversità, CFA, Parco Monte Barro, 2011
− Florineth F., Piante al posto del cemento, Il Verde Editoriale, 2007
− Gilardelli F., Gentili R, Sgorbati S., Citterio S., Barossi P., Ceriani R., Ferrario A., Savoldi S., Il recupero naturalistico delle cave di calcare, manuale tecnico, Provincia di Brescia, 2013
− Lassini P., Ferrario A., Fiorume da prati naturali e modalità di impiego, Acer 3/2018, pp. 61-63
− Lassini P., Sala G, Bertin L., Spazi verdi, manuale di progettazione agro ambientale, Edagricole, Bologna, 2014
− Muzzi E., Rossi G., Il recupero e la riqualificazione ambientale delle cave in Emilia-Romagna, Regione Emilia-Romagna, Bologna, 2003
− Piotto B., Gicanelli V., Ercole S., La conservazione ex situ della biodiversità delle specie vegetali spontanee e coltivate in Italia. Stato dell’arte, criticità e azioni da compiere. Manuali e linee guida ISPRA 54/2010
− Regione Lombardia, Quaderno delle opere tipo di ingegneria naturalistica, Milano, 2000
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− SALVERE, Seminatural grassland as a source of biodiversity, Agricultural Faculty, Legnaro (PD, Italy) 21-22.09.2011
− Scotton M., Kirmer A., Krautzer B., Manuale pratico per la raccolta di seme e il restauro ecologico delle praterie ricche di specie, Cooperativa Libraria Editrice Università di Padova, 2012
− Scotton M., Cossalter S., Foraggere e Praterie seminaturali ricche di specie nella pianura veneta, Regione Veneto, 2014
− Serra G., Wildflowers e continuità paesaggistica, Flortecnica, XXIII (233): 7-13, 2000
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http://www.arpalombardia.it/Pages/Biodiversita/Specie-Alloctone.aspx#
http://www.naturachevale.it/specie-invasive/strategia-regionale-specie-alloctone/