Viaggiare nei paesi arabi del golfo persico è per chi si occupa di coabitazione un’esperienza formativa fondamentale, perché consente di valutare la nostra posizione di italiani nel mondo globalizzato: è un grand tour contemporaneo che misura le tendenze e i modelli in cui siamo immersi e con i quali dobbiamo fare i conti.
Questo è un breve resoconto del mio recente viaggio in Qatar, paese con una superficie di 11.586 km2, pari a meno della metà di quella della Sardegna.
Foto: ©Mariola Peretti.
Il 90% del territorio è desertico, “bare land”, mentre la superficie urbanizzata è di circa 500 km2, concentrata in gran parte nella capitale Doha che ha avuto una crescita fortissima negli ultimi anni: dal 1970 ad oggi Doha è cresciuta da ~20 km2 a oltre 300 km2 (+343%), gemmando una serie di quartieri satelliti come Lusail ed Education City, che compongono la Greater Doha.
Una crescita rapidissima in un tempo brevissimo, una grande disponibilità di suolo libero, la mancanza pressoché totale degli strati che determinano lo spessore spazio-temporale della città europea: la costruzione di una città che fa i conti con una geografia orizzontale omogenea – il deserto sul mare – e con la mancanza della storia e dei suoi reperti materiali e simbolici ingombranti.
Foto: ©Mariola Peretti.
Città in transito in cui la percentuale di expats si aggira intorno al 90% e l’abitare temporaneo è la dimensione largamente dominante: immigrati in età lavorativa, in gran parte maschi, che qui risiedono negli anni produttivi e che, over 60, abbandonano il luogo per ritornare al territorio d’origine.
Città con poche donne (il 28% della popolazione), pochissimi vecchi (meno del 2%), bambini ovviamente pochissimi tra gli expats (2%).
Città quindi in cui la crescita è una scommessa rivolta a una prospettiva di attrattività globale, spazi enormi e spesso ancora da riempire che compongono una scenografia capace di competere sul palcoscenico del potere mondiale.
La tabula rasa, peraltro gestita da un potere decisionale assoluto e concentrato nella figura dello emiro, si presta alla sperimentazione di modelli urbani che a Doha si presentano come isole accostate caratterizzate da notevoli differenze di impianto.
Foto: ©Mariola Peretti.
La città verticale dei grattacieli sfidanti che competono tra di loro e compongono skylines fiabeschi da ammirare di giorno e di notte: la città delle grandi infrastrutture per la mobilità, un aeroporto efficientissimo ed iper moderno, una rete di metropolitana super funzionante.
Grandi stadi per il calcio mondiale, grandi musei, ma anche ospedali, università, biblioteche: landmarks impostati sulla ricerca della massima qualità architettonica, progettati da archistars scelte entro orizzonti planetari, mete di nuovi pellegrinaggi degli architetti che trovano un manuale in continuo aggiornamento delle soluzioni progettuali più avanzate e innovative.
Una capacità trasformativa reale che nel nostro vecchio paese impoverito e stanco non è neppure immaginabile.
Foto: ©Mariola Peretti.
C’è, tra i tanti, soprattutto un aspetto che voglio sottolineare e che mi sembra particolarmente significativo per i ragionamenti che come italiani possiamo tentare di fare.
È lo sforzo enorme che in questo mondo stanno facendo per costruire ed affermare un’identità storica: nelle città globali per eccellenza, regni dell’international style ipertecnologico che crea paesaggi uguali in tutto il mondo, emerge fortemente l’obiettivo di rappresentare le radici.
Avviene nei grandi musei, a Doha in particolare nel Museum of Islamic Arts (MIA) progettato dall’ottantasettenne I. M. Pei (inaugurato nel 2008) e nel National Museum of Qatar progettato dall’atelier Jean Nouvel e inaugurato nel 2019.
Sono due grandi architetture che riflettono sia nella forma che nei contenuti l’obiettivo di celebrare un’identità locale.
Foto: ©Mariola Peretti.
Accettando l’incarico Pei si prese sei mesi per studiare in un ampio ambito geografico gli elementi distintivi dell’architettura islamica fornendone poi una sintesi distillata: inoltre impose come scelta inderogabile una localizzazione diversa da quella prevista, inventando una nuova isola in cui il museo potesse emergere senza competitors. L’opera è inscindibile dalla sistemazione esterna della promenade lungo il mare culminante con l’opera scultorea di Richard Serra.
In sintesi, Pei propose un nuovo pezzo di città dal quale godere in posizione baricentrica dello skyline dei grattacieli, individuando nel museo un cuore identitario che potesse fornire un senso urbano complessivo alla percezione dell’insieme.
L’interno del museo è spettacolare con un allestimento ricchissimo che esibisce con una qualità espositiva molto alta, preziosi pezzi della cultura islamica nei secoli.
Foto: ©Mariola Peretti.
Il museo di Nouvel si ispira invece alla forma della rosa del deserto: spazi e geometrie sorprendenti della cui bellezza le fotografie non possono mai rendere interamente conto. L’interno racconta attraverso oggetti e videorappresentazioni immersive molto coinvolgenti, la storia del Qatar attraverso i suoi pochi elementi topici: il periodo della schiavitù, quello del mercato delle perle e poi quello del petrolio e del gas naturale che decretano l’attuale straordinaria ricchezza di questo piccolissimo paese nel deserto.
Foto: ©Mariola Peretti.
Oltre ai grandi musei la ricerca di un’identità locale è evidente anche in quella che i qatarini chiamano heritage: si tratta di ricostruzioni pressoché integrali (nulla a che vedere con la nostra cultura del restauro) di ambienti e tessuti urbani che ripropongono modelli insediativi della tradizione costruttiva fatta di materiali e tecnologie locali, scale dimensionali minute, atmosfere completamente diverse da quelle della città verticale.
È molto interessante l’intervento di Msheireb Downtown Doha esteso su una superficie di 31 ettari, per 2.000 residenti, ispirato da una mixitè funzionale di stampo europeo.
Il masterplan complessivo è stato sviluppato da Allies and Morrison, in collaborazione con AECOM e Arup.
È la proposta di una città pedonale, senza auto, con un tram elettrico gratuito che l’attraversa. L’attenzione ai criteri di sostenibilità ambientale è massima (gestione dell’acqua, dei rifiuti e dell’energia, riduzione del condizionamento dell’aria in favore della ventilazione naturale) e in effetti il microclima è decisamente confortevole rispetto a quello della città dei grattacieli specchianti e delle grandi arterie stradali, con vaste zone ombreggiate e arieggiate e spazi di sosta diffusi e gradevoli.
È un quartiere a scala umana, con un tracciato di strade, piazzette, slarghi che fanno sentire a casa anche noi europei. Le altezze degli edifici sono contenute, i materiali e le cromie omogenee declinate con una varietà del disegno dei singoli edifici che evita il temuto rischio della monotonia.
Foto: ©Mariola Peretti.
Particolarmente interessante appare l’obiettivo di definire con questo progetto pilota linee guida che possano orientare la progettazione urbana in tutto il Qatar, “conservando le tradizioni di design attraverso un nuovo linguaggio architettonico che risuona con i disegni del passato”.
Insomma la rappresentazione delle radici e della storia sta diventando un asset strategico importante in questo come negli altri paesi del golfo persico: basti qui ricordare la recente inaugurazione del faraonico Zayed National Museum di Abu Dhabi .
O il progetto saudita di Saudipedia enciclopedia digitale a gestione e controllo governativo centralizzato a cui l’Arabia Saudita ha deciso di affidare il compito di definire e distribuire una narrazione ufficiale della propria identità storica a livello internazionale.
Foto: ©Mariola Peretti.
E qui si apre per noi italiani la grande domanda. Il passato che loro stanno costruendo in modo spesso immaginifico, noi lo abbiamo già disponibile, enorme, vertiginoso, abbagliante.
È la Storia il nostro valore aggiunto, quello che ci invidiano ovunque e che continua a fare del nostro paese qualcosa di unico nel panorama mondiale.
Sono le migliaia di paesaggi, cibi, borghi e città che ci rendono inconfondibili. La nostra biodiversità culturale, costruttiva, ambientale è un valore inestimabile che ci viene regalato da un’eredità che, per come la trattiamo, spesso appare immeritata.
Noi siamo quello, siamo una profonda cultura dei diritti, siamo tante donne, tanti bambini e tanti vecchi… Siamo la città che ha accolto nei suoi spazi stratificati l’invenzione del welfare.
Foto: ©Mariola Peretti.
È su queste radici che possiamo competere, esibendole con orgoglio, proteggendole, evitando che vengano eradicate, riattualizzandole, facendole diventare il vero asset per il nostro futuro.




















































