Il libro che Antonino Saggio ha recentemente mandato alle stampe proviene da una lunga gestazione. Nel 2010, per Carocci editore, pubblica Architettura e modernità. Dal Bauhaus alla rivoluzione informatica. Quell’insieme di idee passato alla storia come architettura moderna rappresenta anche la consistente base del libro editato oggi. Sono trascorsi 15 anni e un profondo cambiamento, sovente ignorato. Nel nostro caso rappresenta ciò che viene messo sotto i riflettori, evidenzia e qualifica la pubblicazione. Un volume che supera le 500 pagine e apre interessanti prospettive. Mi riferisco a quella parte che inizia da Ground Zero per giungere ai giorni nostri. Attraversa la rivoluzione informatica, le espressioni digitali, la società fluida e le nuove connessioni e si conclude con l’ecologia e le città intelligenti. Il percorso mescola gli ingredienti più stimolanti per unire il tutto con ciò che matura nella società, mettendo in atto continuità e connessioni che tengono insieme manifesti, teorie e ricerche delle diverse tendenze espressive.
È noto che spetta ad ogni generazione riscrivere la storia. Questo compito dovrebbe essere svolto andando oltre le visioni sostenute dai maestri, per porre dubbi e interrogativi, cercando di chiarire episodi non trattati per come meritano e introducendo confronti tra le diverse tendenze. Vale la pena, ad esempio, chiedersi come giunge al personale modo di progettare un protagonista come Louis Kahn che, oltre alla lezione del suo maestro di formazione classicista, ha messo in atto un personale rapporto con la storia, evidenziato dall’interesse per quel “museo” dell’architettura riproposto a Villa Adriana. La sua critica alla modernità e la lezione che trae dalla storia pongono le basi al futuro sviluppo del Postmoderno.
Ci dobbiamo anche chiedere perché non sono più gli storici a proporre nuove narrazioni anche sul tempo presente ma, sull’esempio di Manfredo Tafuri, si rifugiano nel passato, fermando i propri studi al Settecento. Di fatto lasciano il secolo breve ai docenti di progettazione che, forse dubbiosi sul proprio sapere non si allontanano dalla lezione di Bruno Zevi o Leonardo Benevolo, finendo per ripercorrere strade già esplorate, senza affrontare il rimosso.
Da più parte si avverte l’esigenza di una storia dell’architettura senza aggettivi capace di squarciare il velo dell’ideologia e della damnatio memoriae che continua a perseguitare numerosi progettisti che hanno aderito al fascismo. Occorre seguire l’esempio messo a punto dagli storici dell’arte che hanno pienamente rivalutata l’arte di Mario Sironi che supera la sintonia col fascismo. Ciò che necessita è scrivere, come non è stato ancora fatto, una storia globale, su ciò che è avvenuto nel ’900 e non solo in Occidente.
Il volume inizia dagli anni Venti per arrivare ai nostri giorni, senza ignorare proposte interessanti come The Line, la città lineare in Arabia Saudita. Saggio ha organizzato la narrazione in nove episodi, senza ignorare gli snodi e misurandosi con le questioni fondamentali. Il viaggio attraversa i diversi periodi e rapporta l’architettura ai profondi mutamenti sociali e ad aprirsi alle richieste poste dalla società industriale e quindi post-industriale, segnata dal sistema dei media e da un’elettronica che incide sulla vita quotidiana. Di fronte agli ultimi scenari si interroga sul compito del progettista che deve misurarsi con le necessità poste dal pianeta dove è in atto un equilibrio precario e diviene prioritario porre ora, prima che sia troppo tardi, la questione della sostenibilità. Evidenzia che l’essere moderni non comporta un semplice mutamento dello stile e della tecnologia che lo sostiene, ma la capacità di evidenziare la crisi sociale e culturale a cui si risponde introducendo la ricerca di un continuo cambiamento che approfondisce e dilata il perimetro dell’intervento. L’architettura deve quindi diventare un laboratorio che sperimenta le più ampie dinamiche evolutive, sociali e culturali, dove ogni occasione progettuale affronta un momento di dialogo e confronto tra l’uomo e l’universo che lo circonda, nella costante ricerca di superare i punti di arrivo: il dualismo tra ambiente e costruito, tra naturale e artificiale, tra mente e natura, in sintonia con gli insegnamenti elaborati da Gregory Bateson.
Il volume si chiude evidenziando con un progetto realizzato nel cuore di Minorca dove una cava dismessa di arenaria prende nuove forme grazie all’ipotesi di Ensamble Studio. Qui l’architettura non si impone al paesaggio, ma lo ascolta e prova a interpretarlo. Ci viene da chiedere se non possa essere proprio questa metodologia d’approccio da cui scaturisce la forma, quella atta per riscoprire la sua funzione e se il grado zero teorizzato da Zevi non trovi la logica sintonia con il nuovo modo di abitare la terra sostenuto da Paolo Portoghesi. Vale la pena chiedersi se ha ancora senso, in un tempo in cui l’architettura sembra destinata a un ruolo residuale, sostenere quelle diatribe che dividono e separano piuttosto che realizzare un fronte comune per il gravoso compito che ci attende.