Possiamo salutare l’anno trascorso con questo denso volume, arrivato proprio nei primi giorni del ’26. Si caratterizza per non essere certo il primo a ragionare sulla Garbatella, ma di certo il più esaustivo. Inizia con numerose anticipazioni tipologiche e proto-industriali, per giungere alla meticolosa esplorazione compiuta sui differenti organismi architettonici, realizzati nel tempo. Compongono il quartiere, tra i più riusciti a Roma e, rispetto a pubblicazioni simili, presenta una documentazione davvero ineccepibile. Grazie ai disegni provenienti dagli archivi e dalle pubblicazioni esistenti, ma spesso ridisegnati. Ad essi si aggiungono foto e disegni autografi. Il consistente volume merita quindi tutta la nostra attenzione e il plauso per averla portata in porto con dedizione.
Viene da chiedersi perché un autore non più giovane abbia dedicato almeno cinque anni della propria esistenza per questa puntuale indagine e osservazione che apre uno squarcio innovativo su ciò che poteva essere lo sviluppo urbano di Roma e non lo è stato. Le cause? Le segnala l’autore. L’assalto speculativo degli anni ’50 che ha consegnato i lotti demoliti e terreni liberi a personaggi che hanno anteposto i propri interessi a quelli della comunità.
Cerimonia di fondazione, accanto al re Vittorio Emanuele III, figurano l’ing. P. Orlando, l’on. G. Amici e il comm. V. Magaldi.
Rappino ha realizzato il bel volume per amore dell’architettura e per la strenua volontà di documentare una vicenda emblematica che, non solo a suo avviso, non è stata percepita e considerata in tutta la sua evidenza, il suo essere ciò che possiamo definire una sorta di infanzia della modernità a Roma, la Città Eterna. E ciò non può che avvenire nel tempo presente, quando si è finalmente sedata l’onda delle polemiche tra i diversi linguaggi espressivi e colto il valore autentico del differente modo di esprimersi nel fare architettura, superando le predisposizioni personali che, in molti casi, sono finite per tradursi in logiche miopi che non riuscivano a cogliere la complessità del momento vissuto e la possibilità di coniugare l’innovazione con la storia della disciplina e con i modi di costruire, in sintonia con la tradizione.
Ha esplorato il percorso compiuto senza la necessità di alzare la voce o gridare la propria verità ai quattro venti, ma impiegando il tono calmo della ricerca filologica. Non tralascia l’esempio delle città giardino e mostra consapevolezza che occorre partire dagli insediamenti operai nelle loro diverse espressioni con cui si andava configurando un nuovo modello di vita e di rapporto fra produzione industriale e forza lavoro. A iniziare dalla Saline Reali ad Arc-et-Senans o a quelle della Real Colonia di San Leucio, insieme a tante altre proposte fino a giungere a Crespi d’Adda. Il Villaggio che Cristoforo Benigno e gli eredi di Antonio Crespi, fonda sul canale del fiume nei primi del ’900 diviene, come scrive l’autore, “esempio eccezionale del fenomeno dei villaggi operai, che vide la luce in Europa e nell’America del Nord tra il diciannovesimo ed il ventesimo secolo, espressione della filosofia predominante fra gli industriali illuminati nei riguardi degli operai” e Patrimonio Universale UNESCO.
Foto aerea del primo insediamento, 1922.
Entrando nel merito della Garbatella, il cui nome è intriso di leggende, Rappino ricorda che si deve a Innocenzo Costantini, direttore generale dell’ICP di Roma dal 1918 e poi impegnato nelle realizzazioni del Testaccio, la rinuncia a costruire “casermoni o cubetti in serie” per proporre una scuola per i giovani professionisti chiamati a realizzare l’insediamento. Si costituisce così una equipe di giovani progettisti, guidati da Costantini e assistiti da Giovannoni, per mettere a punto i vari progetti. Esempio ripreso da Marcello Piacentini nella realizzazione della Città Universitaria. Sono Marconi, Nori, Palmerini, Massimo Piacentini, Sabbatini e Trotta. Organizzati per temi specifici si confrontano sullo sviluppo: dalla planimetria d’insieme alla configurazione dei singoli edifici lavorando sulle unità abitative per giungere fino alla diversificazione dei prospetti e alla cura dei dettagli. Si tratta di un incipit creativo affascinante, fortemente innovativo rispetto a esperienze precedenti e successive. I giovani progettisti sono chiamati ad una fertile competizione che mira a proporre nuove aggregazioni “articolando più figuratività, elaborano la costruzione del tipo edilizio, dell’espressività, del lessico attraverso l’esperienza comune; ma è anche quella che, maturandosi, porterà alla specificità individuale ed alla personalizzazione degli interventi futuri in cui emergeranno le peculiarità dello stile personale e specialistico dei vari attori”.
Ex Bagni Pubblici in via E. Ferrari.
Come è noto le realizzazioni negli anni 1920-29 individuano in Costantini la cura delle soluzioni planimetriche d’insieme. Nori progetta i primi elaborati per le casette a due piani. Sabbatini i fabbricati a più piani (M, N, O) mentre Palmerini disegna altre villette, il fabbricato P e alcuni dettagli generali. La direzione dei lavori è affidata a Plinio Marconi, che propone la scalinata centrale d’accesso e alcuni prospetti esterni disegnati tenendo conto dell’esperienza dell’architettura romana, riletta nei disegni della ricostruzione di Ostia, quando era il porto di Roma.
Per la realizzazione si adotta la muratura mista di pietra, tufo e ricorsi di mattoni, solai in ferro o in cemento armato, pavimento in piastrelle di cemento, tetti alla marsigliese e alla romana, scalini e soglie in graniglia di cemento rinunciando a sperimentazione tecnologica ma favorendo nuove tipologie abitative con l’uso di materiali economici e attenti ai riferimenti stilistici dell’architettura minore di Roma senza trascurare gli echi delle esperienze europee.
Il volume scorre mettendo in evidenza i diversi interventi: dalle case rapide necessarie per dare alloggio a chi abitava in quelle demolite del centro storico e a quelle per il “Quartiere per i baraccati” a cui si aggiungono le abitazioni per la vendita, semintensivi a carattere economicissimo di Plinio Marconi fino alla nascita dei nuovi tipi elaborati da Sabbatini con il semintensivo, i Bagni pubblici e la struttura mista del Cinema-teatro Garbatella.
L’attenta carrellata ci mostra la presenza di veri e propri capolavori che vale la pena tornare a studiare e mettere a confronto con gli edifici simili realizzati in quella che Tafuri definisce la Vienna Rossa, ma anche in altre Capitali d’Europa. Si giunge al termine con l’esperienza compiuta nel completamento della Garbatella, in anni che vanno dal 1930 al 1939 in cui si manifesta il linguaggio moderno a completare un quartiere che ancora oggi suscita interesse e meraviglia.
Vale la pena chiedersi il perché di questi sentimenti che si devono non tanto alla nostalgia per una città perduta, popolare e accogliente, svanita con la ricostruzione e il grande sacco compiuto fino ai nostri giorni, ma per l’espressività degli edifici, il rapporto equilibrio tra spazi verdi e costruito, la presenza del giusto numero di negozi, l’efficienza dei trasporti pubblici. In particolare, l’esistenza di diverse tipologie che vanno dalla villa all’intensivo degli alberghi del popolo, mostra una figurazione che oltre all’immagine generale scende nel dettaglio architettonico che suscita interesse e attenzione perché supera l’anonimato anche delle recenti periferie, là dove è scomparsa anche l’ultima espressività dell’architettura per lasciare campo aperto solo alla speculazione e ai suoi miopi interessi.





