Giorgio de Chirico al Palazzo Reale di Milano

di Manuela Oglialoro

2019-11-12T16:33:27+01:0022 Ottobre 2019 |

È aperta fino al 19 gennaio 2020, a Palazzo Reale di Milano, la mostra intitolata semplicemente de Chirico, dedicata all’opera pittorica del grande maestro Giorgio de Chirico (Volos, 1888 – Roma, 1978), promossa e prodotta da Comune di Milano – Cultura, da Palazzo Reale, da Marsilio e da Electa, in collaborazione con la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico – curata da Luca Massimo Barbero.
Le sale di Palazzo Reale offrono una grande retrospettiva dell’opera del maestro a distanza di quasi cinquant’anni dalla personale del 1970, tenutasi a Milano sempre a Palazzo Reale, con circa un centinaio di capolavori esposti provenienti da prestigiosi musei internazionali – tra cui la Tate Modern di Londra, il Metropolitan Museum di New York, il Centre Pompidou e il Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris di Parigi – e nazionali – la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia – oltre a importanti istituti milanesi – quali il Museo del Novecento, la Casa Museo Boschi Di Stefano, la Pinacoteca di Brera e Villa Necchi Campiglio.
Questa iniziativa si pone nel quadro delle attività previste nelle linee programmatiche che Palazzo Reale sta attuando da tempo e che comprendono vari approfondimenti, come spiega Domenico Piraina, direttore del Palazzo Reale, finalizzati a “valorizzare l’importanza del mito classico nella cultura occidentale”, piano già avviato con le mostre di Rubens, Dürer, Ingres e Picasso.
Il percorso espositivo della mostra de Chirico vuole ricostruire le varie fasi della carriera artistica del Pictor Optimus, la formazione classica nella Grecia dell’infanzia, il passaggio nella simbolista Monaco di Baviera, il soggiorno nella Parigi delle avanguardie, il sodalizio con Carlo Carrà a Ferrara con cui diede vita alla “Metafisica”, fino alle ultime rivisitazioni della pittura romantica e barocca.

Giorgio de Chirico, Ariadne, 1913. Olio e grafite su tela, 135,3 x 180,3 cm New York, The Metropolitan Museum of Art Lascito di Florene M. Schoenborn, 1995 ©Giorgio de Chirico by SIAE 2019.

La mostra è suddivisa in otto sale tematiche (La mitologia familiare; La Metafisica; Il quadro nel quadro; Il Pictor Optimus; Il manichino; La stanza; I gladiatori; La neometafisica) e segue in parte una certa progressione temporale, senza però osservare un ordine rigoroso, cercando di illustrare analiticamente il senso dell’evoluzione della pittura dechirichiana.
Nelle prime sale, le opere raccontano la formazione di de Chirico, principalmente la passione per la Grecia, che rappresenta per il maestro la culla della civiltà e del pensiero occidentale, e l’amore per la mitologia, un mondo misterioso, identificabile nei capolavori Lotta di centauri e nel Centauro morente (entrambi del 1909). Anche il periodo in cui visse a Monaco di Baviera, dove si era trasferito con la madre e il fratello, Andrea de Chirico (Alberto Savinio) impresse nel pittore un forte fascino, quello della cultura tardo ottocentesca e simbolista di cui era impregnata la realtà artistica della città. In seguito, nel breve soggiorno a Torino, Giorgio de Chirico ebbe modo di osservare le luci, le ombre lunghe e i silenzi dei tramonti nella città, carica di storia. Nacquero così le prime tele raffiguranti le piazze d’Italia, che cercano di tradurre in immagini la definizione scoperta leggendo Nietzsche, la cosiddetta stimmung, cioè un’atmosfera che esprime, nelle parole del maestro, “la malinconia delle belle giornate d’autunno, di pomeriggio nelle città italiane”. Più tardi, al suo arrivo a Parigi, il pittore entrò in contatto con gli esponenti e i sostenitori dell’avanguardia artistica, Picasso, Guillaume Apollinaire e Paul Guillaume, mercante d’arte.
Tutti questi influssi costituirono le fonti della sua ispirazione, rilevabili nei capolavori del 1913, come l’Ariadne, in cui, nel mezzo di una piazza metafisica, con architetture che rievocano antichi porticati a volte, una torre geometrica a tronco di cono sullo sfondo, e un treno all’orizzonte, compare una statua dalle forme classicheggianti distesa, che ci rimanda ad uno dei soggetti preferiti del maestro, la statua dipinta.

Giorgio de Chirico, Il trovatore, 1917. Olio su tela, 91 x 57 cm, Collezione privata ©Giorgio de Chirico by SIAE 2019.

La seconda sala racconta gli anni trascorsi a Ferrara (1915-1919), in cui attraverso il sodalizio artistico con Carlo Carrà, il fratello Alberto Savinio e altri intellettuali, venne ufficializzato il termine Metafisica per la pittura di quegli anni. È l’epoca dei grandi capolavori, come le Muse inquietanti, 1917, tema più volte ridipinto fino agli anni Cinquanta (in mostra sono presenti le varie versioni) in cui il Castello Estense, le grandi vie ortogonali della città, il Palazzo dei Diamanti diventano la scenografia perfetta per le atmosfere enigmatiche dei quadri metafisici.
In questo periodo, de Chirico elaborò anche la “Poetica del manichino”, in cui dei fantocci stilizzati prendono le fattezze degli esseri umani posti in spazi simbolici, carichi di silenzio. Ne è un esempio Il trovatore, 1917, in cui compare un manichino, composto da più parti geometriche e con gli occhi sostituiti da segni stilizzati, che si erge su di un piedestallo in una vasta piazza, accanto all’ombra di un misterioso personaggio, forse quella di una statua.

Giorgio de Chirico, Il saluto dell’amico lontano (Le salut de l’ami lointain), 1916. Olio su tela, 48,2 x 36,5 cm Verona, Collezione Carlon, Palazzo Maffei ©Giorgio de Chirico by SIAE 2019.

Appartiene al momento ferrarese anche Il saluto dell’amico lontano, opera nella quale incontriamo stilemi ricorrenti della pittura di de Chirico, la prospettiva aberrata, la rigorosa geometria delle immagini, l’occhio misterioso e i biscotti tipici di Ferrara. In questo periodo le tele sono dipinte con colori splendenti che accolgono le suggestioni di due grandi artisti del Quattrocento ferrarese, come Ercole de’ Roberti e Cosmè Tura.

Giorgio de Chirico, Autoritratto, 1924-25. Tempera su tela, 75 x 62 cm, Collezione privata, courtesy Phillips Auctioneers Ltd ©Giorgio de Chirico by SIAE 2019.

Nelle altre sale si può osservare il cambiamento repentino di direzione, verso gli anni Venti, quando de Chirico passò alla pittura romantica. L’artista, nella mutevolezza del suo lavoro, aveva già superato la Metafisica e si concentrava sulla qualità pittorica. Entrò nella fase della ispirazione del Pictor Optimus, periodo in cui il maestro partecipò al dibattito sul Ritorno all’ordine, che si sviluppava sulle pagine della rivista “Valori Plastici”, di Mario Broglio. Nel 1919, de Chirico, in contrasto critico con gli eccessi delle avanguardie artistiche del tempo, rivolse agli artisti l’invito a rifare la punta al lapis, sostenendo in questo il richiamo ai fondamentali della pittura classica.
Uno dei soggetti principali diventò la figura umana, l’autoritratto divenne condizione fondamentale della sua ricerca introspettiva. Il suo Autoritratto del 1924 mostra l’artista nelle sembianze di una statua scolpita nella pietra.
Nel corso del secondo decennio del ’900, il pittore tornò alle suggestioni della pittura precedente, riprendendo i soggetti totemici del manichino e della statua. Nel dipinto Ettore e Andromaca, 1924, i due personaggi descrivono mirabilmente e con grande lirismo lo straziante addio del condottiero troiano, Ettore, in forma di manichino, dalla sua sposa Andromaca, trasformata in statua.

Giorgio de Chirico, Ettore e Andromaca, 1923. Tempera su tela, 123,5 x 80 cm, Collezione privata ©Giorgio de Chirico by SIAE 2019.

Nelle ultime sale sono presentate alcune tematiche affrontate dal maestro dalla fine degli anni Venti ai primi anni Trenta: il tema della Stanze e dei Gladiatori. Le Stanze sono luoghi circoscritti in cui a volte corrono liberi bellissimi cavalli, privi di occhi e dunque ciechi al mondo ma non all’essenza dell’inconoscibile, tema caro all’artista per il riferimento alla mitologia.

Giorgio de Chirico, Le rive della Tessaglia, 1926. Olio su tela, 93 × 73 cm, Faenza, Pinacoteca Comunale ©Giorgio de Chirico by SIAE 2019.

Tra il 1928 e il 1929 furono realizzate una serie di tele sul tema dei gladiatori per decorare la sala da pranzo della casa del gallerista e collezionista parigino Léonce Rosenberg.

Giorgio de Chirico, Combattimento (Gladiatori), 1928-29. Olio su tela, 89 x 115,8 cm, Milano, Museo del Novecento ©Giorgio de Chirico by SIAE 2019.

Un’altra produzione molto nota e apprezzata di de Chirico è la serie dei Bagni misteriosi, con le dieci litografie realizzate per Mythologie di Jean Cocteau, in cui compaiono le famose cabine disegnate, legate al ricordo dell’infanzia del pittore. Questa originale Ideazione, nata alla metà degli anni Trenta, diventò poi, negli anni Settanta del ’900, una suggestiva fontana realizzata a Milano nei giardini di Parco Sempione in occasione della Triennale del 1973, ancora oggi visitabile.

Giorgio de Chirico, I bagni misteriosi, 1934. Olio su tela, 50 x43 cm, Parma, Collezione Barilla di Arte Moderna ©Giorgio de Chirico by SIAE 2019.

Vengono mostrati anche i dipinti della produzione neobarocca, gli autoritratti in costume caratterizzati da una sottile ironia (Autoritratto nel parco in costume del Seicento, 1959), opere lontane da qualsiasi altra tendenza artistica, ma che si inseriscono pienamente nella profonda indagine che il pittore ebbe a compere su sé stesso, sia come pittore che come uomo.
Tale produzione artistica non sempre fu apprezzata dalla critica, che si ostinava a vedere in lui solo il rappresentante della avanguardia metafisica. Tuttavia, l’artista non si curò dei giudizi severi e continuò nel prediligere la pittura figurativa fino a portarla, con ampia maestria e competenza, a livelli altissimi, oggi indiscussi.

Giorgio de Chirico, Autoritratto nel parco,1959. Olio su tela, 154 x 100 cm, Roma, Fondazione Giorgio e Isa de Chirico ©Giorgio de Chirico by SIAE 2019.

In conclusione, l’ultima sala illustra la ripresa della pittura della pittura Metafisica, col ritorno alle Muse inquietanti, opera qui presentata in tre versioni, una del 1925 e due egli anni Cinquanta. La possibilità dimostrata della riproducibilità del dipinto, considerato il più significativo della Metafisica, sembra aver impressionato anche il vate della Pop Art, Andy Warhol.

Giorgio de Chirico, Le muse inquietanti, 1925 (1947/1919). Olio su tela, 97 x 66 cm, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea ©Giorgio de Chirico by SIAE 2019.