Ostana: architettura e rigenerazione

Presente con le sue architetture alla mostra Arcipelago Italia della Biennale di Venezia 2018, finalista nei recenti premi Constructive Alps e Rassegna Architetti Arco Alpino, il piccolo paese di Ostana – straordinario insediamento occitano dell’alta valle Po affacciato sul Monviso – rappresenta un caso emblematico di rinascita e rigenerazione in cui l’architettura ha giocato un ruolo di rilievo.

M. Crotti, A. De Rossi, M.-P. Forsans, Porto Ousitano, progetto generale di riorganizzazione dell’entrata del capoluogo Villa, 2009-13 (foto: Crotti+Forsans).

Al censimento del 1921, gli abitanti di Ostana erano 1.200. Verso la fine del secolo i residenti ufficiali si sono ridotti a un’ottantina, ma in realtà i “dormienti” veri, ossia quelli che vivono in paese tutto l’anno, solo solamente più 6. Uno spopolamento quindi del 99,5%, percentuale che supera abbondantemente quella dell’80% comunemente citata per parlare delle alte valli occitane italiane, il territorio alpino europeo più colpito dai processi di spopolamento del Novecento.
Quando un paese giunge a questo punto, è finito. Dalla diaspora torinese, alcuni vecchi abitanti decidono che il paese non può essere lasciato morire. Costruiscono una lista che ha come obiettivo la rinascita del villaggio, e nel 1985 vincono. Seduti intorno al tavolo, ragionano sui possibili punti di leva intorno cui costruire un percorso di rinascita. Il Monviso? Certamente. La rinascente cultura occitana? Sicuro. Ma soprattutto un paesaggio costruito intatto, ben diverso da quello di vicini centri turistici.

M. Crotti, A. De Rossi, M.-P. Forsans, con L. Dutto, M. Sassone, M. Simonetti, Centro benessere e sportivo, 2009-19 (foto: S. Beccio).

E qui la prima mossa decisiva: promuovere un processo di recupero del patrimonio architettonico a partire da regole severe, esattamente il contrario di quanto sta avvenendo dappertutto. Un architetto locale elabora una sorta di vocabolario normalizzato, a metà tra la tradizione costruttiva del luogo e l’esperienza di progettisti alpini come Gellner, che guida i primi riusi a destinazione residenziale. Nel frattempo nasce un’associazione culturale che apre un museo etnografico e che lavora sui temi della valorizzazione delle memorie e del patrimonio storico. Intanto il passaparola richiama sempre più persone a Ostana, iniziano a uscire i primi articoli, e la qualità dei primi esiti architettonici fa da volano per ulteriori operazioni di riuso.

M. Crotti, A. De Rossi, M.-P. Forsans, Studio Associato GSP, Centro culturale Lou Pourtoun a Miribrart, 2011-15 (foto: L. Cantarella).

Malgrado la sua precocità, la prima fase della rivitalizzazione di Ostana presenta dunque ingredienti consueti: la valorizzazione e la patrimonializzazione delle culture e risorse locali come leva della rigenerazione. In realtà, guardando in filigrana, la differenza è data dai suoi protagonisti, molte volte provenienti dal movimentismo occitano, che hanno la capacità di costruire reti lunghe e narrazioni di senso che travalicano il contesto locale, e che portano nel piccolo paese esponenti del mondo politico, culturale, universitario che costituiranno una rete di supporter decisiva per la seconda fase del processo di rigenerazione.
Dal 2004 ha infatti avvio una forte accelerazione, dove alla valorizzazione subentra un’azione progettuale maggiormente consapevole, incentrata sulla creazione di condizioni di abitabilità e di sviluppo locale. La cultura gioca un ruolo centrale, con miriadi di iniziative tra cui vale la pena di ricordare il Premio Ostana Scritture in lingua madre, giunto oggi alla undicesima edizione, che porta in paese autori da tutto il mondo o la creazione nel 2012 di L’Aura Scuola di cinema frequentata da studenti di tutta Italia.

M. Crotti, A. De Rossi, L. Dutto, Casa del Welfare, 2015-19.

Ma sarà ancora l’architettura a fare da volano del processo di rigenerazione. A partire dal 2007 ha avvio una collaborazione con docenti del Politecnico di Torino, che condurrà alla realizzazione, grazie alla vittoria di numerosi bandi e con la partecipazione di altri professionisti, di diversi edifici e attrezzature pubbliche per il turismo sostenibile e la cultura. La prima collaborazione concerne la costruzione di un piccolo Centro benessere e sportivo, caratterizzato dall’autosufficienza energetica (solare termico, fotovoltaico e geotermia) e dall’uso strutturale della pietra, ormai praticamente scomparso, in un’area per di più caratterizzata dal rischio sismico. Segue il ripensamento dell’entrata del capoluogo, il cosiddetto Porto Ousitano, con la realizzazione di un edificio per manifestazioni al coperto e uno spazio infopoint e commerciale, una piccola piazza pubblica e una palestra di roccia outdoor.
Decisivo è però soprattutto il progetto di recupero integrale con fondi del Piano di Sviluppo Rurale della frazione Miribrart, praticamente abbandonata, con l’inaugurazione nel 2015 del Centro culturale Lou Pourtoun, dove vengono ospitate esposizioni artistiche, workshop universitari, convegni, e una scuola di politica che ha visto transitare figure come don Ciotti e Gustavo Zagrebelsky. Il progetto del Centro nasce dalla riproposizione in chiave contemporanea dell’originario principio insediativo presente nel sito, denominato appunto pourtoun, ossia una strada coperta collocata lungo la curva di livello circondata a monte e a valle da costruzioni.

A. De Rossi, R. Giuliano, M. Lai, Caseificio Tum-in su rimessa esistente, 2017 – in corso di realizzazione.

Lou Pourtoun è gestito dai giovani dell’associazione Bouligar, molti dei quali abitano a Ostana. Perché nel frattempo i “dormienti” da 6 sono saliti a una cinquantina: un caso praticamente unico in tutte le Alpi occidentali. Chi sono i nuovi “dormienti” di Ostana? Essenzialmente giovani tra i 20 e 40 anni, con alto livello di scolarizzazione, figli in alcuni casi dei vecchi abitanti ma sovente persone che hanno abbandonato le città per realizzare qui il loro progetto di vita, in un intreccio di attività che mettono insieme accoglienza turistica, servizi alla persona, recupero architettonico, cultura e nuova agricoltura.
Mentre il progetto di recupero di Miribrart ha luogo, l’equipe di docenti del Politecnico di Torino e di professionisti realizza altri interventi: una Casa del Welfare destinata a servizi alla persona e spazi commerciali, tutta giocata sulla rielaborazione contemporanea dei tessuti insediativi alpini e dello spazio della lobbia, e la riqualificazione del Cimitero. Intanto Ostana raccoglie diversi riconoscimenti: Premio Vassallo nel 2015, Premio Fare Paesaggio della provincia autonoma di Trento nel 2016, Cresco Award e menzione speciale al Premio Europeo del Paesaggio del MIBACT nel 2017.

A. De Rossi, C. Ferraro, M. Lai, con R. Giuliano, Borgata Ambornetti, Eco Resort autosufficiente, vista da est, 2014 – in corso di realizzazione.

Ma la marcia continua, verso quella che pare configurarsi come una terza fase. Oggi buona parte delle borgate è recuperata, e investire a Ostana si sta dimostrando un buon affare. E arrivano nuove progettualità. Un docente universitario svizzero sta recuperando una piccola frazione per creare il Monviso Institute, destinato ad attività formative sul tema della sostenibilità. Due giovani imprenditori piemontesi, attivi nel campo delle tecnologie ambientali, hanno acquistato l’ultima borgata abbandonata, a 1.600 metri di quota, per realizzare un resort turistico autosufficiente, con annesse attività agricole e di coworking. Un progetto ancora una volta supportato dal Politecnico di Torino e caratterizzato, oltre che dal riuso, dall’innovazione tecnologica e dall’uso di legno di filiera locale per le costruzioni ex novo, e che trova un’anticipazione in un piccolo caseificio, denominato Tum-in, con annessa abitazione del margaro.
Ostana è soprattutto una proiezione e un sogno, pragmatico prodotto collettivo di un meticciato di protagonisti interni ed esterni. Un caso difficilmente riproducibile. Ma l’alchimia che l’ha generato – in un intreccio di progettualità dal basso, di culture locali e di creazione di reti di competenze e di sistemi di alleanze esterne – dimostra le molte possibili vie dei processi di rigenerazione in ambito alpino. Una rigenerazione dove l’architettura ha giocato un ruolo decisivo.