Il viaggio continuo di Alfonso Femia

CAPITANI CORAGGIOSI     Parli spesso della tua esperienza di architetto come se fosse un viaggio e, assecondando questa metafora, mi viene spontaneo paragonarti a un capitano di marina. Il varo del tuo primo vascello, chiamato 5+1, è avvenuto a Genova nel 1995. Poi, nel 2005, hai spinto la ricerca nella profondità dei mari a bordo di un ideale sommergibile chiamato 5+1AA e in compagnia di Gianluca Peluffo e Simonetta Cenci. E adesso, con l’esperienza del passato, navighi inseguendo lo sfiato della balena che campeggia nel logo dei tuoi Ateliers.

Il mio è un viaggio continuo iniziato tanto tempo fa, negli anni dell’università e della mia laurea in architettura, e che poi si è evoluto con l’esperienza della professione. Ho sempre avuto una certa idea del mestiere dell’architetto che poi ho avuto la fortuna di realizzare. Nel mio primo studio (5+1) ho iniziato a lavorare con le persone che ho incontrato da studente all’università di Genova, eravamo giovani e senza lavoro, ma abbiamo costruito qualcosa insieme che, poi, si è evoluto in strade differenti. Dopo dieci anni ho fatto la prima revisione, che ha portato allo studio 5+1AA, e così è successo ancora dopo altri dieci anni.
Se guardo al passato vedo con chiarezza un percorso che, con una cadenza costante, ha avuto momenti di revisione. Sono stati i momenti in cui ho affrontato una riflessione che mi ha portato a scelte diverse. È la necessaria responsabilità di fare evolvere le cose per mantenere un’idea di ricerca e di esplorazione intorno al progetto e intorno al mondo. Il cambiamento è un’evoluzione è non mi ha mai spaventato, perché dentro di me è avvertito come una necessità fisiologica, necessaria. E mi assumo la responsabilità direttamente, senza scaricare su altri l’onere. Il cambiare con cadenza decennale è successo un po’ naturalmente e un po’ volutamente: per me il tempo è materia di progetto, in senso lato.
Questo è un concetto molto importante e che ripeto spesso. Io tendo ad aspettare che le cose succedano, si evolvano, agendo nel tempo quotidiano, perché il tempo è un misuratore delle cose che avvengono. Proseguire un cammino significa decidere dove andare e con chi andare, perché i compagni di viaggio sono fondamentali, nell’esperienza della vita come in quella professionale. Con chi è al mio fianco mi piace che ci sia una totale condivisione dell’orizzonte, anche se sono persone diverse da me, perché chi guarda lo stesso orizzonte ha la medesima attenzione verso un obiettivo.
È per questo che nella metafora del viaggio mi ritrovo molto: è un’esperienza in cui decidi a priori l’obiettivo e cerchi di raggiungerlo insieme a quelle persone che ritieni importante che condividano con te quell’esperienza. Fare l’architetto è come essere in viaggio, è il tempo che ti farà capire la bontà delle tue scelte iniziali e, strada facendo, devi avere anche il coraggio di chiederti se sia il caso di cambiare, perché altrimenti proseguirai con la sensazione di non essere soddisfatto con te stesso e di non aver fatto il meglio per chi crede in te e ha deciso di viaggiare con te.

Atelier(s) Alfonso Femia AF517, The Corner, Milano, 2014-in corso. Foto: ©Stefano Anzini.

ALLA DERIVA    I concorsi d’architettura sono uno strumento per premiare e stimolare la qualità del progetto e sono sempre stati la tua principale fonte per ricevere incarichi. L’Italia, purtroppo, non ha mai brillato in questo campo e, anzi, ha sempre dimostrato una cronica avversione alle competizioni d’architettura. L’ultimo eclatante episodio è il concorso per l’ampliamento del Palazzo dei Diamanti a Ferrara che ti ha visto impegnato come presidente della Giuria.

Come dico sempre, il concorso di architettura non è la panacea di tutti i mali e non risolve i problemi che attanagliano il nostro mestiere. Ma, se perseguito in modo corretto, è un confronto di progetti e di idee di architettura con una procedura che porta scegliere all’interno di un ventaglio di possibilità. È l’unico modo per avere un confronto corretto, ma dipende molto da come viene impostata la procedura. Non credo, ad esempio, alla formula del concorso d’idee, che spesso si riduce a un nulla di fatto e che, per questo, dovrebbe essere sempre usata con moderazione. Ogni procedura costa fatica e impegno da parte di molte persone e, se si decide di avviare un bando, si deve impostare correttamente un percorso, serio e qualitativo, per arrivare fino in fondo, fino alla realizzazione dell’opera. Questo modus operandi ovviamente comporta organizzazione, volontà e coerenza da parte del committente, nel rispetto dei presupposti del bando e del lavoro degli architetti che partecipano.
Lavorando in Francia, la più grande differenza che vedo rispetto all’Italia è nel fatto che nel nostro paese si fanno pochi concorsi, a volte con procedure inadeguate. In Francia la quantità e qualità delle procedure, insieme alla diffusione dei concorsi sul territorio nazionale, sono molto più alte e, quindi, il peso dei bandi non correttamente impostati si riduce di molto.
Avere la possibilità di fare tanti concorsi è certamente positivo ma è anche molto impegnativo. Con il concorso ti devi sempre giocare la partita. È uno “sport da combattimento”, come dice il mio amico Rudy Ricciotti. È una condizione di impegno costante, è come studiare continuamente. Ma questo è anche il bello del fare concorsi. Le sfide ti aiutano a crescere e a tirar fuori le energie positive. Anche se costa molta fatica, è una strada in cui sei costretto a dare il massimo. E chi ha capacità professionali, teoriche e poetiche e crede fermamente nel progetto di architettura, non può che emergere prima o poi. Noi abbiamo fatto tantissimi investimenti, tanti concorsi li abbiamo persi, altri invece li abbiamo vinti grazie alla continua volontà di mettersi in gioco e di non fare le vittime al servizio della sconfitta, nostra compagna quotidiana. In Francia siamo partiti da zero ma alla fine abbiamo trovato il nostro spazio, concorso dopo concorso. Occorre attendere e insistere, crederci e non demoralizzarsi, mantenendo la passione e la gioia del primo concorso.
Sul caso di Ferrara posso solo dire che, a livello di procedura, è l’esempio di un percorso correttamente impostato, direi in modo virtuoso, con un confronto che ha portato a selezionare dieci candidati che hanno presentato progetti di qualità. Doveva andare avanti e, invece, è stato bloccato per una questione puramente “politica” che ha portato a una delegittimazione di tutto e di tutti. È un autogol per chi ha voluto che questo succedesse e non è affatto una sconfitta del concorso, o del progetto, o dell’architettura. È una sconfitta di chi, pur avendo un ruolo legittimo e importante, non ha mantenuto responsabilmente la strada delle scelte intraprese. O, meglio, le ha contraddette all’ultimo minuto per “necessità” popolare della comunicazione contemporanea, fatta di articoli e post di pochi giorni e settimane. È la decadenza di un tempo, come quello in cui viviamo, in cui non c’è una visione chiara e non c’è coraggio.

Atelier(s) Alfonso Femia AF517, concorso per la riqualificazione del complesso di via Principe Umberto, a Roma, proprietà dell’Istituto Poligrafico Zecca dello Stato.

CONTROVENTO   Nonostante la mainstream del Belpaese non vada nella direzione dei concorsi, le ultime opere che avete realizzato o che state completando in Italia sono nate da bandi promossi da privati. E, recentemente, vi siete aggiudicati anche il concorso promosso dal Poligrafico e Zecca dello Stato.

La sede BNL-BNP di Roma e Dallara Academy di Varano de’ Melegari (Parma) sono progetti nati da concorsi di committenti privati, così come l’edificio ribattezzato The Corner che completeremo nei prossimi mesi a Milano. Sono concorsi molto diversi fra loro che ci hanno dato molte soddisfazioni professionali e personali. Per quanto mi riguarda sono stati l’occasione per dare continuità ai temi di riflessione e ricerca che avevo avviato con i progetti dei Frigoriferi Milanesi, della Torre Orizzontale della Fiera di Milano, del Museo del Giocattolo di Cormano (Milano), dei Docks di Marsiglia. In ogni concorso cerchiamo sempre di impegnarci al massimo, perché i primi con cui dobbiamo vincere siamo noi stessi e pertanto chiediamo a ogni progetto di farci crescere di “un millimetro”. Perché un millimetro al giorno ci porta poi ai centimetri e poi ai metri.
L’edificio BNL-BNP è stata l’occasione di confrontarci e dialogare con una città complessa, con le sue contraddizioni e potenzialità. È un edificio terziario che è capace però di parlare alla città, trasformandosi in ogni momento della giornata con il trascorrere del tempo riflettendo la luce e il cielo. È un progetto nato da un approccio propositivo e da un percorso creativo, figlio anche della nostra sensibilità nei confronti dell’arte (dal futurismo di Umberto Boccioni alla ricerca contemporanea di Olafur Eliasson), che dimostra l’importanza che l’architettura dovrebbe sempre avere nei confronti della percezione. È un’architettura che si fa guardare perché ognuno può leggere e scrivere la storia che sente più vicino al proprio sentimento del vedere.
Dallara Academy nasce da un’idea fortemente voluta dall’ingegnere Giampaolo Dallara, uno spazio espositivo che racconta la storia di un’eccellenza nel mondo dei motori e che ospita spazi per la formazione dei giovani. È il progetto che compositivamente e concettualmente esprime un punto fondamentale della nostra ricerca, è una sintesi di tanti concetti su cui lavoriamo da anni. È la dimostrazione reale e concreta di cos’è uno spazio cronotopico fluido che diventa paesaggio nel paesaggio. Si articola e sviluppa su due piani attraverso una rampa curvilinea che diventa una promenade dinamica all’interno dello spazio architettonico. È un progetto passionale che interpreta i temi forti che sono sempre stati presenti nel lavoro di Dallara: il legame con il territorio, la tecnologia e l’importanza della formazione.
The Corner nasce da un concorso di Generali Spa e ha una “idea fondativa” particolare che dimostra la nostra sensibilità nei confronti del luogo. E’ una risposta sentimentale, appassionata e razionale alla città, alle sue regole classiche e al senso del rapporto tra l’architettura e il contesto con cui si confronta. Il progetto interpreta il tema dell’angolo urbano e presenta facciate completamente differenti sui due lati. Da un lato un fronte bianco abbagliante, con un ritmo quasi ossessivo di vuoti e pieni che si confronta con la strada urbana. Fra la “pietra” bianca, monotona e quieta, si nasconde un gioco dei riflessi vitrei, studiati con diverse inclinazioni del vetro, che porta a un dinamismo che a prima vista sfugge. Dall’altro lato una facciata quasi completamente riflettente, dai toni profondi del blu scuro, con una composizione di tronchi piramidali e bow-window, che riflette il paesaggio in modo diverso e si confronta con il nuovo parco di Porta Nuova. È un fronte che guarda alla città che si è trasformata ma anche all’orizzonte di un territorio incorniciato dalle Alpi che emergono in lontananza. The Corner è un edificio che racconta molte cose, è la risposta contemporanea a una città che si rigenera e guarda al futuro.
Nel campo delle competizioni pubbliche ci siamo aggiudicati da poco il concorso internazionale del Poligrafico e Zecca dello Stato a Roma. Siamo molto contenti di avere l’occasione di sviluppare un progetto complesso e strategico, soprattutto perché si tratta di rigenerare un edificio molto importante per il ruolo urbano che ha a Roma e per il programma funzionale interessante e articolato. Il progetto si basa sull’idea di ricreare uno spazio cronotopico, ibrido di funzioni e con uso intergenerazionale, capace di riattivare un quartiere e di far emergere nuova energia. È una sintesi di approcci progettuali, a noi cari, che qui si condensano e che ci danno l’occasione di continuare a lavorare in una città affascinante come Roma, che io amo, e che ci piace molto perché è stimolante e diversa da tutte le altre città.

Atelier(s) Alfonso Femia AF517, Nuova sede BNL-BNP Paribas, Roma, 2012-17. Foto: ©Stefano Anzini.

BREVIARIO MEDITERRANEO    Hai sempre dimostrato di voler dare una dimensione internazionale al tuo lavoro, guardando in particolare al Mediterraneo come a una seconda patria. Fra i paesi che si affacciano sul “Mare Nostrum” a cui sei approdato, la Francia riveste ormai stabilmente un ruolo centrale.

Il Mediterraneo è un insieme di tanti significati e sfaccettature racchiuse in un contesto geografico che va oltre le coste del mare e coinvolge tutti i paesi che si affacciano. Ho sempre avuto un’attrazione per il Mediterraneo e lo vedo come un luogo di straordinaria ricchezza umana, culturale, storica, sociale. È un luogo geografico che ti spiazza, pieno di contraddizioni e stimoli che ti impegna a rimettere in discussione ciò in cui credi. È contaminazione, stratificazione, assenza di confini. Amo la condizione di quei luoghi che non prevedono una predeterminazione delle risposte e sono sempre un po’ affamato di incontrare persone nuove, diverse, in relazione diretta con città o territori diversi.
La Francia è tutto questo. Abbiamo progettato e realizzato opere importanti a Marsiglia, Parigi e altre città. E recentemente abbiamo vinto un concorso a Tolosa, a cui tenevamo molto, che riguarda il piano di sviluppo dell’area intorno all’aeroporto. È una delle città francesi che riteniamo fra le più interessanti, proprio perché è luogo di contaminazione, un incrocio fra culture diverse come la francese e la spagnola, dove il mare Mediterraneo si ibrida con l’oceano Atlantico.
Ma la straordinaria magia del Mediterraneo mi ha spinto anche a intraprendere un esperimento editoriale che porto avanti dal 2018 e che prende il nome di “Mediterranei invisibili”. Su invito di Roberta Busnelli e insieme alla rivista “IQD” ho iniziato quest’esperienza molto stimolante che consiste nel raccogliere l’opinione e i diversi punti di vista di altre persone attraverso l’incontro e l’ascolto, attraverso una reazione a queste due parole. “Mediterranei invisibili” coinvolge personalità che appartengono a mondi culturali diversi, non solo all’architettura. Ed è per me come rivolgere lo sguardo a orizzonti a cui non sono abituato a guardare e che ritengo fondamentali. Ho cercato di sfruttare l’occasione che mi è stata data per far diventare visibile ciò che non lo è. Un modo per far uscire aspetti della nostra storia e della nostra cultura che ci siamo dimenticati. L’invisibilità diventa visibile puntando l’obiettivo su una dimensione dell’anima che, in una società come la nostra, che corre e si distrae costantemente, tendiamo a dimenticarci di avere.

Atelier(s) Alfonso Femia AF517, concorso per lo sviluppo dell’area intorno all’aeroporto di Tolosa, Francia.

MOBY DICK, O LA BALENA     Inseguendo idealmente la rotta delle balene quale pensi sarà la direzione di ricerca che seguirai nei prossimi anni insieme ai tuoi partner e collaboratori?

Come dicevo in apertura, la strada che ho seguito è sempre stata in totale continuità con il passato. È una ricerca continua, che va avanti. Il tempo ti porta a vedere i progetti all’interno della stessa continuità. Le mie scelte e i progetti cercano di spingerci sempre più in là rispetto a quanto già fatto in passato. Le sperimentazioni che facciamo oggi e che faremo domani sono sempre nel segno di quelle concluse in passato, in una sorta di passaggio del testimone, con scatti magari improvvisi e apparenti deviazioni, necessari per cambiare punti di vista durante il viaggio. Ma alla fine sempre nella ricerca del fil rouge del pensiero che tiene insieme le cose, le idee, i sogni, le persone. E la stessa ricerca sulla materia, sulla luce che porta a un’architettura, mai uguale a sé stessa, che è sentimentale e che non è autoreferenziale ma si confronta sempre con il luogo, che sia città o territorio. È un’architettura che insegue “la bellezza” e vive di un sentimento come l’amore. Perché senza sentimento non c’è architettura.

Atelier(s) Alfonso Femia AF517, Dallara Academy, Varano de’ Melegari (Parma), 2015-18. Foto: ©Stefano Anzini.