Già a partire dalla ricercata essenzialità nella scelta del titolo, Pier Luigi Nervi. L’arte del costruire, il volume di Gabriele Neri, edito da Hoepli, mostra la precisa volontà di inserirsi all’interno del percorso teorico che ha espresso nell’attività del più grande ingegnere italiano del Novecento una vera e propria rivoluzione copernicana nei principi della progettazione e della sperimentazione strutturale. Non è certamente il primo libro scritto su Nervi, ma è sicuramente la prima monografia che ne riassume con criteri sistematici l’opera e l’eredità culturale. Al piccolo volume pubblicato nel 1979 da Zanichelli era infatti seguito un lungo silenzio editoriale che si è interrotto solamente negli anni Duemila, quando nuovi studi scientifici hanno accompagnato la riscoperta della figura di Nervi nel panorama nazionale ed internazionale con mostre, cataloghi e nuove pubblicazioni. Particolare rilievo in questa nuova fase ha avuto la mostra Pier Luigi Nervi, Architettura come Sfida, allestita nel 2011 nella straordinaria cornice architettonica del salone C del Palazzo di Torino Esposizioni. La mostra, che costituiva una delle tappe di un percorso itinerante iniziato nel 2010 a Bruxelles, ha rappresentato un’importante occasione per raccontare le architetture di Pierluigi Nervi all’interno di un edificio da lui stesso progettato e costruito nel Parco del Valentino, sotto la immensa volta a padiglione in ferrocemento: “Nervi dentro Nervi”, così sintetizzava il curatore generale Carlo Olmo nel titolo della prefazione al catalogo. Di quella mostra Gabriele Neri – che oggi insegna Storia dell’Architettura al Politecnico di Torino – aveva curato una delle tre sezioni, quella dedicata a Nervi e alla cultura politecnica. La rimozione collettiva che aveva segnato indelebilmente quasi un trentennio dopo la morte di Pier Luigi Nervi pareva improvvisamente riscattarsi in un coacervo di iniziative, tutte organizzate sotto l’egida della Fondazione Pier Luigi Nervi Project, istituita nel 2008 a Bruxelles con lo scopo di valorizzare le ricerche e divulgarne i contenuti.
Pier Luigi Nervi, Palazzo di Torino Esposizioni, Torino, 1947-54. MAXXI – Archivio Pier Luigi Nervi. MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Roma. Collezione MAXXI Architettura.
Se per le svariate esposizioni sono stati pubblicati cataloghi con saggi critici e approfondimenti tematici, è soltanto con questa agile monografia che Gabriele Neri – già autore di numerose pubblicazioni sulla figura e sulle opere di Nervi – traccia una retrospettiva completa del suo lavoro. Il volume ripercorre l’intera carriera dell’ingegnere valtellinese – Nervi nasce a Sondrio nel 1891 – riassumendola in cinque capitoli, ciascuno dei quali composto da un saggio critico e da schede dedicate ai progetti e alle realizzazioni. Ne emerge, per la quantità e la qualità dei lavori presenti, un’indagine completa del “fenomeno Nervi” che restituisce un quadro rappresentativo dell’intero Novecento, con il racconto della sperimentazione e delle innovative tecniche costruttive che l’hanno reso famoso nel contesto dell’architettura dagli anni Trenta agli anni del miracolo economico in Italia e nel mondo.
Nella prima sezione – L’ingegnere che diventò architetto – si esaminano la formazione, gli studi con il professor Attilio Muggia, le relazioni pubbliche e le prime opere progettate e realizzate, tra cui spicca per importanza lo Stadio Berta di Firenze (1930-32), vero e proprio capolavoro che consente all’ingegner Nervi di essere accolto “nell’Olimpo degli architetti”. Realizzato dall’impresa Nervi & Nebbiosi e poi dall’impresa Nervi & Bartoli – quest’ultima creata con il cugino ingegnere – lo stadio diviene occasione per sperimentare e mettere a sistema una diversa impostazione dello studio, che unisce un ufficio tecnico dedicato alla progettazione a un’impresa capace di recepire nel cantiere, senza soluzioni di continuità, tutte le innovazioni progettuali dei sistemi costruttivi adottati. La grande pensilina a sbalzo con i mensoloni rastremati, la figura futurista della Torre di Maratona e le celebri scale elicoidali incrociate segnano l’inizio di una nuova era, in cui le leggi della statica contribuiscono a dimostrare le capacità espressive del calcestruzzo armato.
Pier Luigi Nervi, Aviorimesse in cemento armato, Orbetello, 1939-42. MAXXI – Archivio Pier Luigi Nervi. MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Roma. Collezione MAXXI Architettura).
Ma è con la serie di Aviorimesse a Orvieto e Orbetello (1935-42) – purtroppo distrutte nel corso della seconda guerra mondiale – che inizia a prendere corpo il cosiddetto “Sistema Nervi”: le strutture, invece di essere realizzate in opera con tradizionali casseforme ad hoc, sono scomposte in tante piccole parti che vengono costruite a terra, assemblate con l’ausilio di una leggera impalcatura metallica e infine unite da un getto di calcestruzzo. La produzione di pezzi in serie ottimizza notevolmente il lavoro di cantiere, mentre i casseri possono essere riutilizzati.
Questa “prefabbricazione strutturale” sarà il principio che informerà tutta l’opera successiva di Pier Luigi Nervi, velocizzando i tempi di costruzione e migliorando la precisione delle strutture.
Pier Luigi Nervi, Aviorimesse in cemento armato, Orbetello, 1939-42. MAXXI – Archivio Pier Luigi Nervi. MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Roma. Collezione MAXXI Architettura).
Durante la seconda guerra mondiale le ristrettezze economiche e l’autarchia spinsero Nervi ancora una volta a fare di necessità virtù con l’invenzione del ferrocemento, un materiale composito formato da una rete metallica che veniva piegata e ricoperta successivamente da un sottile strato di malta cementizia. In questo modo si potevano ottenere elementi sottilissimi (dell’ordine di pochi centimetri di spessore) e una struttura complessiva autoportante che resisteva “per forma”. Si aprivano in questo modo nuovi orizzonti sia dal punto di vista economico che compositivo: nasceva una nuova estetica del costruire che si affrancava dalla rigidità delle casseforme lignee e raggiungeva conformazioni plastiche fino a quel momento impensate, abbandonando il sistema a travi e pilastri Hennebique.
Nel 1945, in Scienza o arte del costruire? – piccolo volume manifesto della teoria, della pratica e della poetica di Nervi – “alla domanda se il costruire sia prevalentemente un’arte, ossia atto creativo dominato e determinato da elementi umani ed individuali, o non piuttosto fatto eminentemente scientifico, regolato da formule impersonali” Nervi stesso dà una risposta inequivocabile, quasi programmatica. “Il costruire è arte anche in quei suoi aspetti più tecnici che si riferiscono alla stabilità strutturale, in quanto che la enorme complessità dei fattori che determinano la vita statica di un edificio rende puramente illusoria, almeno allo stato attuale, l’esattezza di indagine di qualunque procedimento matematico e formulistico, la cui limitata acutezza può solamente essere aumentata e completata mediante un lavoro di intuizione e comprensione dei fenomeni statici, di natura personale e non traducibile in leggi di carattere assoluto e numerico”. Ma non si trattava – come alcuni storici hanno ravvisato mal interpretando il pensiero di Nervi – di ridimensionare la tecnica in favore dell’espressione artistica, piuttosto di riconoscere la complessità della realtà fisica come difficilmente schematizzabile in puri assiomi matematici. In questo senso le prove sperimentali e i modelli in scala – in particolare quelli realizzati al Laboratorio Prove Costruzioni e Modelli del Politecnico di Milano e all’ISMES di Bergamo – diventano decisivi per comprendere la natura delle forze che percorrono le strutture.
Queste modalità che sembrano riferirsi ad una dimensione empirica del lavoro in realtà trovano una solida legittimazione sul piano teorico, soprattutto nel volume Costruire Correttamente. Caratteristiche e possibilità delle strutture cementizie armate, edito da Hoepli nel 1955. Già dalla perentorietà del titolo Nervi porta avanti i propri principi in tema di costruzioni in cemento armato, dando importanza alla fase della sperimentazione senza mai separare la pratica progettuale da quella costruttiva e imprenditoriale.
Nervi vivrà il passaggio dal fascismo all’Italia repubblicana e punterà sulla leggerezza del ferrocemento come materiale della rinascita. Nell’Italia del miracolo economico le sue opere si moltiplicano, complici gli ingressi del primogenito Antonio e degli altri due figli Vittorio e Mario nello studio, che sarà formato da due nuclei paralleli: l’impresa (Ing. Nervi & Bartoli S.p.A.) e lo Studio Nervi, con Pier Luigi e Antonio che si occupano della progettazione architettonica.
Tra la metà degli anni Cinquanta e la metà degli anni Sessanta prendono forma alcuni tra gli edifici più significativi: il Grattacielo Pirelli (1955-60, con G. Ponti, A. Fornaroli, A. Rosselli, E. Dell’Orto, G. Valtolina, A. Danusso), la Stazione di Napoli Centrale (1954-59, con Mario Campanella e Giuseppe Vaccaro), il Palazzetto dello Sport (1954-57, con A. Vitellozzi), il Palazzo dello Sport (1954–60, con Marcello Piacentini) e lo Stadio Flaminio (1956-59, con Antonio Nervi) a Roma.
Pier Luigi Nervi, Palazzo dello Sport, Roma, 1954-60. MAXXI – Archivio Pier Luigi Nervi. MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Roma. Collezione MAXXI Architettura.
Le cupole dei due Palazzi dello Sport romani – rispettivamente di 58 e 100 metri di diametro – costituiscono la più raffinata applicazione dei sistemi costruttivi inventati da Nervi, con risultati estetici di incredibile forza espressiva. Prefabbricazione strutturale, ferrocemento e solai a nervature isostatiche garantiscono, con la moltiplicazione dei singoli elementi costruttivi, un effetto sartoriale che riporta il disegno dell’insieme a evocare alcune architetture antiche, come il Pantheon.
La ripetizione di sedici pilastri che sembrano sostenere ciascuno i rami di un albero a formare un grande spazio quadrato è invece alla base della realizzazione di un altro capolavoro del secolo scorso, il Palazzo del Lavoro di Torino (1959-61), progettato con Gino Covre e Antonio Nervi. Costruito per la grande Esposizione Internazionale del Lavoro nota come “Italia ’61”, l’edificio – il cui allestimento interno sarà affidato a Gio Ponti – raggiunge un’incredibile qualità spaziale attraverso una precisa attenzione all’economia e all’assemblaggio degli elementi costruttivi, tutti identici tra loro.
Ma il progetto più potente dal punto di vista figurativo è sicuramente la Cartiera Burgo a Mantova (1960-64), che si erge come elemento fuori scala nel paesaggio lacustre. Quattro enormi cavalletti di sostegno in calcestruzzo armato, alti 50 metri e a forma di “Y” rovesciata, sostengono un corpo di fabbrica largo 30 e lungo 250 metri, libero da pilastri all’interno per poter ospitare le rotative continue per la produzione della carta. Questo impalcato metallico, progettato da Gino Covre, è sospeso su quattro funi d’acciaio, evocando l’immagine dei grandi ponti strallati. L’edificio, che nel corso della sua vita produttiva era stato parzialmente alterato, è stato recentemente sottoposto a interventi che lo hanno riportato allo stato originario, ricevendo un premio per la prima edizione del Docomomo Rehabilitation Award.
Pier Luigi Nervi, Cartiera Burgo, Mantova, 1960-64 (con Antonio Nervi e Gino Covre). Prospetto, 1961. CSAC – Archivio Pier Luigi Nervi, Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università degli Studi di Parma.
Per il suo valore simbolico e per il luogo in cui viene progettata – nella Città del Vaticano, a pochi metri dalla Basilica e dal Colonnato di San Pietro – l’Aula delle Udienze Pontificie (1963-71, con Antonio Nervi) è l’edificio più noto di tutto il percorso professionale di Pierluigi Nervi. A differenza della maggior parte delle sue opere, che si ergono isolate nel contesto, qui il progettista si trova a fare i conti con un tessuto urbano storicamente denso ma allo stesso tempo non rinuncia all’autonomia formale che da sempre caratterizza i suoi progetti. Un’aula trapezoidale di 80 x 100 metri è conclusa da una grande copertura formata da 41 archi a profilo parabolico, che segnano il fulcro dello spazio interno in corrispondenza del trono papale, sul lato minore della pianta. Ogni arco è formato da elementi prefabbricati bucati per consentire il passaggio della luce. Lo spazio può ospitare diecimila fedeli. Il progetto, affidato a Nervi da Papa Paolo VI nel 1963, ebbe subito una risonanza mondiale ed è ancor oggi l’unico intervento moderno di grandi dimensioni presente tra le mura vaticane. Se l’edificio costituisce il momento di più alta visibilità mediatica, a ben vedere segna anche il punto in cui la parabola dello Studio Nervi diventa discendente. La risposta di Riccardo Morandi a un intervistatore che confessa di non aver visto l’edificio è a dir poco emblematica: “La prego, non lo vada a vedere”. Ma al di là della battuta del collega – che peraltro, nonostante la rivalità, stimava il lavoro di Nervi – è del tutto evidente che i progetti successivi non riusciranno più ad avere quella chiarezza costruttiva e d’impianto che aveva caratterizzato i grandi capolavori del periodo del boom economico.
Pier Luigi Nervi, Aula delle udienze pontificie, Città del Vaticano, 1963-71. Fondo Pier Luigi Nervi, Università degli Studi di Firenze, Biblioteca di Scienze Tecnologiche – Architettura, Firenze.
Negli anni Sessanta Nervi era il progettista italiano più conosciuto al mondo, paragonabile come notorietà a Le Corbusier, Alvar Aalto, Frank Lloyd Wright, Ludwig Mies van der Rohe. Ancor più paradossale quindi quell’oblio editoriale che perdurerà fino a questo secolo, o forse diretta conseguenza di un cambio di paradigma nei progetti degli ultimi quindici anni dello Studio, anni in cui la mano del figlio Antonio diventa sempre più autonoma. Dei numerosi edifici realizzati in ambito internazionale si possono ricordare la Sede dell’Unesco a Parigi (195-58, con M. Breuer e B. Zehrfuss), la Cattedrale di Santa Maria Assunta a San Francisco (1963-71, con P. Belluschi et al.), il Good Hope Centre a Cape Town, Sudafrica (1964-77, con Colin & Meiring), l’Ambasciata Italiana a Brasilia (1969-79, con Antonio Nervi). Edificio, quest’ultimo, che non figura tra opere scelte per il piccolo volume monografico del 1979, curato dagli stessi collaboratori dello Studio. Alla fine degli anni Settanta lo Studio Nervi non riesce più ad adeguarsi alle mutate condizioni del panorama professionale e con la scomparsa del fondatore nel 1979 l’esperienza volge al termine.
Pier Luigi Nervi, Ambasciata italiana, Brasilia, 1969-79 (con Antonio Nervi). MAXXI – Archivio Pier Luigi Nervi. MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Roma. Collezione MAXXI Architettura.
L’ultimo capitolo del libro – Nervi dopo Nervi. Interpretazioni, eredità, tutela – ha il merito di rintracciare a livello storiografico le principali linee interpretative dell’esperienza progettuale di Nervi indicando una via possibile alla tutela del Moderno, che oggi risulta più che mai operazione di estrema complessità.
Se Bruno Zevi a più riprese non aveva risparmiato esplicite critiche al lavoro di Nervi, accusandolo di un simbolismo passatista, è interessante notare come Manfredo Tafuri, figura egemone nel dibattito architettonico negli anni Settanta e Ottanta, ignori completamente la sua opera, ritenendola estranea alla propria costruzione storiografica. Alla metà degli anni Novanta Nervi è una figura totalmente dimenticata nel panorama italiano dell’architettura. Proprio per questo motivo risulta ancor più singolare nel 1997 la ripubblicazione, per volontà di Aldo Rossi, di Scienza o arte del costruire?, ormai introvabile nell’edizione originale del 1945. L’architetto milanese, che aveva vinto il Premio Pritzker nel 1990, scrive l’introduzione alla nuova edizione ritenendo attuali gli interrogativi e le risposte date da Nervi sul rapporto tra arte e scienza e sul costruire come arte, questioni decisive per il pensiero rossiano. In particolare egli è affascinato dalla tesi che metteva in evidenza i pericoli di un uso totalizzante dei calcoli matematici nel progetto delle strutture, ricollegandola idealmente a quel “funzionalismo ingenuo” che era il cavallo di battaglia del suo impianto teorico.
La pubblicazione del volumetto, poche settimane prima della tragica morte di Aldo Rossi, segna il punto fermo da cui è possibile risalire la china, portando in breve tempo alla riscoperta non soltanto dell’opera di Nervi ma più in generale della grande tradizione dell’ingegneria del cemento armato italiana: Arturo Danusso, Riccardo Morandi, Sergio Musmeci, Silvano Zorzi, figure quasi dimenticate dalla critica, sono rientrati a buon diritto nel novero dei grandi progettisti italiani grazie al lavoro di studiosi come Sergio Poretti, Tullia Iori e Claudio Greco. Un vasto e articolato progetto di ricerca sotto la guida di Carlo Olmo ha poi coinvolto diverse generazioni di ricercatori del Politecnico di Torino con il fine di approfondire tutti gli aspetti della figura di Nervi.
Nel 2004 il MAXXI di Roma ha acquisito una parte rilevante dell’archivio dello Studio Nervi, complementare a quella già conservata presso lo CSAC di Parma, inaugurando la nuova stagione di ricerche supportata dalla Fondazione Pier Luigi Nervi Project. Con 428 progetti – 262 in Italia e la restante parte in tutto il mondo – quello conservato al MAXXI è a un tempo archivio professionale e archivio d’impresa, proprio per la particolarità della struttura organizzativa dello Studio. Quest’ultima monografia attinge a piene mani da quel patrimonio, concludendosi con un regesto dei progetti e un’estesa bibliografia con scritti di e su Pier Luigi Nervi. Curioso, inoltre, riflettere sul fatto che tra il progetto del MAXXI di Zaha Hadid e le opere di Nervi non vi sia solamente vicinanza fisica – il Palazzetto dello Sport è a poche centinaia di metri – ma una comune volontà di sperimentare: se Nervi aveva inventato il ferrocemento, l’architetta irachena ha ricercato superfici continue con l’utilizzo di cemento autocompattante e fibrorinforzato, utilizzando casseforme trattate con resina fenolica per ottenere l’effetto di una superficie liscia come il vetro. Anche quest’attitudine alla ricerca sul tema del calcestruzzo armato da parte di una personalità visionaria come Zaha Hadid può essere considerata un’eredità lasciata da Pier Luigi Nervi: è come se egli rappresenti una pietra di paragone per chiunque si voglia occupare di strutture, di materiali e di tecniche costruttive.
Il filo rosso che lega tra loro tutte le opere di Nervi sembra evidenziare una qualità intrinseca che riesce ogni volta a instaurare una dialettica tra struttura, forma e figura, rendendo riconoscibili le sue architetture in una sorta di “classicismo” strutturale. Mai come in questo caso può essere calzante la locuzione latina nomen omen, perché nel cognome stesso c’è tutto il destino e il significato della sua architettura, in cui l’invenzione di una trama strutturale riesce a evocare una tradizione che dall’antica Roma giunge alle cattedrali gotiche e persino ai giorni nostri. Ed è proprio in questa capacità evocativa che risiede la modernità di Nervi, nel trasformare le forze che agiscono sulla struttura in materia di poesia.
Pier Luigi Nervi, George Washington Bridge Bus Station, New York, 1958-63 (con John M. Kyle). Nella foto: Pier Luigi Nervi in cantiere. Fondo Pier Luigi Nervi, Università degli Studi di Firenze, Biblioteca di Scienze Tecnologiche – Architettura, Firenze.




















