Ho già avuto modo di segnalare la produzione scientifica di Maurizio Carta. Si deve all’assessore alla rigenerazione urbana di Palermo dove è Ordinario di urbanistica al Dipartimento di Architettura, il volume Palermo. Biografia progettuale di una città aumentata (LetteraVentidue, 2021). Qui, prendendo spunto dal dissesto di una modernità imperfetta, illustra come ripensare un modello di futuro che include storia e memoria; coinvolge l’abitare e l’incontrarsi, il produrre e il creare, il centro storico e le periferie, l’accogliere e il curare. In Romanzo urbanistico (Sellerio, 2024) la sapiente mano dell’autore è in grado di evocare, per farle rivivere, evidenziando caratteristiche, sapori e umori, una serie di città che vanno da Hangzhou a Marsiglia, da Londra a New York a Pechino, da Berlino a Madrid, dal Cairo a Dubai a molte altre. Segnala anche le speranze di chi le abita.
Oggi ci dona un volume rilegato di ben 616 pagine. Dotato di un’ampia e completa bibliografia è destinato agli “urbamanti”. Un neologismo inventato dall’autore per indicare coloro che amano la città e sanno prendersene cura, per avviare un altro futuro rispetto a quello proposto e sostenuto dal connubio tra una cattiva politica e un’avida speculazione. Ci piacerebbe trovarlo non solo negli studi d’architettura, ma tra gli studenti. Grazie anche ad un modo di esprimersi accessibile e insieme ricco di riferimenti che superano la disciplina per mescolarsi alla letteratura, l’arte, la moda e il costume. Proprio ciò che può venire da diverse discipline e in generale dal mondo della cultura rappresenta un apporto indispensabile per restituire la vitalità perduta ai tessuti urbani. La stessa che si trova nelle pagine del volume quando segnala le più eclatanti novità frutto di esperimenti. “Le arti parlano un linguaggio esteso consentendomi di suscitare ricordi, metafore, emozioni nelle lettrici e nei lettori per rendere più comprensibile e memorabile un concetto urbanistico”. Dall’espressione di nuove idee alla modificazione degli spazi pubblici con attori sempre più consapevoli dei processi di rigenerazione urbana intesi come atto politico. Vorremmo anche trovare questo prezioso volume negli uffici degli imprenditori che operando nell’edilizia e non hanno come unico obiettivo la logica del profitto. Tra quelli attivi nel terzo settore e soprattutto negli assessorati predisposti nel governo delle città, anche quelle di media dimensione.

Ciò che colpisce non consiste solo nella grande conoscenza della materia, fino alle norme più recenti, ma il vasto campionario di esempi significativi che si possono trovare, puntualmente segnalati nelle pagine del volume. Si tratta di modelli emblematici, esperienze che sono stati raccolte su come sia possibile mutare l’indirizzo delle città. Sì, lo si può fare, proponendo un approccio innovativo capace di superare la tradizione ancora consolidata di norme e regolamenti di un tessuto urbano diviso per settori, seguendo la tradizione dello zoning. Ciò non significa eliminare i masterplan perché non più utili. Piuttosto essere consapevoli che non rappresentano l’unico strumento da utilizzare, soprattutto se ci riferiamo in aree dove è necessaria la rigenerazione urbana. Pensiamo ai quartieri problematici, ai complessi industriali dismessi, alle aree di margine abbandonate, alle terre di nessuno. In queste situazioni occorre stimolare la domanda lavorando con i potenziali abitanti o coloro che fruiscono di queste aree in un dialogo proficuo che recepisce le necessità ed è pronto a mutare funzioni e dimensioni, in particolare oggi che constatiamo la contrazione delle nascite e prevedere il domani appare sempre più un elemento impensabile. La metodologia del masterplan ancora in voga, mostra tutta la sua insufficienza, la scarsa capacità di incidere di fronte ai problemi da affrontare e la mescolanza delle funzioni presenti nel tessuto urbano.
Nascono da questo input le sette lezioni. Una sorta di manuale per inserire in un corpo malato dei “germi buoni”, in grado di rigenerare i tessuti urbani. Politiche integrate capaci di coinvolgere attivamente le comunità attive sul territorio, cogliendo con intelligenze esempi internazionali che provengono anche grazie alle conoscenze prodotte dalle discipline più diverse e tutte con un alto tasso di creatività, quella richiesta dai luoghi, tenendo ben presente che, come spiega Carta in apertura, citando Mery Shelley, “La capacità di inventare, bisogna ammetterlo con umiltà, non consiste nel creare qualcosa dal nulla, ma dal caos”. Ad esempio, per quanto riguarda l’uso dell’acqua, con modelli di intervento misto naturale-artificiale per la balneazione con la Badenschiff a Berlino, una piscina pubblica galleggiante sul fiume Sprea, dove è possibile immergersi in acque disinquinate o a Copenaghen dove i canali del porto sono attrezzati con trampolini, piscine e altre strutture per prendere il sole o fare il bagno con acque controllate costantemente. A Rotterdam dove 350.000 mq sono stati bonificati per realizzare un parco acquatico. A New York sull’East River con +Pool il prototipo di una piscina galleggiante e filtrante messa a punto dallo studio Arup.

©Sansculotte, Badenschiff, fiume Spree, Berlino, 2004 – CC BY-SA 1.0, via Wikimedia Commons.

Ciò che ne segue consiste nella riqualificazione delle città consolidate, per riparare e dare nuova vita alle fabbriche dismesse, alle aree degradate. Si tratta di un atto bio-politico che punta a migliorare la vita degli abitanti e presuppone una visione, un dialogo continuo per giungere alle decisioni di cosa fare. La biopolitica fa riferimento ad una metafora biologica, che risale agli Anni Novanta. Conferma che si tratta di questioni che si rapportano con la natura, non con la rendita fondiaria o l’utile economico. Proprio queste parti di città sono abitate da chimere prodigiose, da mostri profetici e da angeli rilkiani. Occorre saperli riconoscere perché portatori di opportunità, guardiani delle trappole di altri. Esempi tratti dal quotidiano che fissano nella memoria nuovi modi di pensare.
Ciò avviene attraverso un pellegrinaggio che evidenzia modi di operare ad alta intensità già sperimentate anche in città italiane come Bologna, Napoli, Milano. Quest’ultima non va considerata come unico modello possibile e neppure va messa al rogo perché espressione della peggiore politica ma piuttosto come un possibile laboratorio. E poi occorre saper cogliere sperimentazioni che giungono da altrove: Parigi e Marsiglia, con i Contrats de Ville, Barcellona, Friburgo, Aalborg, Utrecht e Edimburgo, con il miglioramento della qualità architettonica del centro storico. Amsterdam e Copenaghen. Esempi come l’uso creativo dell’acqua, l’incentivo a organizzare attività di pulizia delle strade e delle piazze, il curare le aiuole, la manutenzione delle aree sportive, l’abbellire le facciate e vari interventi per migliorare l’ambiente di vita di prossimità. Esperienze tratte dal quotidiano che aiutano a rendere memorabili una serie di concetti essenziali. Guardano con esperienze mirabili a ciò che definiamo lo spazio pubblico. Luoghi ibridi frutto di mescolanze capaci di innervare e produrre il senso di comunità ed insieme valorizzare il patrimonio culturale esistente, attenti alla sostenibilità ecologica, a sviluppare l’inclusione di individui provenienti da altre realtà. Insomma, di dare attualità al senso dell’abitare in città, l’esperienza più positiva inventata dall’uomo.

Barcellona.