Case invivibili, architetti derisi e maltrattati, riferimenti improbabili e irriverenti: è possibile riflettere sull’architettura attraverso la lente dell’ironia, raccontarne la profondità del pensiero attraverso la satira e l’umorismo? Al Teatro dell’Architettura di Mendrisio (TAM), fino al 29 marzo 2026, ARCHISATIRE. Una controstoria dell’architettura risponde con dissacrante leggerezza a questi interrogativi. La mostra cerca di mettere in relazione una storia dell’architettura più ufficiale e tradizionale con una miriade di documenti satirici presentati lungo il percorso espositivo.
È la prima mostra nel suo genere, ma i materiali sono numerosissimi: “a partire dal Seicento si è stratificato un mondo parallelo di caricature, illustrazioni, vignette umoristiche e satiriche che hanno commentato l’architettura in una maniera originalissima e l’hanno accompagnata nel tempo. Sappiamo da Bergson, da Baudelaire, da Umberto Eco quanto sia seria la risata come dimostrazione di uno sguardo critico dissacrante sulla società” afferma il curatore Gabriele Neri, storico dell’architettura e da anni collezionista dei più disparati materiali satirici sull’architettura, che ha ideato la mostra semplicemente proponendo al pubblico una delle sue grandi passioni. Il paziente lavoro di raccolta, in collaborazione con la Biblioteca dell’Accademia di Architettura dell’USI (Università della Svizzera italiana), ha portato alla luce dei reperti davvero unici che alimentano un particolare genere di critica architettonica, da affiancare a quella ufficiale. Al posto dei manuali di storia dell’architettura, delle riviste specialistiche e delle monografie dedicate ai grandi maestri, qui trovano spazio caricature, vignette, cartoons, fotomontaggi, a cui si aggiungono brani di filmati. Queste immagini che ci raccontano del reale impatto di certe architetture sulla vita delle persone comuni – quasi sempre in opposizione a certi giudizi consolidati della storiografia tradizionale di settore – offrono una lettura anticonvenzionale delle trasformazioni urbane nell’epoca moderna. Le caricature rappresentano dei veri e propri anticorpi della società che reagisce alle incomprensibili visioni degli architetti e alla violenza della nuova architettura.
Il percorso si articola in quattro sezioni tematiche:
– L’architetto in caricatura propone le infinite allegorie e caricature dell’architetto dal Rinascimento ai giorni nostri, in parallelo all’evoluzione della carta stampata. Dagli architetti “tutti imbecilli” di Flaubert, con il suo Dizionario dei luoghi comuni, a John Nash, celebre architetto inglese di inizio Ottocento e progettista di Buckingham Palace, impalato sulla guglia di una sua chiesa; dalla sarcastica visione dell’illustratore francese Jacques Lagniet, che a metà del Seicento rappresenta l’architetto trasformando il bâtiment, l’edificio, in un Qui bastit ment, chi costruisce mente, fino a Walter Gropius raffigurato sopra un dromedario ed esposto al pubblico ludibrio.
– Scandali urbani restituisce attraverso illustrazioni, vignette satiriche e film il dibattito pubblico e la reazione popolare alle grandi trasformazioni urbane, dai grands travaux di Haussmann a Parigi ai casi eclatanti come il Crystal Palace di Londra, le architetture di Gaudí a Barcellona, la Loos Haus a Vienna, il Guggenheim di New York, il Centre Pompidou a Parigi e la Sydney Opera House in Australia.
– La casa irrazionale ci mostra le reazioni della satira suscitate dai nuovi modelli abitativi (la casa razionale, la casa prefabbricata, la casa di vetro) dal Bauhaus fino a oggi, con esempi emblematici come il modello di Villa Arpel, la esilarante parodia della casa moderna del film Mon Oncle di Jacques Tati (1958). Nel film questa casa rappresenta la critica alla società moderna: un edificio avveniristico, con arredi ed elettrodomestici del futuro, che a un certo punto si trasforma in una prigione e si rivolta contro i suoi abitanti, che non riescono più ad aprire le porte, a uscire dal garage, a gestire le più semplici azioni quotidiane. La fontana che impazzisce è il simbolo finale di una progressiva perdita di controllo di ogni dispositivo funzionale della vita domestica, specchio di una modernità vuota.
– Caricature d’architetto presenta infine l’opera di architetti che hanno utilizzato la caricatura e il cartoon come mezzo di comunicazione o come rifugio dalla realtà del cantiere. Giuseppe Terragni, Alvar Aalto, Léon Krier, sono architetti che parallelamente alla carriera professionale hanno lavorato con autoironia anche come vignettisti. C’è chi come Saul Steinberg – laureato in architettura al Politecnico di Milano nel 1940 e costretto a lasciare l’Italia per via delle leggi razziali – ha trovato nella caricatura un rifugio totalmente alternativo alla professione, divenendo uno degli artisti più famosi a disegnare sul “New Yorker”.
Nel loro insieme tutti i documenti in mostra – che mischiano registri alti e bassi, citazioni colte e battute volgari – costituiscono un “particolare genere di critica architettonica” in cui la leggerezza e l’irriverenza ci spingono a una riflessione inattesa ispirata da un’intensa e penetrante adesione alla realtà sociale di ogni epoca.
È divertente vedere come secondo una vignetta pubblicata sul quotidiano “Illustrirtes Wiener Extrablatt” nel 1911 il riferimento figurativo e progettuale di uno dei più celebri capolavori della modernità – la casa sulla Michaelerplatz di Adolf Loos – sarebbe il disegno di un tombino lasciato incautamente aperto in una strada del centro storico di Vienna: dopo tanto peregrinare assorto nei suoi pensieri sull’arte e sull’estetica l’architetto moderno ha finalmente trovato la sua fonte di ispirazione. La polemica è verso gli architetti moderni, che invece di guardare alla qualità dell’architettura del passato si rifanno volgarmente alla monotonia di un banalissimo tombino quadrato.
Los von der Architektur (Liberi dall’architettura), “Illustrirtes Wiener Extrablatt”, 1° gennaio 1911.
Sarcastica e allo stesso tempo eloquente è la caricatura che con un gioco di parole – Wright/Wrong – riprende un celebre articolo uscito su “The New York Times” nel 1959, divenendo occasione per aprire un acceso dibattito sul Guggenheim Museum di Frank Lloyd Wright. Tuttavia mentre l’articolo comparso sul quotidiano newyorchese era accessibile a un pubblico di più alto profilo, la caricatura aveva il pregio dell’immediatezza, di arrivare a tutti, di essere riconoscibile ed efficace al primo sguardo. Questo strano oggetto scultoreo appoggiato di fianco a Central Park ha dato origine a centinaia di caricature che ne prendono in giro la forma. All’interno c’è una rampa, come se fosse un parcheggio, e allora si vedono signore e signori che provano a contemplare le opere d’arte esposte a cui gira la testa, o che a causa della pendenza il giorno dell’inaugurazione non riescono a tenere in mano un Martini senza che si rovesci per terra.
Randall Enos, Wrong Wright, c. 2012. Courtesy Randall Enos.
Un altro caso celebre presente in mostra è quello dell’Opera House di Sydney, una storia che è quasi un romanzo; nel 1956 l’architetto danese Jørn Utzon vinse il concorso e da sconosciuto divenne presto un personaggio pubblico. Il progetto, che era stato voluto da una parte politica, vide ben presto un susseguirsi di feroci polemiche che sfociarono in una miriade di caricature con attacchi e critiche al progetto. Il progettista fu costretto ad abbandonarne la realizzazione e solo dopo molti anni all’edificio venne riconosciuto il suo valore, divenendo prima simbolo della città e poi, nel 2007, Patrimonio dell’Umanità UNESCO.
Un altro documento straordinario – che in realtà è un vero e proprio progetto di architettura – è quello realizzato dall’architetto milanese Piero Portaluppi, fine vignettista, che disegna lo skyline di New York con un grattacielo formato da quattro edifici sui quali se ne erge un quinto ancor più alto, un colossale fuori scala. Osservando il titolo del progetto – SKNE, un acronimo che, se letto, si pronuncia “scappane” – si comprende l’ironia e la geniale operazione satirica di un architetto capace di fare autocritica contestando quello stesso modello urbano che aveva disegnato. Una città non da abitare ma da cui si deve scappare.
Un contributo originale alla mostra arriva anche da Mario Botta, progettista dello stesso TAM, che ha aperto improvvisamente i suoi archivi svelando una storia che nessuno conosceva. Alla fine degli anni Settanta un grande vignettista francese, Jean-Marc Reiser, si appassiona all’architettura del maestro ticinese e decide di pubblicare dei disegni delle sue case sul settimanale satirico francese “Charlie Hebdo”. Le opere grafiche dimostrano una straordinaria conoscenza delle architetture di Botta da parte del vignettista, scomparso prematuramente nel 1983. L’architetto, a testimonianza del grande legame di amicizia tra i due, disegnò la sua tomba.
Esilarante infine il film muto degli anni Venti One Week di Buster Keaton, che prende in giro la casa prefabbricata, molto diffusa negli Stati Uniti: due giovani sposi ricevono in regalo una cassa con una casa da montare, ma un rivale in amore cambia la sequenza delle istruzioni, facendo impazzire il protagonista e dando origine a straordinarie scene di comicità.
William Heath Robinson, pagine da W. Heath Robinson, K.R.G. Browne, How to Live in a Flat, Hutchinson & Co, London, 1936.
Il percorso espositivo comprende la proiezione di frammenti di vari film, documentari e cartoons sull’architettura, sospesi tra celebrazione e parodia. Oltre a One Week (Buster Keaton, 1920), sono proiettate parti di The Fountainhead (King Vidor, 1949); Mon Oncle (Jacques Tati, 1958); Playtime (Jacques Tati, 1967); The Irony of Faith (Ėl’dar Aleksandrovič Rjazanov, 1975); Il ragazzo di campagna (Castellano e Pipolo, 1984); Koolhaas Houselife (Bêka & Lemoine, 2013).
L’ultima sezione della mostra è dedicata agli architetti che hanno utilizzato la caricatura e le vignette satiriche come strumento progettuale, riconoscendone il valore all’interno del sistema mediatico. Quasi nessuno oggi legge più un saggio di venti pagine, ma tutti sanno apprezzare la forza e l’enfasi comunicativa di una vignetta umoristica. Le Corbusier già negli anni Trenta raccoglieva ritagli di giornale con le vignette più argute. Oggi Ugo La Pietra, con le sue visioni artistiche sulla città, e Alessandro Mendini, innamorato dell’opera di Saul Steinberg, ci hanno lasciato documenti interessantissimi come architetti che sanno guardare alla propria opera attraverso la caricatura e la vignetta satirica.
Il fatto che così tanti artisti abbiano scelto come bersaglio gli architetti e l’architettura sta a significare che quest’ultima è di vitale importanza, che il suo ruolo nella società è fondamentale. Lo sguardo dissacrante della satira è un valore aggiunto, è un modo per specchiarsi in un punto di vista esterno che ci mostra come siamo agli occhi del mondo.
In occasione della mostra è stato anche pubblicato il volume di Gabriele Neri Satira dell’architetto. Controstoria di una professione attraverso la caricatura (Edizioni Casagrande – Mendrisio Academy Press). Sulla base di una lunga ricerca archivistica e bibliografica condotta in molti paesi, il volume raccoglie il materiale iconografico esposto in mostra dando origine a una prospettiva diversa e alternativa – una vera e propria controstoria – dell’architettura.
























