Non chiamarmi “maestro”

di Mintoy

2018-04-04T12:00:01+00:00 7 marzo 2018 |

Ho avuto la fortuna di conoscere ed esporre con Franco Grignani nel 1990 in occasione della terza rassegna di mostre itineranti Tra Logos e Melos, che stavo organizzando per le “Giornate italiane di Cultura in Turchia”. L’adesione di Grignani, Munari e altri grandi artisti al mio progetto mi rendeva orgogliosa e mi dava la giusta carica per procedere nella strada che mi ero prefissata; quella di “dialogare” con il mondo attraverso l’arte.
Per i ringraziamenti a Franco Grignani mi venne naturale chiamarlo “maestro”, ma con grande sorpresa mi disse “…non chiamarmi maestro, ma semplicemente architetto”.
Grignani, detestava la “vaghezza” del termine “maestro”. In lui hanno sempre prevalso la serietà e la ricerca scientifica anche quando i mezzi e i materiali che utilizzava erano forzatamente semplici, ha saputo creare quelle straordinarie fotografie che sono risultate fondamentali, basilari, essenza stessa dell’opera totale di uno dei più grandi innovatori del Novecento.

Fotogramma con un filo di cotone (17,9 x 23,8 cm), 1928.

Fotogramma con luce inclinata (34,4 x 30,3 cm), 1936.

Franco Grignani scriveva: “Sono nato quando è nato il cubismo (…) quando le mie prime idee e simpatie, andavano verso le manifestazioni del secondo futurismo. Inserendomi in seguito negli studi di architettura imparai a vedere attraverso il “progetto” partendo dallo spazio organizzato, dalla distribuzione dei volumi, dai servizi, dalla significanza architettonica, così, da “poeta” mi sono trasformato in “costruttore” con l’uso razionale e metodico degli strumenti e dei mezzi (…) Durante la guerra ho insegnato l’avvistamento aereo in una scuola militare, quanto basta per constatare l’interdipendenza fra occhio e mente. Al mio ritorno ho progettato un metodo sperimentale per la comunicazione nell’arte (…) Tutte le possibilità erano aperte: mi occupavo di fenomeni ottici rilevatori del mondo delle tensioni strutturali, incominciavo a processare il comportamento umano in risposta all’evento massiccio della macchina, dove la prospettiva diventava proiettiva; scoprivo la distorsione nel recupero del paesaggio riflesso nella vernice e nei metalli; analizzavo i flou come ricostruzione dell’immaginazione; osservavo lo spazio entro la zona del campo visivo dell’occhio ai lati del quale la zona critica entrava in uno stato di subpercezione (…) Questo ricercare aveva bisogno anche di nuove tecniche per superare i limiti fisici dell’occhio e della mano che si bloccava nella sua ridotta manualità; conoscevo tutto sulla fotografia, ma la lente dava l’immagine regolare, cercavo allora i più disparati mezzi: lenti zoppe, vetri, condensatori, prismi, acqua, olio. Cercavo anche di formulare una grammatica per bloccare i valori costanti e per individuare un metodo operativo critico, volevo che l’occhio altrui si educasse a vedere nel mondo intracerebrale degli impulsi la via sensibile adatta all’uomo moderno”.

Senza titolo (23,8 x 23,8 cm), 1939.

Negativo più positivo (22,5 x 16,8 cm), 1943.

Il fotogramma interessa inizialmente a Grignani per le sue particolarità e soprattutto per lo stupore di un’immagine che si forma soltanto grazie alla luce, un’immagine unica e irripetibile della quale non esiste il negativo. Non è tuttavia questo l’unico processo che pone la fotografia in primo piano nella ricerca e nella sua sperimentazione, ma sarà fondamentale per lo sviluppo della sua teoria sulla luce, sulla forma e in particolare sulla percezione visiva. La ricerca di Grignani si esprime anche nella variabilità analitica del fenomeno ottico della distorsione e della proiezione; egli dissolve la forma riconoscibile per raggiungere l’obbiettivo di uno stimolo visivo molto complesso, effetto che raggiunge attraverso materiali semplici.
La ricerca di Grignani prosegue nella formulazione teorica della subpercezione delle immagini sulle quali non fermiamo l’interesse cosciente, ma che tuttavia interferiscono a livello inconscio. Un processo di rielaborazione per il recupero dello spazio laterale oltre il campo visivo.

Interferenze dinamiche su curve, sperimentale di subpercezione (30,3 x 31,5 cm), 1954.

La fotografia sperimentale di Franco Grignani in mostra

Alla galleria 10 A.M. Art, fino al 24 marzo, la mostra Franco Grignani. Subperception, omaggio per i 110 anni dalla nascita di Franco Grignani, presenta venti opere realizzate a partire dalla fine degli anni Quaranta.
L’esposizione, curata da Marco Meneguzzo in collaborazione con l’Archivio Manuela Grignani Sirtoli, presenta opere tra sperimentali ottici su tela emulsionata e tavola e fotografie ai sali di bromuro d’argento.

Il video, realizzato da Mintoy e Lucia Antico, sulla mostra “Franco Grignani. Subperception”, in corso, alla galleria 10 A.M. Art di Milano, fino al 24 marzo 2018.

Note biografiche
Franco Grignani è nato nel 1908 a Pieve Porto Morone, in provincia di Pavia. Nel 1929 si trasferisce a Torino per iscriversi alla Facoltà di Architettura. Al termine degli studi si stabilisce a Milano dedicandosi, come “laboratorio sperimentale” alla progettazione di aree espositive e al graphic design, senza mai trascurare la ricerca artistica che lo aveva visto partecipare giovanissimo alle manifestazioni del secondo futurismo. Nel 1935 abbandona ogni riferimento figurativo per dedicarsi, anche attraverso l’uso della macchina fotografica, alle sperimentazioni sulla percezione, tutte queste ricerche lo portarono ad avvicinarsi alle tesi delle avanguardie astrattiste e costruttiviste. Fin dagli ’50 è membro dell’AGI, Alliance Graphique Internationale, e dell’ICTA, Internationale Center of Typographic Art di New York. Nel 1957 cura la sezione grafica della Triennale di Milano. Nel 1964 disegna il Marchio Pura Lana Vergine. Nel 1975 il Comune di Milano organizza una sua antologica alla Rotonda Della Besana. Del 2017 è la significativa esposizione all’Estorick Collection di Londra.